BioArte e dati. Quando la scienza diventa materia estetica
Cellule, algoritmi, batteri e archivi scientifici diventano materia artistica. Tra Italia e scena internazionale, la BioArte rilegge il corpo e i dati come territori politici, poetici e fragili. Dove estetica ed etica entrano in frizione
C’è un momento, ormai evidente, in cui la scienza smette di essere solo strumento e diventa racconto. Non divulgazione, non illustrazione: racconto vero, spesso disturbante, capace di rendere visibile ciò che normalmente resta fuori campo. È in questa soglia instabile che si colloca la BioArte, un campo ibrido che lavora con materiali vivi, dati biologici, processi scientifici, assumendone tanto la precisione quanto l’ambiguità. Non si tratta di “arte che parla di scienza”, ma di pratiche che operano dentro i suoi protocolli, appropriandosi di linguaggi, tempi e procedure. Così facendo, ne mettono in crisi neutralità, autorità e immaginario. Il corpo – analizzato, sezionato, archiviato, replicato – torna al centro come campo di tensione politica ed estetica, luogo in cui visibilità e controllo, conoscenza e potere, entrano in collisione. La BioArte non produce rassicurazione, espone vulnerabilità. Mostra che ciò che viene misurato, classificato, brevettato non è mai neutro, ma sempre situato, storico, attraversato da rapporti di forza. È qui che interviene come lente critica, rendendo evidente la materialità del sapere scientifico e la sua dimensione politica.

L’Italia come laboratorio diffuso di BioArte
In Italia la BioArte non è un fenomeno marginale né recente. Figura chiave è Pietro Antonio Bernabei (Firenze, 1948 – 2023), artista e medico ematologo, tra i primi a introdurre pratiche bioartistiche nel contesto nazionale. Nei suoi lavori, basati su colture cellulari e processi biologici, il laboratorio non è semplice ambientazione, ma dispositivo concettuale. Il gesto scientifico coincide con quello artistico, senza perdere rigore, mentre l’opera si configura come osservazione critica del vivente, sospesa tra controllo e imprevedibilità. Attorno a queste ricerche si è progressivamente strutturato un ecosistema fatto di istituzioni ibride e progetti di lunga durata. Il PAV – Parco Arte Vivente di Torino, con la mostra Greenhouse (Winter), mette in scena una natura fragile, costantemente mediata dall’intervento umano. Le installazioni non celebrano l’organico, ma ne mostrano la dipendenza da condizioni controllate, facendo emergere l’ambiguità di ogni discorso ecologico contemporaneo.
Il MUSE di Trento, attraverso la BioArt Challenge, spinge ulteriormente questo approccio, favorendo l’incontro diretto tra artisti e laboratori scientifici. Qui l’arte non interpreta la ricerca: vi partecipa. Interviene nei processi di produzione del sapere, spostando l’asse dalla rappresentazione alla co-produzione. Il risultato è una conoscenza situata, che mette in discussione gerarchie e linguaggi.

I dati come strumento biopolitico nell’arte di Cosimo Veneziano
In questa direzione si colloca Biomega di Cosimo Veneziano, presentato al MUFOCO nel 2022. Il progetto indaga brevetti biotech e forme di proprietà del vivente, traducendo dati e archivi giuridici in serigrafie e ricami su tessuto. La scelta di materiali legati alla cura e al lavoro manuale introduce una frizione tra estetica e contenuto, rendendo visibile la dimensione economica e politica della ricerca biologica, solitamente occultata dietro la neutralità del dato.
Esperienze come Simbiosi Poetica a Palazzo Bellini di Firenze o il ciclo Art&Science Across Italy (2024–2026), promosso da INFN, CERN e Università degli Studi di Napoli Federico II, confermano questa traiettoria. Qui l’arte non accompagna la scienza, ma la interroga, ne rallenta il discorso, aprendo spazi di riflessione critica su ciò che viene prodotto, misurato, normalizzato.

Corpi globali, identità mutanti. La BioArte nel mondo
Sul piano internazionale, la BioArte assume toni ancora più esplicitamente politici. Heather Dewey-Hagborg (Philadelphia, 1982) utilizza campioni di DNA raccolti nello spazio pubblico per generare ritratti facciali, facendo emergere fin da subito questioni di sorveglianza, privacy e determinismo genetico. Le sue opere mettono in scena il paradosso di una scienza che promette identità assolute a partire da tracce minime. Eduardo Kac (Rio de Janeiro, 1962) ha introdotto la vita transgenica nel dibattito artistico, trasformando la manipolazione genetica in gesto creativo. Le sue opere non simulano la scienza: la praticano, forzando il pubblico a confrontarsi con le implicazioni etiche di un’arte che interviene direttamente sul vivente. Più orientati alla ricerca di laboratorio sono Oron Catts e Ionat Zurr, fondatori del Tissue Culture & Art Project. Le loro sculture di tessuti coltivati sono opere temporanee, destinate a crescere, deteriorarsi, morire. L’opera diventa processo, e la sua fine ne è parte integrante, rendendo visibile la precarietà intrinseca della materia biologica. A queste pratiche si affiancano lavori che intrecciano biologia e storia culturale. Anna Dumitriu (Brighton, 1969) utilizza batteri e antibiotici per raccontare la memoria delle pandemie, mettendo in relazione arte, medicina e storia della cura. Jenna Sutela (Turku, 1983) esplora forme di intelligenza non umana attraverso microbi e sistemi linguistici, destabilizzando l’idea di comunicazione come prerogativa esclusivamente umana. Amy Karle e Candice Lin spingono infine la riflessione verso la materialità del corpo e le sue implicazioni coloniali, economiche e ambientali, mostrando come biotecnologie e dati biologici siano inseparabili da storie di sfruttamento e disuguaglianza.

Estetica come presa di posizione
Ciò che accomuna queste esperienze non è uno stile, ma una postura. La BioArte non rassicura, non semplifica, non promette soluzioni. Espone il dato, lo rende visibile, ma soprattutto lo rende discutibile. In un’epoca in cui algoritmi e biotecnologie definiscono identità, salute e futuro, queste pratiche funzionano come dispositivi di rallentamento: spazi in cui osservare la scienza mentre accade, senza la mediazione dell’ottimismo tecnologico.
Qui l’estetica smette di essere ornamento e diventa atto critico. Un gesto capace di restituire complessità a ciò che il linguaggio scientifico tende a rendere neutro, ricordando che ogni sapere sul corpo è sempre anche un sapere sul potere.
Chiara Argenteri
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