Il Sudafrica ritira l’opera di Gabrielle Goliath dalla Biennale di Venezia: il tema era anche Gaza
Il lavoro pensato per Venezia avrebbe affrontato le uccisioni di donne e persone queer in Sudafrica, il genocidio delle donne namibiane da parte delle forze coloniali tedesche nel primo Novecento e, in una sezione specifica, la violenza in corso a Gaza
Scoppia un nuovo caso politico-culturale alla Biennale di Venezia 2026 (in programma dal 9 maggio). Il Sudafrica ha cancellato la partecipazione dell’artista Gabrielle Goliath (rappresentata in Italia dalla Galleria Raffaella Cortese di Milano) al proprio Padiglione nazionale, bloccando la presentazione di un’opera dedicata anche al genocidio palestinese. Una decisione che ha immediatamente sollevato accuse di censura e acceso il dibattito sulla libertà artistica all’interno dei padiglioni nazionali.
Chi è Gabrielle Goliath
Goliath, artista sudafricana già presente nella mostra principale della Biennale 2024, era stata selezionata all’unanimità insieme alla curatrice Ingrid Masondo per rappresentare il Paese con un nuovo capitolo di Elegy, progetto avviato nel 2015 come performance sul femminicidio e la violenza sessuale e successivamente ampliato in forma di installazione video. La serie, definita dall’artista come un “lavoro continuo di commemorazione, riparazione e amore femminista nero”, intreccia lutto, memoria e pratiche di cura.
Il Sudafrica ritira l’opera di Gabrielle Goliath dalla Biennale di Venezia
Il lavoro pensato per Venezia avrebbe affrontato le uccisioni di donne e persone queer in Sudafrica, il genocidio delle donne namibiane da parte delle forze coloniali tedesche nel primo Novecento e, in una sezione specifica, la violenza in corso a Gaza. Quest’ultima parte includeva testi della poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa insieme al figlio durante un bombardamento israeliano nell’ottobre 2023. Proprio questo riferimento avrebbe allarmato il ministero sudafricano della Cultura. A fine dicembre, il ministro Gayton McKenzie avrebbe chiesto formalmente la modifica dell’opera, dichiarando di avere il potere di annullare l’intera partecipazione del Sudafrica alla Biennale. Secondo McKenzie, il lavoro risultava “altamente divisivo” perché legato a un conflitto internazionale ancora in corso e fortemente polarizzante. Di fronte al rifiuto di alterare il progetto, la partecipazione di Goliath è stata cancellata.
La reazione del comitato di selezione del Padiglione Sudafrica
Il comitato di selezione del Padiglione ha definito la decisione una forma esplicita di censura, denunciando pubblicamente l’annullamento di un processo curatoriale “indipendente e trasparente” e richiamando la lunga storia di opacità e cattiva gestione del Padiglione sudafricano. “Respingiamo senza riserve ogni tentativo di costringere artisti o curatori a piegare le proprie dichiarazioni artistiche a narrazioni politiche”, si legge in una nota diffusa. Secondo il comitato, Elegy dialogava in modo coerente con il tema della Biennale curata da Koyo Kouoh, sottolineando come l’opera affrontasse il lutto per la perdita di vite innocenti, incluse donne e bambini palestinesi, attraverso un linguaggio sobrio ma potente, capace di tenere insieme responsabilità storica e profondità emotiva. Dal canto suo, McKenzie ha respinto l’accusa di censura, sostenendo di non aver messo in discussione le valutazioni internazionali su Gaza e ribadendo che il Padiglione nazionale dovrebbe dare spazio a un’espressione artistica “radicata nell’esperienza sudafricana”. Una posizione che non ha convinto gran parte della comunità artistica.
Le reazioni nel panorama contemporaneo
La vicenda ha infatti suscitato reazioni immediate, tra cui quella della filmmaker Candice Breitz, che ha parlato apertamente di “una sorprendente repressione della libertà di espressione”. Il caso Goliath si inserisce così in una scia di controversie sempre più frequenti attorno ai padiglioni della Biennale e al conflitto israelo-palestinese: solo lo scorso anno l’Australia aveva revocato, per poi reintegrare, la nomina di Khaled Sabsabi dopo pressioni politiche legate a un suo lavoro precedente.
Caterina Angelucci
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