L’arte totale di Diego Perrone al MACRO di Roma

Video, fotografia, inserti diaristici e forme in pasta vitrea compongono la mostra di Diego Perrone al MACRO di Roma: un tentativo riuscito di performance totale

La gigante sala espositiva del MACRO ci accoglie al suono schioccante di una frustata, e l’enorme spazio appare subito il luogo ideale per la mostra di Diego Perrone (Asti, 1970) che vi trova dimora.
Il percorso a elle è enfatizzato dallo Snorkeller Tube, un supporto espositivo gommato di 30 metri, realizzato dallo stesso artista in occasione di un concorso pubblico del 2020, che attraversa il salone, guida lo sguardo, allinea i lavori in pasta vitrea e determina la scenografia emotiva.
La mostra dà un bel segnale di vitalità del panorama espositivo romano e, se pure introdotta da un titolo e da un comunicato a tratti disorientante, regala una notevole esperienza visiva e psichica: ne godono lo sguardo, per la bellezza di alcuni pezzi, e gli altri sensi, per un allestimento totalizzante che, rumoreggiando, pone in dialogo le opere, i video ora urticanti (la frusta e gli altri rumori) ora struggenti (il latrato triste di un cane) e l’ambiente stesso, del quale Perrone modula perfino ombre e riflessi.

Senza Titolo, 2018, pasta di vetro, 73 x 90,2 x 28,6 cm. Ph. Andrea Rossetti, Courtesy Casey Kaplan, New York

Senza Titolo, 2018, pasta di vetro, 73 x 90,2 x 28,6 cm. Ph. Andrea Rossetti, Courtesy Casey Kaplan, New York

LA MOSTRA DI DIEGO PERRONE AL MACRO

Sono quattro le aree tematiche, saldate dalla concezione unitaria cui danno corpo gli scritti diaristici dell’artista, che racconta e commenta ideazione, genesi e realizzazione. Oltre alle tre sezioni filmiche, una doppia serie di fotografie alterna raffinate cristallizzazioni ‒ scatti su disegni di orologi immersi in bolle di sapone che l’obiettivo rende diamanti ‒ ed enormi immagini di fosse da lui stesso scavate e rimaneggiate nella terra per un intero anno, quasi a sondarne con occhio impietoso le viscere fino a muovere inespresse profondità della psiche. Sul supporto gommato del centro (ma tutta la mostra ha un layout ripensato dall’artista) sono invece disposte le splendide forme in pasta vitrea policroma e contaminata, dalle cui trasparenze affiorano volti, musi e frammenti antichi: nel girar loro intorno ci si abbandona alla pura espressività figurativa, che rimanda all’arte primitiva, alla lavorazione artigianale del vetro, al fascino della classicità e all’epifania carica di simboli. In un’ultima sezione il rosso vermiglio segna a penna su giganteschi fogli immagini antropomorfe e fitomorfe: un altro insieme figurativo unitario e visionario, che viene poi costretto e razionalizzato in un reticolato geometrico di spaghi di gomma.

PERRONE TRA PASSATO E PRESENTE

Perrone alterna destrezza tecnica e sperimentazione multimediale, suggestione sensoriale e pura creatività, controllo razionale e istinto espressivo, con la scioltezza di un giocoliere. Mentre ci trascina nella sua performance totale, non rinuncia a evocare la grande cultura “povera” italiana degli Anni Cinquanta e Sessanta, in un continuum che dà senso all’esperienza e ne conforta l’autenticità.

Francesca Bottari

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Francesca Bottari

Francesca Bottari

Storica dell’arte, insegna a Roma. Ha curato moduli di Catalogazione e di Didattica museale all’Accademia di Belle Arti di Roma e nelle università di Roma2 e Siena. Ha lavorato presso il Centro Servizi educativi del Mibact. Dal 2002 al 2005 è stata Direttore artistico della…

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