Da Volume! A Roma la mostra di Davide Dormino da visitare incappucciati

A Roma c’è una mostra che si visita con un cappuccio in testa per provare a tornare bambini. Il progetto dell’artista Davide Dormino

Mostra di Davide Dormino alla Fondazione Volume!, Roma. Ph. Alice Ciccarese
Mostra di Davide Dormino alla Fondazione Volume!, Roma. Ph. Alice Ciccarese

Ricavata in un’antica vetreria di Trastevere, la FondazioneVolume!, con la sua ventennale natura istallativa, cambia pelle ogni volta. Questa volta presenta la mostra Quando il bambino era bambino, dello scultore Davide Dormino (Udine, 1973), fino al 28 aprile 2022.

IL PROGETTO DI DAVIDE DORMINO

Il visitatore deve accettare il cappuccio nero che gli viene offerto all’ingresso: vademecum per l’immersione onirica, un po’pirandelliano, un po’ rituale e necessario per varcare la soglia, un po’ uomo nero un po’ boia. Ad aspettarlo due soli ambienti ad altissima densità esperienziale. La stanza latente, avvolta nella più oscura penombra non ha colore: conserva qualcosa della fase limbale, se non incubatoria, in grado di generare visioni mentali. Lo sforzo di offrire gli occhi al buio, è ripagato dalle curiose escrescenze sulle pareti che si caricano mediante l’abilità di chi le riesce a distinguerle, come una caccia al tesoro per trovare le forme che emergono lievemente dal muro a altorilievo. L’intima rêverie, prosegue nella stanza manifesta, inondata di una luce smaterializzante, che rende lo spazio privo di spigoli e dove a terra giace il bambino.

LA MOSTRA SECONDO IL CURATORE SILVANO MANGANARO

“È una piccolissima statua”, spiega il curatore, Silvano Manganaro. “Dormino torna alla sua materia privilegiata, il bronzo, ma lo fa riducendo le dimensioni”. Un gioco ipertrofico alla Alice in Wonderland: nell’immensamente luminoso, l’immensamente piccolo simulacro che interroga. E presuppone un rapporto complesso tra l’io e l’altro: il soggetto guardante si scopre guardato dal bambino; “quello che ci chiede Dormino è di stare al gioco”. La mostra è priva di una intenzionalità semantica, poiché all’artista non interessa narrare una storia, semmai, come scultore, darle una forma. Il resto è licenza d’immaginazione riflessiva. La scommessa sulla soggettività richiama la ricerca sulle immagini invisibili di Salvator Dalì. Si esce da Volume! con una consapevolezza nuova. Quel bambino, chiunque sia, spinge il pubblico ad un’intima pratica di scandaglio dello spazio che si fa racconto. Anche grazie all’ausilio di un cappuccio.

– Francesca de Paolis

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Francesca de Paolis
Francesca de Paolis si è laureata in Filologia Moderna con indirizzo artistico all'Università La Sapienza di Roma, completando il proprio percorso con un CFA all'Istituto Europeo di Design. Collabora da alcuni anni con artisti e gallerie d'arte per la stesura di recensioni, comunicati stampa e fogli di sala. Amante della scrittura, dell'arte e della Neoavanguardia letteraria, sta scrivendo un saggio sui trovatori provenzali con un filologo della Sapienza.