Ancora sul caso della Spigolatrice di Sapri. L’opinione dell’artista Nicola Verlato

Ma quale sessismo! Il problema è che l’Italia ha rinunciato alla sua tradizione figurativa. L’artista Nicola Verlato torna sulla polemica della Spigolatrice, su Damien Hirst e Vezzoli

La spigolatrice di Sapri di Emanuele Stifano
La spigolatrice di Sapri di Emanuele Stifano

Partiamo da un dato di fatto che è sotto gli occhi di tutti: negli ultimi anni molti artisti che sono considerati far i maggiori del sistema dell’arte si sono cimentati nella scultura monumentale. Nessuno di loro proviene da un background accademico nel senso del disegno e della modellazione: chi annodava coperte per fuggire dalla galleria, chi ricamava lacrime e chi segava animali in pezzi, solo per citarne tre che in questi mesi hanno proposto sculture di dimensioni e respiro monumentale nelle gallerie e spazi pubblici Italiani. Evidentemente l’idea che la scultura figurativa possa farsi nuovamente monumento in marmo e bronzo è tornata in auge dopo molti anni di obsolescenza e di disprezzo più che patente anche e proprio in quel campo dell’arte contemporanea che ne aveva voluto decretare la fine in anni non lontani. I motivi possono essere molti e non è qui il caso di analizzarli. Se le realizzazioni degli artisti di cui sopra hanno attratto una attenzione molto relativa di pubblico con le loro iniziative, ciò che però ha scatenato un vero putiferio sulla stampa, televisioni e social media, è la realizzazione di un altro monumento pubblico, la “Spigolatrice di Sapri“, l’artista che lo ha realizzato è ignoto ai più e non fa parte del sistema ufficiale dell’arte, e ha realizzato cose migliori rispetto alla scultura in questione.

LO SCANDALO DELLA SPIGOLATRICE

Il motivo dello scandalo risiede nei glutei della protagonista che contravvengono ad ogni logica elementare pur di attestare la loro presenza: la gonna di cui la ragazza ritratta è rivestita improvvisamente si fa sottilissima e trasparente pur di mostrare le natiche in tutta la loro geometrica goffaggine. Ovviamente l’occhio accecato di ideologia del talebanismo latente in ogni società dei nostri tristi tempi non aspettava altro per scatenarsi: la statua viene accusata prontamente di sessismo e si vuole farla abbattere. I problemi sono ben altri, e chi urla allo scandalo delle chiappe non è altro che l’altra faccia della medaglia di quelle chiappe fuori posto. Ciò di cui ci si dovrebbe preoccupare nel caso in questione, e anche in quelli sopracitati ad opera dei celebri artisti del sistema dell’arte, è la mediocrita’ della realizzazione e della concezione. Se infatti non possiamo che convenire sul fatto che l’arte figurativa monumentale è tornata ad essere un obbiettivo del fare arte dobbiamo però renderci conto che questa prospettiva implica l’acquisizione di una serie di conoscenze atte ad affrontare il tema, e che non possiamo sottovalutare. Mettere in piedi una statua anche solo decente è un fatto molto difficile dove moltissime competenze devono essere messe insieme ( anatomia, composizione, modellazione e senso della forma, per dirne solo alcune) e per impadronirsi di tutto ciò, della processualità dove tutti questi elementi si combinano in modo inestricabile, serve un lungo percorso di assimilazione e di assorbimento di nozioni e pratiche. Oggi in Italia non esiste nessun luogo dove ciò possa accadere.

UN RITORNO ALL’ARTE FIGURATIVA

Le accademie d’arte, a partire dalla fine degli anni 60, hanno disintegrato nel nulla un bagaglio di conoscenza millenaria che formava artisti e artigiani in grado di affrontare il difficilissimo compito di cui ci occupiamo. Il vero problema della statua (e di chi la vuole abbattere) infatti è proprio questo stato di abbandono in cui scultori e pittori si sono trovati ad essere nel momento in cui si sono rivolti al sistema educativo italiano per ottenere quelle basi necessarie a risolvere gli infiniti problemi cui ci si trova di fronte quando ci si impegna in un compito del genere. Questo abbandono è ciò che si deve primariamente constatare, se non si è accecati dall’ideologia nefasta della “cancel culture”, di fronte alla statua della spigolatrice: l’anatomia è sommaria e spesso inesatta, il drappeggio approssimativo cosi’ come la modellazione in molte zone, la posa è rigida e forse in tutto cio’ solo la testa si salva anche se ( perlomeno dalle fotografie) risulta troppo grande in proporzione. L’intento dello scultore non è quindi da condannare, e anzi è da veder ein termini positivi, anche perchè si inserisce in un generale risveglio di interesse della scultura monumentale condiviso anche dal sistema maggiore dell’arte, ma proprio per non prestare il fianco alle smanie iconoclaste la critica alle evidenti debolezza deve essere fatta. L’accusa principale, come invece moltissimi fanno in cerca di un ennesimo capro espiatorio, non va fatta allo scultore che deve essere incoraggiato a migliorare, ma invece deve essere rivolta massimamente al sistema educativo italiano che ha del tutto abbandonato a sè stesso proprio quel campo, quello che ha fatto l’Italia l’epicentro mondiale per millenni di questo tipo di cultura figurativa. Nelle Accademie non si insegna più nulla a riguardo. È come se nei conservatori fosse stato abolito lo studio delle scale degli arpeggi dell’armonia e del contrappunto: non ci sarebbero più orchestre in grado di eseguire nulla, i direttori d’orchestra non saprebbero più come decodificare uno spartito, le sale da concerto chiuderebbero di colpo, se ciò avvenisse in campo musicale lo scandalo esploderebbe, ma per qunto riguarda l’arte evidentemente questo scempio, che è già avvenuto da tempo, non è interessato a nessuno.

SCULTURA LINGUA MORTA?

E non sto parlando di corsi di anatomia generici o di pittura dove ognuno fa quel che gli pare, come oggi avviene, sto parlando di una trasmissione di una conoscenza oggettiva che si è depositata nei secoli e che improvvisamente è stata gettata, stolidamente nella spazzatura e che deve essere assorbita in lunghi anni di studio fatti di disegno dal vero dai modelli classici di studi di chiaroscuro tratteggio proporzioni etc etc per assorbire quel senso della forma che è essenzialissimo alla produzione di opere capaci di stare nel mondo. Come ripeto, se si è riaperta una prospettiva di scultura e arte monumentale non la si può affrontare nelle condizioni nelle quali siamo oggi, le istituzioni pubbliche devono recuperare a fianco dei corsi attuali, dei corsi di alta specializzazione volti a produrre artisti in grado di affrontare l’impegno che questo tipo di progetto implica con la necessaria competenza, e l’instradamento dei soggetti più capaci e meritevoli deve avvenire perlomeno dai licei sul modello dei conservatori. Dobbiamo tenere però a mente che, se le istiuzioni pubbliche non riescono a dare risposta in merito, quelle private da anni si sono mobilitate.

IL CASO AMERICANO

Negli Stati Uniti abbondano le scuole private d’arte figurativa, io stesso ho insegnato nella principale di esse la New York Academy of Art, il livello dell’insegnamento è buono in molti casi anche se impostato secondo logiche che io ritengo errate. Molte di queste scuole hanno aperto le loro sedi anche in Italia diventando una sorta di rifugium peccatorum per gli studenti starnieri che, approdando nel nostro paese per studiare nelle nostre accademie (nell’illusione di trovare nella patria dell’arte classica l’epicentro della conoscenza in materia), si trovano di fronte al desertocostringendoli ad andare a pagare fior di quattrini queste accademie americane per poter imparare l’arte figurativa a contatto con le più grandi realizzaizoni di tutti i tempi che si torvano in questo paese.

LE OPERE DI DAMIEN HIRST E IL CONCETTUALE

Dobbiamo però renderci conto che se la statua della Spigolatrice ci appare goffa e mal concepita lo stesso si dovrebbe dire della maggior parte di ciò che viene fatto fare dagli artisti del main stream. Non dobbiamo nasconderci che le sculture di Damien Hirst alla Galleria Borghese potrebbero essere state fatte dallo stesso artista della Spigolatrice, lisciate all’inverosimile ma terribilmente carenti di anatomia e soprattutto di senso della forma, apparendo rozze e indigeste rispetto alle meraviglie che contiene quel museo a fianco delle quali potrebbero sembrare simili tutt’ al più a quelle sculture antiche che di solito i musei tengono nei depositi e che hanno un valore di tipo esclusivamente documentale. Il problema più grave è infatti proprio il fatto che fin dall’avvento dell’arte concettuale sul finire degli anni 60, ci si è illusi che l’ideazione e la realizzazione di un’opera siano due fatti separati, che l’artista, una volta immaginato il concetto possa semplicemente spiegare a parole ciò che vuole al suo realizzatore e poi se ne possa lavare le mani: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La testa della Sophia Loren, per esempio, innestata sul busto di De Chirico fatta realizzare da Vezzoli è talmente mal modellata da sembrare un trofeo di una proloco, la pur poetica “Respiro” di Cattelan è scolpita in modo sommario a seguito di uno scanner 3d e di una fresatura sicuramente ottimamente realizzata da una macchina ma che poi è stata rifinita da qualcuno che non sa dove veramente mettere le mani producendo una specie di ectoplasma senza forma.

LA SPIGOLATRICE DI SAPRI: FORMA VS CONTENUTO

E qui il problema della forma diviene capitale perchè è proprio questa disconnessione fra pensiero e realizzazione che produce la goffaggine di questi oggetti, perchè la scultura figurativa ( così come la pittura figurativa) è un pensiero che pensa nel farsi della sua realizzazione materiale. È solo quindi recuperando questo concetto e uscendo dalla dicotomia pensiero/realizzazione, recuperando un pensare la forma facendola, che si possono evitare la disgrazie di cui siamo testimoni. L’autore della Spigolatrice deve quindi essere incoraggiato a far di meglio, a dotarsi di un metodo di lavoro che lo ponga al riparo dalle molte ingenuità che la scultura manifesta, e soprattutto a non offrire il fianco agli iconoclasti de noantri che sono pronti a lanciar battaglia su temi di questo genere proprio per la loro cecita’ ideologica. Dobbiamo però essere ottimisti, la Spigolatrice ci ha offerto la possibilità di riflettere su temi che sembravano dimenticati e che invece sono essenziali se, così come sembra, si è riaperta una prospettiva di recupero della funzione pubblica dell’arte figurativa.

Nicola Verlato

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