Afghanistan, il concetto di identità, l’arte in Occidente: il mondo dagli occhi di Malina Suliman

L’artista, nota per i graffiti che ritraggono degli scheletri con i burqa, esplora il suo rapporto controverso con l’integrazione, l’evoluzione del suo processo creativo e il legame con il paese natale: “se potete aiutarli, fatelo”

Malina Suliman
Malina Suliman

“Se la mia arte è politica? Ogni cosa è politica, anche la bellezza sfida uno Stato”. Parla Malina Suliman, una delle più importanti artiste afghane viventi. È l’autrice degli “scheletri in burqa” comparsi negli anni Duemila per le strade di Kabul, e sempre lei la donna che veniva lapidata e aggredita mentre creava la sua “arte scomoda”. Dopo aver studiato in Pakistan, all’insaputa del padre, è stata costretta a tornare a casa e chiusa tra le mura domestiche un anno intero perché desistesse. Non ha funzionato: la forza che la lega all’arte è radicale. “È sempre stata dentro di me. È il mezzo per esprimermi, anche in pubblico: il messaggio resta nel tempo, in tutta la sua forza, che sia per strada o in una galleria”. Un amore che l’ha portata, nonostante le minacce, dai graffiti per le vie della capitale alle più importanti gallerie d’arte del Paese, fino alla fondazione della Kandahar Fine Arts Association.

Malina Suliman
Malina Suliman

LA PERDITA DELL’IDENTITÀ

Dopo una vita in fuga, Malina Suliman – classe 1990 – è oggi in Olanda. Un nuovo inizio, migliaia di chilometri lontano dai Talebani, dalla famiglia e dal conflitto. Il cambio di ambiente e società, però, l’ha portata a un nuovo tipo di conflitto, tutto (o quasi) interno: “quando sono venuta nei Paesi Bassi come richiedente asilo e ho iniziato a studiare per il master è cambiato tutto, a cominciare dalla mia arte. Non avevo scelta: i musei bianchi e occidentali decidono cosa è arte e cosa non lo è”. Questa ricalibrazione ha sconvolto il senso della sua esistenza, che in Europa diventava priva di riferimenti e di interlocutori afghani che capissero opere come Girl in the Icebox, che mostra una ragazza velata intrappolata nel ghiaccio (dipinta a olio su vetro spezzato). “Mi è stato chiesto per la prima volta cosa significasse ciò che facevo, che senso avesse per un occidentale. Dicono che l’arte è universale: allora perché qui non ha identità?”. Mantenere una doppia identità non è permesso: una condizione che, secondo Malina, è propria di tutte le persone costrette a lasciare il proprio Paese. “Io sono sempre in lotta: mantenere la propria identità è una lotta, farsi riconoscere è una lotta, chiedere asilo e doverci mettere anni a ricostruirsi è una lotta, non-stop. Io qui sono al sicuro e sono grata, ma ora vivo con una nuova maschera”. Ecco che la tanto millantata integrazione è, negli occhi di chi la vive, un processo costoso e doloroso: “mi chiedono di integrarmi, ma mi stanno isolando. Se voglio essere parte della società occidentale devo prima perdere me stessa e la mia arte”, dice Suliman.

Malina Suliman
Malina Suliman

L’ARTE DI SULIMAN OGGI

Da figurative, le sue opere si sono fatte più concettuali. Questo non significa che i simboli di Kabul non vivano ancora dentro di lei. “Il burqa è rimasto come immagine forte, ho fatto delle performance apposta”, racconta. “Per una, ho chiesto a tre donne di metterlo e camminare tra la folla ad Amsterdam, mentre nello stesso istante tre donne facevano lo stesso a Kabul. Le reazioni sono state completamente diverse: quando le donne entravano nei negozi, i commessi di Amsterdam non sapevano cosa fare. La decontestualizzazione forzata di un artefatto ha portato alla perdita del suo significato. Un’altra volta, a un festival artistico quasi tre anni fa, ho chiesto alle persone presenti se volessero sperimentare la perdita della propria personalità provando un burqa. Bastava camminarci dentro venti minuti. Ho avuto dei feedback molto diversi: chi era estatico di passare inosservato, chi profondamente ferito dal fatto che non venisse riconosciuto nemmeno dai propri cari, come un fantasma sulla Terra”. Nonostante gli studi abbiano modificato la sua arte, questa attenzione per la performance era già insita nelle sue prime opere, insieme al riconoscimento della donna come figura “diversa” all’interno della società: “il fatto che quando facevo graffiti io, una donna, uscissi e mi esprimessi per strada era parte della mia arte, era proprio una performance”, ricorda.

Malina Suliman
Malina Suliman

LA VIOLENZA DEI TALEBANI E IL FUTURO DELL’AFGHANISTAN

Per quanto riguarda l’Afghanistan oggi, all’indomani della presa del Paese da parte degli stessi Talebani che hanno distrutto la sua infanzia, la visione di Suliman è oscura: “è un disastro: cercheranno di riportare il Paese indietro, non di vent’anni, ma di cento”. Il suo pensiero è rivolto soprattutto alle categorie fragili: “sono molto preoccupata per gli artisti in Afghanistan, sono vulnerabili. I Taliban non li hanno ancora toccati perché sono sotto gli occhi del mondo, ma quando si saranno stabilizzati li andranno a prendere per chiudergli la bocca. Della nostra Kandahar Fine Arts Association non resta più niente: nessuno vuole andarci, li metterebbe in pericolo. Io resto in contatto con loro, per capire se sono al sicuro e hanno trovato modo di andarsene. Sono anche preoccupata per le donne, cerco di capire se posso aiutarle con permessi e passaporti. Ho questo messaggio per il mondo, in questo momento: chi può aiutare le donne e gli artisti a uscire dall’Afghanistan lo faccia, salvi la loro vita”.

Malina Suliman
Malina Suliman

UNA FLEBILE SPERANZA

La critica dei Talebani da parte di Malina è severa – molta della sua arte riguarda l’imposizione di vestire i panni blu del burqa arrivata al sopraggiungere dei 12 anni, un obbligo che annienta la personalità e viola le stesse regole coraniche. “I Talebani parlano di portare la Sharia, ma nel Corano si legge che le donne dovrebbero mostrare il volto e le mani, avere diritti uguali agli uomini e decidere del proprio destino. Non accettano il vero messaggio dell’Islam, per me non sono musulmani”. A fronte delle nuove violenze, in corso e previste, Suliman mantiene una flebile speranza per il futuro del Paese e i suoi abitanti. Secondo lei i vent’anni passati hanno alterato in modo definito la percezione dei suoi abitanti, portandoli più che in passato a guardare al di fuori dei propri confini: “la gente dell’Afghanistan è cambiata durante l’occupazione: ha annusato il profumo della libertà, non può tornare indietro. Sono convinta che non seguiranno i Talebani come in passato”. Anche merito dell’arte, conclude Malina, che insieme alla musica e alla poesia è diventata una fonte di stimoli per la popolazione afghana e un’ispirazione a porsi domande e vedere le cose in una luce nuova.

– Giulia Giaume

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Giulia Giaume
Amante della cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli, mostre e balletti. Laureata in Lettere Moderne, con una tesi sul Furioso, e in Scienze Storiche, indirizzo di Storia Contemporanea, ha frequentato l'VIII edizione del master di giornalismo Walter Tobagi. Collabora con diverse riviste su temi culturali, diritti civili e tutto ciò che è manifestazione della cultura umana, semplicemente perché non può farne a meno.