Arte contemporanea e forme ibride. Una collettiva a Roma

Ibridismo e arte contemporanea dialogano nella mostra collettiva allestita all’Istituto Svizzero di Roma. E c’è anche l’artista che ha rappresentato la Confederazione Elvetica all’ultima Biennale di Venezia.

We Hybrids!. Vanessa Billy (primo piano) _ Vanessa Billy (parete laterale) _ Gabriele Garavaglia (parete dietro). Installation view at Istituto Svizzero, Roma 2020. Courtesy of the artists & Istituto Svizzero, Roma
We Hybrids!. Vanessa Billy (primo piano) _ Vanessa Billy (parete laterale) _ Gabriele Garavaglia (parete dietro). Installation view at Istituto Svizzero, Roma 2020. Courtesy of the artists & Istituto Svizzero, Roma

We Hybrids! è la mostra inaugurata all’Istituto Svizzero di Roma, a cura della nuova Head Curator Gioia Dal Molin. Sei gli artisti svizzeri partecipanti, fra cui Vanessa Billy, Chloé Delarue, Florian Germann, Gabriele Garavaglia, Dominique Koch e Pamela Rosenkranz, che riprende in parte il tema già sperimentato al Padiglione Svizzero della Biennale di Venezia 2015, con l’installazione Our Product. Nella sua opera Sexual Power ritorna il Viagra, consumato dall’artista durante la creazione delle opere a dispetto del suo uso prevalentemente maschile ed evocato dai guanti in lattice blu abbandonati in un’installazione permeata anche qui come a Venezia dal colore della pelle secondo l’archetipo occidentale, il rosa. Di certo non a indicare una supposta “arte al femminile”, come giustamente nota la curatrice, bensì l’evocazione dell’epidermide, qualcosa a cui vogliamo tornare e da cui le nuove regole di distanziamento ci tengono lontani. Tornare da dove? Dal neo-ibridismo di un Post-Umanesimo che non sembra più pertinente alla fantascienza ma al presente.

GABRIELE GARAVAGLIA

Se nella storia antica l’ibridismo fu immaginato fra mondo animale e mondo umano (dalla Sfinge di Giza al mito del fauno), oggi l’ibridismo è fra uomo, tecnologia e biologia, che si tratti di chip sottopelle o microrganismi biologici come i virus, come nella performance di Gabriele Garavaglia, dove sulla pelle dell’artista è visibile una composizione fungino-micotica. Un ibridismo che mette in causa le teorie cyborg della filosofa americana Donna Haraway, per le quali la definizione dell’identità per mezzo dell’alterità è un retaggio tutto capitalistico occidentale finalizzato a determinare rapporti di predominio e conflittualità, mentre il cyborg, superando la delimitazione fra categorie, diventa l’esemplare più consono a un futuro dove la simbiosi fra individui – tecnologici, umani e naturali – andrà a sostituire la differenziazione gerarchica fra esseri ed elementi.

We Hybrids!. Chloé Delarue (primo piano) _ Gabriele Garavaglia (a parete) _ Dominique Koch (sullo sfondo). Installation view at Istituto Svizzero, Roma 2020. Courtesy of the artists & Istituto Svizzero, Roma-Milano
We Hybrids!. Chloé Delarue (primo piano) _ Gabriele Garavaglia (a parete) _ Dominique Koch (sullo sfondo). Installation view at Istituto Svizzero, Roma 2020. Courtesy of the artists & Istituto Svizzero, Roma-Milano

DOMINIQUE KOCH E FLORIAN GERMANN

Una teoria estrema che non garantisce la fine della predominazione: secondo Dominique Koch, come suggerisce nel video Holobiont Society (l’olobionte è un termine coniato nel 1991 dalla scienziata Lynn Margulis per cui un organismo è definito nella commistione fra ospite e microrganismi invasori), il capitalismo contemporaneo si caratterizza proprio attraverso l’ibridismo, che può degenerare in cannibalismo, ambientale, sociale ed ecologico. È invece agli echi di Blade Runner che ricorre Florian Germann nelle sue due opere meccaniche più che tecnologiche, in cui la produzione di superfici liquide evocanti un sangue composto di benzina e olio contenute in oggetti geometrici ricorda la fatale anomalia e artificialità che distingue il cyborg dall’essere umano. Allo stesso modo nella serie fotografica Fook Moon (2017-20) di Garavaglia è, come in Blade Runner, l’occhio a qualificare la dis-umanità dei volti, occhi frigidi e privi di ricettività, meri apparati visivi di zombie del Terzo Millennio.

VANESSA BILLY E CHLOÉ DELARUE

Vanessa Billy presenta nuove opere sull’ibridismo in cui corpi e materia si fondono: anche qui domina il rosa, nei due grandi bulbi in vetro, bolle dermatologiche che nella trasparenza perdono consistenza, circondate dalle sculture piatte murali Chromosomes che rendono esteticamente sensuali i simboli dei genomi, e Vertèbres, elementi vegetali resi come drappi barocchi di un mondo dove gli organismi hanno sopraffatto l’umanità. Infine, forse l’opera più romantica, che evoca gli assemblage novecentisti, è quella di Chloé Delarue, una dalla sua serie TAFAA (Toward A Fully Automated Appearance), un relitto post-apocalittico (anche Delarue si interessa di narrativa cyberpunk) dove la macchina ibrida combina materiali organici e non.
Il prossimo appuntamento a cura di Dal Molin è a Palermo, dal 31 ottobre, con la mostra Cronache di quel tempo, all’Archivio Storico Comunale, con gli artisti Maria Iorio e Raphaël Cuomo.

‒ Angela Maria Piga

Evento correlato
Nome eventoWe Hybrids
Vernissage15/10/2020 ore 16,30 Su registrazione Ingresso: Via Ludovisi 48
Duratadal 15/10/2020 al 31/01/2021
Generiarte contemporanea, collettiva
Spazio espositivoISTITUTO SVIZZERO
IndirizzoVia Ludovisi 48 - Roma - Lazio
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Angela Maria Piga
Artista, nata a Roma nel 1968, di famiglia di origine australiana, dopo una laurea in Letteratura Francese all'Università La Sapienza di Roma, lavora nel mondo dell'arte contemporanea, come gallerista prima, poi come giornalista e critica d'arte. Dal 2015 al 2017 vive a Düsseldorf, dove la sua formazione letteraria-narrativa è svolta nella scultura.