Christo e Jeanne-Claude, due persone ma un unico artista. Il ricordo di Alessandra Mammì

La strabiliante e romantica storia di Jeanne-Claude. Da Femme d’artiste ad artista. In coppia, naturalmente con Christo

Christo e Jeanne-Claude a Central Park
Christo e Jeanne-Claude a Central Park

Non è provocazione né mancanza di rispetto verso un grandissimo artista appena scomparso, ma da quando è arrivata la notizia della morte di Christo, non faccio che pensare a Jeanne- Claude. Questa intelligente, vivace ragazza di buona (ma strampalata) famiglia; rossa di capelli (tanti); figlia di un generale francese e di una signora esuberante dai molti mariti. Una figura apolide, nata a Casablanca, vissuta in Svizzera, nord Africa, Francia; piena di cognomi (Jeanne Claude Denat de Guillebon); laureata in latino e filosofia a Tunisi, più diploma all’Accademia di Belle Arti di Vienna; programmata per essere ben maritata con un uomo più vecchio di lei ma gradito alla famiglia e destinata a una tranquilla vita nella Francia dell’alta borghesia. Una vita che cambia di segno nel 1958, quando viene travolta da un colpo di fulmine per un pittore ungherese, tutto pelle e ossa, povero in canna e neanche bellissimo, ma nato lo stesso giorno del suo stesso anno (13 giugno 1935) cosa che le apparve come un segno del cielo. Galeotto -secondo alcune biografie – fu un ritratto di sua madre Mme. Précilda de Guillebon commissionato a tal Javacheff, una traslitterazione del suo vero nome che serviva a Christo per firmare pitture su commissione fatte per vivere.

JEANNE-CLAUDE: FUGA DAL MATRIMONIO

Secondo un’altra versione invece Christo all’inizio non era interessato a Jeanne Claude quanto piuttosto alla sorellastra e che fu Jeanne Claude il motore della loro storia travolgente. Lei che a un passo dal matrimonio rimane invece incinta del suo Christo e nonostante sia costretta a convolare lo stesso alle nozze, scappa via subito dopo la luna di miele. Scandalo, rottura di rapporti con la famiglia, vita bohème tra le soffitte di Parigi insomma un vero feuilleton che affiora persino dalle secche notizie delle biografie in fondo ai cataloghi, ma non spiega chi fosse davvero Jeanne-Claude né cosa esattamente la spinse a questo salto nel vuoto.
Fu davvero la passione per un uomo o per un progetto di vita e di creazione?  
Sebbene più in là lei dirà: “sono diventata artista perché Christo era artista ma se fosse stato dentista sarei stata un dentista anch’io”, l’affermazione alla luce del minimo approfondimento, è davvero poco credibile. 
Comunque per lungo tempo facendosi chiamare Mme. Christo, Jeanne-Claude si posizionò nel ruolo di “femme d’artiste”. Musa e mamma che risolve i problemi perché il genio lavori concentrato. Così nelle cronache e nelle note biografiche lei appariva come una sorta di agente e di amministratore che permetteva a lui di andare avanti con i suoi visionari progetti in totale autonomia, vendendo opere per finanziare nuovi lavori senza dover dipendere da sponsor o committenti prepotenti.

JEANNE-CLAUDE: LA WRAPPED WOMAN

Quindi secondo questa versione Jeanne Claude avrebbe dovuto essere il deus ex machina che dagli uffici regolava conti e permessi … eppure eccola fin dalle vecchie foto in bianco e nero degli anni Settanta, immortalata con i piedi ben piantati sui terreni degli allestimenti; eccola che tende chilometri di stoffa o scende da un jeep, in jeans, Lacoste e scarponcini; eccola armata di strumenti per far rilievi, con caschetto in testa sui cantieri ed eccola che ride in casa accanto a divani e oggetti impacchettati quando nei primi anni Sessanta lui passa da opere più informali ad applicare quella sua cifra sempre riconoscibile a telefoni, bottiglie di champagne  fino alla “Wrapped woman” che forse chissà nasconde proprio la sua inseparabile compagna. 
E poi, siamo sicuri che Jeanne- Claude fu estranea a quel “Wedding dress” performance del 1967, degna del più radicale femminismo, dove una povera donna con funi legate alle spalle, trascina un pesantissimo, impacchettato Christo- ingombro, fin dal titolo simbolo del matrimonio? 
Insomma, l’impressione è che fin da allora questa ragazza colta e amante delle arti fosse più che un amministratore e avesse un ruolo preciso nello sviluppo della creatività del geniale consorte. Un sospetto legittimo: quei colori dei lavori più onirici, dalle sensibilità cromatiche vicine alla Francia o al Nord-Africa o 
visioni come circondare di gonne di nylon rosa le isole di Biascayne Bay in Florida (un’idea che dalla testimonianza di Calvin Tomkins nacque proprio nella mente di Jeanne Claude nel 1980). E infine quello scrupolo di dividersi sugli aerei per essere sicuri che in caso di incidente il sopravvissuto portasse a termine il progetto, parlano di una coppia di artisti a tutti gli effetti, con orizzontali e complementari meriti. 

JEANNE-CLAUDE: DA FEMME D’ARTISTE AD ARTISTE

Ma se ciò è concesso a coppie maschili (vedi appunto Gilbert & George) è  più difficile nelle unioni eterosessuali dove meglio funziona “la femme d’artiste” in un ruolo subalterno al compagno; figura efficiente nell’organizzare e riportare all’ordine il caos del genio; obbediente alla regola di ispirare senza mai dominare la scena.
Così è stato per molte: da Charlotte Perriand che fino agli anni Novanta non era neanche degna di vita autonoma nel Garzantino dell’Architettura, dove era solo citata sotto la voce Le Corbusier; Dora Maar  più famosa per i ritratti di Picasso che la immortala distrutta e piangente, che per il suo splendido lavoro o Sonia Delaunay a lungo defraudata e celebrata soprattutto come pittrice di arazzi e stoffe.
Ma tornando a Jeanne Claude resta la domanda del perché dopo anni di penombra le cose all’improvviso cambiano e la “femme d’artiste” esce dalla crisalide e diventa “artiste”. Dal 1994 i progetti di Christo verranno firmati Christo e Jeanne-Claude, in una formula che abbracciando la felice definizione di Gilbert & George ammette di essere di fronte a quel fenomeno di “due persone ma un unico artista”.
Anche se Il primo lavoro co-firmato è il muscolare Wrapped Reichstag di Berlino tutto nylon argento, come non vedere la mano di Jeanne-Claude nella delicata immagine degli Umbrellas del 1991: un’installazione di oltre tremila ombrelli azzurri e dorati equamente divisi fra la California e il Giappone?
Christo, a onor del merito, fu il primo ad ammettere che quasi tutti i lavori outdoor dal 1961 in poi nascono dalla loro collaborazione e che l’uso del suo solo nome era dovuto alle esigenze del mercato che privilegiano la firma di artista singolo (e soprattutto maschio).
Non aveva torto ed era di sicuro in buona fede e, come tre anni fa mi disse  in una intervista per l’Espresso ben sapeva che Jeanne-Claude non era la sua metà ma la metà delle loro opere (https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2017/09/11/news/parola-di-christo-1.309488)

CHRISTO DOPO JEANNE-CLAUDE

Dei 46 progetti che abbiamo preparato chiedendo permessi e lottando con la burocrazia”,racconta,“ne sono stati realizzati solo 23. Ma in ognuno c’è il suo perfezionismo, la sua attitudine ipercritica, l’attenzione maniacale ad ogni particolare, l’incredibile capacità organizzativa. Ci sono le nostre discussioni anche accese, la sua determinazione a trovare una soluzione anche dove sembrava impossibile. Ogni progetto presenta problemi imprevisti e dobbiamo calcolarli tutti prima: la forza dei venti, le previsioni climatiche, le perizie statiche. Insieme abbiamo impacchettato ponti, alberi, chilometri di coste. È stato un enorme piacere passare la vita insieme in questo progettare, una vera spedizione nell’esistenza”
Dopo di lei, morta a New York nel 2009 per un aneurisma conseguenza di una caduta, lui continuerà da solo la meravigliosa esperienza di ricoprire il mondo di colori e forme regalandoci miracoli come il camminare sull’acqua nel lago d’Iseo. Pur rimasto solo, firmerà comunque “Christo e Jeanne-Claude”: anche se quel miracolo Jeanne-Claude non l’ha visto. Eppure anche in quel solare giallo/ arancio della passerella c’è sicuramente qualcosa di lei. 

Alessandra Mammì

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