Fase 2: la parola agli artisti (I)

16 artisti raccontano come hanno vissuto la quarantena e come si immaginano il futuro a partire dal loro settore.

Cosa pensano gli artisti italiani del momento che stiamo vivendo? Come cambierà il mondo? E il nostro settore? Come è cambiato il loro modo di lavorare? Quali visioni per il futuro? Lo abbiamo chiesto a 16 artiste e artisti, in una survey che è ancora in corso.

Santa Nastro

1. MARCO STRAPPATO

Marco Strappato

In questo tempo sospeso ci siamo sicuramente tutti resi conto ‒ addetti ai lavori e non ‒ che l’Arte ricopre un ruolo fondamentale all’interno delle nostre vite, ci è servita, ci ha aiutato. L’abbiamo constatato attraverso una serie cospicua di iniziative assunte sul web da parte sia delle istituzioni che degli artisti; questi ultimi in particolare sono stati molto generosi, donando opere e producendo contenuti spesso gratuitamente. L’auspicio è che il desiderio di Arte continui e si rafforzi anche in questa imprecisata Fase 2 e in futuro, restituendo finalmente agli artisti il giusto ruolo nella società. Nel periodo in cui ho lavorato da casa il rapporto con la produzione dettata da spazi e tempi differenti mi ha fatto ripensare all’approccio al lavoro, e credo si tratti di un’esperienza condivisa con altri artisti. Le opere prodotte in questo frangente sono caratterizzate da contenuti più intimi, poetici e meno spettacolari, il che forse è quello di cui abbiamo bisogno. Il web è stato fondamentale, ma il rapporto con l’opera d’arte fruita dal vivo è e sarà sempre imprescindibile.

2. REBECCA MOCCIA

Rebecca Moccia. Photo Leonardo Morfini

Durante questa crisi, eliminata ogni distrazione, sono emerse ‒ anche per i più fervidi negazionisti ‒ le gravi problematiche e le contraddizioni strutturali in cui stavamo vivendo.
Siamo finalmente costretti, come art workers, come cittadini, come governi, a riconsiderare che: senza il riconoscimento del Paese o della comunità in cui si opera, per quanto talentuoso o profittevole tu sia, non puoi salvarti da solo; quello che fai non riguarda solo te ed è solo nel contesto in cui il tuo lavoro, la tua vita, la tua azione si colloca che essa assume un reale significato; non c’è nessun luogo, nessuno stato, nessuna città, nessuno spazio espositivo, nessuna immagine, nessuna condizione sociale o economica nella quale puoi sentirti fuori dalle cose, al riparo o immune, dal mondo.
In questo momento, ancora più di prima, mi sono trovata a circondarmi di persone, immagini, testi, in cui distinguo chiaramente non solo un valore artistico o culturale ma anche uno spessore morale. Credo che fossimo in un punto in cui era diventato difficile distinguere cosa fosse interessante davvero rispetto a cosa ci intrattenesse e ho come l’impressione che quello che sta succedendo stia separando di nuovo le cose.

3. CESARE PIETROIUSTI

Cesare Pietroiusti

Mi è sempre sembrato un grande privilegio poter passare molto tempo nello studio. Quando (dopo che ci hai provato abbastanza a lungo) ti convinci di essere un artista, hai una grande opportunità, e una grande fortuna, quella di considerare l’ozio, i pensieri inutili, il gioco con i materiali e con te stesso, come la tua… attività lavorativa. Quindi, da un certo punto di vista, sto vivendo la quarantena come un inatteso dono.
L’altra “persona” che in questo periodo sta ricevendo un incredibile dono è la mia città, Roma. Senza turisti e con i negozi chiusi, riappare con forza una bellezza che si colloca in un tempo/durata denso e stratificato: l’una e l’altro, negli ultimi venti anni, soffocati nelle convulsioni di un tempo/istante schiavistico, superficiale, inutilmente affollato e rumoroso.
Il silenzio sublime di queste serate fa, a tratti, paura. Ma forse ci dice una cosa che, proprio per paura, non sapevamo più pensare. Senza il silenzioso dialogo con la morte, nessun discorso si fa senso e nessuna bellezza si offre, profondamente, all’esperienza umana.

4. LUIGI PRESICCE

Luigi Presicce

Per certi versi sembra di stare in uno di quei film degli Anni Settanta. Tutto era stato previsto e le paure del progresso avevano partorito pestilenze, guerre batteriologiche, scimmie al potere, soia fatta con cadaveri, macchine volanti e ricordi sbiaditi di un pianeta Terra quanto mai florido. Quarant’anni dopo: la Terra resiste ancora, nel mare ci sono i pesci e sulla terraferma sporadiche creature invadono le città deserte. Di macchine volanti neanche l’ombra, della soia non voglio neanche sapere e le scimmie al potere? Saranno gli archeologi del futuro a ricostruire i nostri errori. Dicono che l’aria è più pulita, il cielo è bello dalla finestra, il gatto è spiaggiato al sole… potessi esserlo io a Porto Cesareo.
Trascorro le mie giornate a disegnare o dipingere, non ho letto un solo rigo da quando è iniziata la quarantena. La mia vista è peggiorata e riesco a sfruttare il presente solo lasciando qualcosa di tangibile, a mio figlio soprattutto. Non lo vedo da due mesi, da quando uscire fuori porta è diventato fuorilegge [la testimonianza di Presicce è antecedente al 4 maggio 2020, N.d.R.]. Lo sento tutti i giorni, ma le video chiamate non bastano a colmare la mancanza. Un po’ come l’ideona dei musei online. La pandemia mi ha colto impreparato. Le mostre sono saltate, i master, le residenze, i viaggi a New York, le fonti di reddito procrastinate a data incerta e i creditori spariti nel nulla. Per lo Stato italiano io e l’idraulico siamo la stessa persona. Niente assistenza per l’arte visiva.
L’Italia è in ginocchio, il mondo intero lo è, e nessun Charlton Heston è lì pronto a salvarci. Non mi rimane che stare alla finestra insieme al gatto ad aspettare le macchine volanti passare.

5. PAMELA DIAMANTE

Pamela Diamante

Il fenomeno, l’evento, l’attimo fatale, tutto ciò che inscrivendosi nel tempo e nello spazio altera la percezione antropocentrica, sono da sempre oggetto della mia ricerca.
Si dice che durante una tempesta si può cogliere solo in parte la sua potenza devastatrice, bisogna attendere il consumarsi dell’evento per osservare in maniera analitica le conseguenze; questo vale anche per la nostra condizione, sappiamo solo che dal micro al macro grandi cambiamenti ci attendono. La vertiginosa accelerazione dei processi produttivi dettati dalle pressioni del sistema dell’arte aveva già dato luogo a una crisi valoriale, poiché l’identità dell’opera è spesso stata ridotta a mera mercificazione.
Questa battuta d’arresto, in un momento in cui regna una totale incertezza immaginifica dell’avvenire, deve essere per l’artista l’attimo messianico, redentivo, che trasforma lo choc in chance, bisogna abbattere i vecchi modelli per costruire un’idea di futuro, bisogna assumersi la responsabilità di essere garanti per il futuro dell’arte.
Trovo emblematica la morte di Germano Celant proprio adesso che l’arte necessita di una riconfigurazione del suo rapporto con il mondo, di un nuovo respiro “in cui l’uomo è il fulcro e il fuoco della ricerca, non più il mezzo e lo strumento”.
Adesso possiamo scegliere se limitarci al ruolo di spettatori o essere parte attiva di un cambiamento.

6. SERENA FINESCHI

Serena Fineschi

La domanda è tanto generica quanto complessa. Posso dire che abbiamo finalmente compreso la nostra condizione di precarietà, incertezza e fallibilità e che le cose accadono ‒ comunque e per fortuna ‒ a prescindere da noi.
L’artista vive da sempre questa condizione di provvisorietà ma oggi, se non vogliamo lasciare interamente la produzione del contemporaneo ad altri Paesi, è necessaria la sua affermazione (non solo come figura professionale) all’interno della società che abita diventando parte attiva, con un dialogo aperto e regolare, delle scelte delle varie amministrazioni riguardo alla valorizzazione degli spazi pubblici e la riorganizzazione delle attività museali per la cura e la creazione di un nuovo pubblico consapevole, lento e preparato, con occhi finalmente educati all’arte contemporanea. Abbiamo bisogno di creare sguardi pensanti se intendiamo costruire un altro oggi.
Inoltre, è fondamentale rafforzare il valore degli artisti italiani in ambito internazionale. È indispensabile un nuovo metodo che supporti, sostenga e promuova. L’esterofilia cieca che ci contraddistingue da sempre non ha fatto altro che indebolire, talvolta dimenticare, centinaia di artisti del nostro Paese che lavorano con serietà, impegno e grande qualità.
Il mio lavoro prosegue, gli artisti non smettono mai di lavorare in qualsiasi condizione si trovino.

7. GABRIELE DE SANTIS

Gabriele De Santis

4 domandone e un solo punto interrogativo. Colpo basso. Vi rispondo per ognuna con un video musicale, che esprime meglio di quanto potrei fare a parole quello che penso o meglio quello che sento.

Il mondo

Il nostro settore

Me

Il mio lavoro

8. ALESSANDRO BULGINI

Alessandro Bulgini

Da un sacco di tempo la maggior parte delle persone ‒ distratta da tante cose, dalle confuse informazioni globali, dalla rincorsa alle prestazioni, alla ricerca spasmodica della ricetta per l’immortalità ‒ ha perso contatto col mondo biologico, con il concetto di deperibilità, con l’altrui e propria fine. Questo ha prodotto un malsano sfruttamento, dall’entropia accelerata, di quello che è il sistema mondo. Da ciò, per coloro che conservano ancora lucidità di visione, è chiaro che il tempo sia al limite di svolta, i segnali ci sono tutti.
Il nostro settore, in linea di massima, ha condotto negli ultimi decenni una rincorsa affannosa per non sentirsi da meno rispetto all’efficientismo richiesto dal mondo commercial-globalizzato. Invece di porsi come puntuale e quotidiana guida, il mondo dell’arte ha preferito mettersi a traino, un passo indietro, per ricavarne irresponsabilmente solo briciole.
Le mie scelte da tempo, molto tempo, tentano altro. Mi sono messo in ascolto della strada e ho agito come fossi nella “foresta”, utilizzando il preesistente come forma espressiva, restituendo al preesistente la materia trasformata. Apparentemente una posizione in perdita rispetto all’arte di successo, apparentemente. Da: Opera Viva e il tempo biologico.

9. EVA FRAPICCINI

Eva Frapiccini

Come ogni crisi, questa ha messo in evidenza ciò che andava cambiato e per inerzia o interesse è stato rimandato. Il lockdown ha minato tutte le nostre certezze, e ci ha chiesto di ripensarci, e questo non è in sé per sé negativo, anzi. La domanda è: sapremo cogliere questa opportunità? Penso all’inquinamento che sembra abbia accelerato e aggravato la diffusione del virus, penso alla difficile sostenibilità del mondo culturale in un sistema che non riconosce le professionalità. Discorsi affrontanti da decenni, mai risolti. Chissà che ora non sia il momento per ripensare l’economia globale, quella locale e il nostro modo di lavorare, di vivere. Perché si pensa sempre alle necessità del lavoro, ma ci sono anche quelle dell’esistenza. E non parlo del diritto di vedersi l’ultima serie di Netflix, ma di passare del tempo all’aria aperta, di avere degli affetti a cui dedicarsi. Il sistema liberalista ci ha abituato alla precarietà, mascherandola da libertà, da almeno trent’anni. Sono diventate irrifiutabili condizioni di lavoro sempre più schiavizzanti, perché alla flessibilità dei contratti hanno sacrificato la continuità, la possibilità di costruire e di decidere come farlo. Quindi, se viene meno la prospettiva verso il futuro, che senso ha pensare a come tutelare l’ambiente dove vivo. Se non si sa quanto tempo rimarremo in un luogo, perché prendersene cura? Se non si sa a che serve l’arte, che lavoro porti, perché studiarla? Dobbiamo prendere atto che siamo in bilico a ogni grado, come Umanità, Europa, Paese, Città, e comunità lavorativa. Tutto è relativo a quanto si sia seminato bene nel passato. In questo momento, mi piace pensare all’esempio dell’Argentina. Quando chiusero le fabbriche, gli operai non piansero, le rilevarono facendo cooperative, diventarono loro i padroni di se stessi. Guadagnarono tutti lo stesso e fecero un patto sociale. Si è creato lavoro per tutti. Ecco questo è un esempio vicino a noi, più di quanto lo sia l’Olanda. Sarebbe meglio prenderci le responsabilità di costruire senza protagonismi, e pretendere la dignità di trattamento verso tutti. Diversamente non c’è futuro.

10. ELENA MAZZI

Elena Mazzi. Photo Andrzej Markiewicz

Credo che ognuno di noi potrebbe iniziare a rispondere a certi quesiti che probabilmente, per mancanza di tempo o di necessità, non si è posto in precedenza. Parto da alcune domande che possono sembrare semplici ma che forse non lo sono, o non per tutti.
– Mi va bene?
– Fa bene alla mia comunità?
– Fa bene al pianeta?
Se la risposta è no, è necessario mettere subito in atto un cambiamento, che, come spesso sostengo, può risultare più facile da attuare in momenti di crisi.
Per quel che riguarda il nostro settore, tanti saranno i problemi: nel breve periodo ci saranno meno risorse, meno possibilità lavorative, meno scambio con l’estero. È necessario iniziare a regolamentare i rapporti di lavoro a partire dall’offerta digitale, pensare a come ridistribuire le risorse, riformando e ripensando le logiche dell’intero settore. Tutto questo può avvenire solamente a partire dal riconoscimento delle specificità delle professioni che operano nell’arte contemporanea, a livello nazionale e internazionale. Come artisti, bisogna saper dire NO quando necessario, tornare a indignarsi su sfruttamento e ingiustizie, insieme.

11. GIUSEPPE PIETRONIRO

Giuseppe Pietroniro

I giorni scorrono senza nemmeno rendersene conto, senza percepire fino in fondo l’importanza di ogni singolo momento. Impossibile fermare questo tempo che corre all’interno di uno spazio dilatato e in una condizione di incertezza globale.
Sto imparando ad ascoltare il tempo che accompagna le mie giornate di ozio forzato, che rallenta la costruzione delle immagini e sfoca il concetto stesso del fare. Ci troviamo di fronte a un’occasione importante di cambiamento globale. La storia mi ha insegnato che i grandi cambiamenti socio-culturali sono avvenuti dopo rivoluzioni, guerre ed epidemie. Azzerare tutto per ripartire: ce lo chiede la natura che a gran voce rivendica rispetto, ce lo chiede il sistema economico fatto di convenzioni, ce lo chiede la cultura. L’Italia ha un’occasione straordinaria per ripartire e puntare molto sulla cultura come veicolo economico, affidandosi alle intuizioni delle arti che hanno avuto sempre un ruolo centrale nei cambiamenti culturali. Abbiamo una grande responsabilità con la storia dell’arte e la cultura di questo Paese.

12. VALENTINA VETTURI

Valentina Vetturi

Quando è iniziata la pandemia stavo progettando una mostra dedicata al rapporto tra le tecnologie e la memoria dell’internet. Da un quinquennio dedico una parte sostanziale della mia ricerca d’artista alla digitalizzazione delle nostre vite e questo periodo di pandemia, che ha portato la società a vivere una condizione forzatamente immersiva nella rete, ha costituito un osservatorio, a malincuore privilegiato, per chi si interroga su questi temi. È emersa stridente l’assenza di una alfabetizzazione al digitale e della diffusione delle tecnologie necessarie dovuta anche a sperequazioni sociali, è diventata sempre più evidente l’importanza della propria identità digitale parallela a quella fisica e dei rischi connessi a un uso improprio della tecnologia.
Nel mondo dell’arte c’è stato un proliferare di attività online. Come essere vivente comprendo che una delle possibili reazioni alla paura sia quella della iperattività, un’altra possibile, che per me è stata spontanea in questo momento, è fermarsi a guardarsi e guardare.
Ora nella cosiddetta Fase2, che forse sarà una Fase 1 essendo la prima un marco zero, al netto del lavoro che è stato rimandato a data da destinarsi, come una residenza in Svizzera, conto di continuare a guardare e scoprire come quella mostra che stavo progettando sia stata trasformata da questa esperienza. E conto anche di continuare a guardare e contribuire a quelle iniziative che, in contrasto con la violenza nelle relazioni che spesso scaturisce dai momenti di crisi, sono volte alla messa in comune di relazioni, urgenze e soluzioni.

13. GIAN MARIA TOSATTI

Gian Maria Tosatti

Io continuerò a fare il mio lavoro. Non cambierà molto. Lo farò col solito rigore e la solita serietà. C’è molto da fare e il tempo di una vita è poco. L’opera da compiere è così più in là delle nostre forze. Noi artisti possiamo solo mantenere la concentrazione e andare avanti, nonostante tutto. Ecco. Sì. Forse è questo che deve cambiare. Il “nonostante tutto”. Cioè tutto. Tutto tranne l’unica cosa che conta: l’opera d’arte e l’intelligenza critica, le due cose meno tenute in conto da che ho iniziato a fare questo mestiere, ormai quindici anni fa.

14. EUGENIO TIBALDI

Eugenio Tibaldi. Photo Lorenzo Morandi

Questa vicenda COVID-19 nella “Fase 1” ha distrutto le poche sicurezze che tenevo strette fra le mani, portandomi a uno spaesamento senza precedenti. Mi sono allora rifugiato nel mio spazio interiore, aggrappandomi alle mie manie. L’esterno vacillava, forse i miei progetti non sono così brillanti, di certo non necessari. Il sonno si è ridotto sempre di più e la notte nel silenzio della città sentivo che qualcosa si muoveva… piccoli tarli stavano scavando dentro di me minando le mie certezze.
Così mi sono messo alla caccia, quei maledetti animaletti dovevano essere sconfitti quanto prima. Ho preparato degli appostamenti degni di Will Coyote, li attendevo all’uscita delle loro caverne. Ma loro sono furbi! Percepivano la mia presenza, non uscivano. Allora ho ridotto la mia dimensione e sono entrato all’interno. Dentro ai cunicoli la prospettiva cambia radicalmente, procedendo fra i caleidoscopici percorsi mi sono sentito come Walter Benjamin di fronte alla Napoli porosa, una città espansa che amplifica gli spazi, li raddoppia scavando fra le fondamenta del suo stesso corpo. E allora ho smesso di cacciare gli invasori, anzi la notte il loro lavorio mi fa compagnia, mi fa pensare che non sono solo, che all’interno di me il lento processo di interazioni-adattamenti continua a modificarmi, mettendo a rischio ogni volta il palinsesto passato.
Io di proposte non ne ho, né soluzioni intelligenti: per me, tantomeno per il nostro settore o per il mondo. Così proprio ieri notte ho pensato che forse la “Fase 2” si cela proprio lì, nella capacità e nella voglia di mettere a repentaglio ciò che di più caro avevamo costruito per immaginare una costruzione altra, più vicina al momento che viviamo, aperta e tollerante in grado di accettare il fallimento come crescita.

15. GIUSEPPE STAMPONE

Giuseppe Stampone

In questo momento ho ripreso a lavorare sul tema dell’acqua, è intorno a questo elemento che vorrei rispondere alle domande del presente. Stiamo vivendo un Tempo di mutazione epocale; e dunque riprendo l’immagine terribile e insieme salvifica del “Diluvio Universale”. Diluvio Universale non percepito come catastrofe naturale, ma come condizione necessaria per purificare il mondo da questa gabbia prospettica che ci ha tenuto dentro per 500 anni. Finalmente il COVID-19 ci ha resi liberi. Mi pare che il ricorso all’immagine del Diluvio Universale suggerisca che la trasmutazione dei valori umani possa accadere in un tempo breve, una volta realizzata la catastrofe dei linguaggi alfabetici e delle prospettive rinascimentali, ecco allora che i sensi liberati dalla modernità – nazionalista, classista, militarista, imperialista e individualista – potrebbero suggerire il ricostituirsi di una autenticità umana aperta ed espansa, liberata dai vincoli del Potere. Dove sarebbe qui la rottura con le utopie moderne che hanno fatto da motore alle loro strategie? Come potremmo uscire dal legame funzionale tra le politiche moderne e le loro estetiche? Non a caso persino McLuhan – in grande anticipo sulle attuali retoriche neorinascimentali della città creativa di Richard Florida – ha spesso preconizzato un mondo post-alfabetico in cui il sapere dominante sarebbe diventato proprio la creatività degli artisti. Se davvero siamo nell’avvento di una nuova creatività – dal basso o dall’alto che sia ‒ questo potrà accadere soltanto se avrà contenuti tali da non potere avere più alcun riferimento all’Arte. Finalmente liberi! Il mondo dell’arte e non solo pre COVID-19 non esiste più e per la fortuna dell’umanità non tornerà mai più. È arrivato lo tsunami, l’onda anomala purificatrice che ha rotto gli argini. Ora abbiamo due scelte: o facciamo surf cavalcando l’onda anomala oppure cadiamo nelle profondità delle acque dell’informazione.

16. STEFANO ARIENTI

Stefano Arienti. Photo Gino Di Paolo

Era abbastanza inevitabile che ci saremmo ritrovati in una grande pandemia, è solo la nostra Memoria corta che ce lo aveva fatto dimenticare, del resto la grande epidemia di influenza “spagnola” (decine di milioni di morti) è solo di un secolo fa. Mi aspettavo che questo attuale ciclo storico sarebbe terminato, e mi chiedevo quando sarebbe successo e in che modo. Non potevamo andare avanti così: denaro, consumi, intrattenimento e turismo come beni supremi; esaurendo risorse e senza ridistribuire ricchezza e istruzione. È finalmente l’occasione, da non sprecare, per prenderci cura del nostro ambiente, della nostra comunità, e migliorare tutti i sistemi di movimento, produzione e consumo che riguardano persone e cose, portandoci verso un mondo più sostenibile ed equo. Mi auspico una presa di coscienza verso l’Unione Europea, che non sia solo un traguardo o una stampella fra economia e politica, ma sia prima di tutto un progetto culturale. Siamo le democrazie più avanzate e abbiamo l’eredità dell’Umanesimo, dobbiamo sentirne la responsabilità. Mi piacerebbe che anche il mio settore ne sentisse l’urgenza. Nel nostro piccolo ci aspetta un periodo senza dubbio difficile, ma che toccasana, un impoverimento che ci renda più essenziali e veri. Con un rinnovato interesse all’arte dal vivo e dal vero, che sia digitale o in galleria o in piazza, e pazienza se avremo meno inaugurazioni, fiere e record d’asta.

Dati correlati
AutoriGiuseppe Stampone, Elena Mazzi, Marco Strappato , Rebecca Moccia, Cesare Pietroiusti, Luigi Presicce, Pamela Diamante, Serena Fineschi, Gabriele De Santis, Eva Frapiccini, Alessandro Bulgini, Giuseppe Pietroniro, Valentina Vetturi , Gian Maria Tosatti, Eugenio Tibaldi, Stefano Arienti
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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.