Morto Claudio Olivieri. Il ricordo dell’artista di Renato Barilli

Lo storico e critico d’arte Renato Barilli racconta il pittore Claudio Olivieri. E la sua arte che sapeva quasi essere plastica….

Claudio Olivieri
Claudio Olivieri

Purtroppo un altro mio coetaneo se ne è andato, Claudio Olivieri, più anziano di me di appena un anno, col suo 1934 di nascita contro il mio 1935, e dunque mi resta solo, come già in tanti altri casi, di rivolgergli un commosso canto funebre. Ero molto legato a lui, mi piaceva il suo temperamento impulsivo, pronto alla polemica, perfino irosa, e magari anche contro di me, ma già con qualche amicizia in comune come quella che ci legava a Antonio Porta, uno dei “novissimi”, e purtroppo il primo ad averci lasciato. A dire il vero in arte ci poteva essere una barriera a dividerci, in quanto lui militava dalla parte di una “pittura analitica”, come risulta anche dall’accurata scheda critica che su queste colonne gli ha dedicato Santa Nastro, roba quindi da lasciare al mio amico, collega, e nello stesso tempo rivale, Filiberto Menna, come è ben noto principale sostenitore di una linea analitica.

L’OPERARE DI OLIVIERI

A me invece già quella parola suscita un moto di fastidio, io sono per la sintesi, che mi sembra la nota dominante del nostro tempo, auspici i migliori filosofi, magari riservati a un mio culto solitario, come Henri Bergson, ma anche un teorico, matematico, fisico dei maggiori, Albert Einstein, ci avverte che, per la presenza e onnipotenza del campo elettromagnetico, le rette e gli angoli ortogonali non possono esistere nello spazio, dove invece tutto si incurva, si flette. Per questa ragione i vari Verna e Pinelli non mi hanno mai avuto tra i loro sostenitori. Ma allora, come la mettiamo con Olivieri? A veder bene, lui immetteva nello spazio della tela una specie di sostanza aerea, gassosa, schiumosa, perfino ribollente, che andava a colpire i bordi del dipinto, avvertendoli però come un ostacolo innaturale contro cui rimbalzare, rientrare su se stessa affissandosi. Insomma, pur nel rispetto di una stesura piana, Olivieri sapeva essere quanto mai plastico, dominato da una forza che lo avrebbe spinto a uscir fuori dai confini, a invadere lo spazio libero e aperto.

UN PITTORE “PLASTICO”

E almeno in un caso lo seppe fare alla grande, ciò accadde quando sul finire degli anni ‘70 io fui chiamato dal sindaco di Milano Carlo Tognoli, che resta il più amato dai cittadini ambrosiani, a far parte di una commissione per programmare le mostre del Comune.  Nel ’79 adocchiai, in Palazzo Reale, l’esistenza di un secondo piano fatto di tante stanzette, allora banalmente occupate da uffici (ora vi si prolunga una lingua del Museo del Novecento), ma che si prestavano magnificamente per svolgervi una mia tesi dialettica, secondo cui la pittura poteva saltar fuori dalla superficie e invadere l’ambiente. La mostra fu proprio intitolata “Pittura ambiente”, e vi ebbi accanto lo straordinario talento di Francesca Alinovi, destinata a sparire pochi anni dopo. Vi invitai anche Olivieri, purché accettasse di far forza alla sua natura, o forse meglio ad assecondarla, una volta tanto, riuscendo a frequentare la terza dimensione. L’artista svolse  molto bene il compito, ispirandosi ai “Mobiles” di Calder, ovvero collocando nello spazio tanti elementi esili, aerei, dove una ghiotta e intensa cromia si accompagnava a una disinvolta mobilità. Devo dire che in seguito Olivieri non sviluppò quella soluzione, preferì rientrare nelle due dimensioni, ma sempre col dinamismo che gli era caratteristico, come un prigioniero che si avventa sulle sbarre contorcendole. Almeno per una volta, era riuscito davvero a infrangerle e a muoversi all’aperto. Ma io lo accettai anche in quel suo rifluire nella gabbia dorata, che d’altra parte aveva assunto liberamente, forse per mettere meglio alla prova la sua esuberanza, che lo portava irresistibilmente a superare le misure prudenti e caute dell’analisi per giungere a una sintesi turbinosa, movimentata, esuberante.

Renato Barilli

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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.