Occhi puntati sulla Romania. Una collettiva a Roma

La Fondazione, Roma – fino all’11 gennaio 2020. Geta Brӑtescu, Adrian Ghenie, Ciprian Mureşan e Şerban Savu sono i protagonisti della collettiva curata da Pier Paolo Pancotto negli spazi della neonata Fondazione.

Serban Savu, The City is Being Built and Flourishes, 2017. Mircea Pinte Collection, Cluj
Serban Savu, The City is Being Built and Flourishes, 2017. Mircea Pinte Collection, Cluj

Il suo nome può apparire un filo assertivo: la fondazione costituita da Nicola del Roscio, dedicata alla memoria di Cy Twombly, si chiama La Fondazione, e ha sede in un suggestivo spazio situato sotto la galleria Gagosian, in via Francesco Crispi. Ha inaugurato il 20 settembre con una collettiva, curata da Pier Paolo Pancotto, che riunisce le opere di quattro artisti rumeni di generazioni diverse: Geta Bratescu, Adrian Ghenie, Ciprian Mureşan e Şerban Savu. Si tratta di un luogo particolare, un ex garage che ricorda i loft degli Anni Sessanta, volutamente lasciato grezzo con gli impianti a vista senza pesanti ristrutturazioni: nonostante il soffitto non troppo alto, le opere sono allestite con cura e si leggono in maniera agevole, all’interno di un percorso circolare che segue la configurazione dello spazio in modo libero e fluido, scandito soltanto dal ritmo dei pilastri architettonici. “Avevo in mente questa mostra da diversi anni, e aspettavo l’occasione per realizzarla”, spiega Pancotto, curatore de La Fondazione ‒ “soprattutto per raccontare le trama di relazioni che intercorre tra gli artisti, basata su anni di amicizia e frequentazione tra di loro e con Geta Bratescu, che lavorava in silenzio per decenni ma era considerata un punto di riferimento fondamentale per i giovani artisti in Romania”.

LA MOSTRA

Allestita con precisione e consapevolezza, la mostra sfrutta in maniera sapiente la configurazione dello spazio ed è incentrata su un dialogo tra le diverse opere a parete con le sculture e le proiezioni video, tra le quali spiccano le performance di Bratescu, che abbiamo già avuto occasione di vedere nel 2017, sia alla Documenta di Kassel che nel padiglione rumeno della Biennale di Venezia. Il posto d’onore nella mostra spetta a Ciprian Mureşan, autore delle grandi sculture al centro dello spazio e di alcune opere a parete, dominato da una sorta di ossessione per le immagini tratte dalla storia dell’arte, che rivivono in una sovrapposizione di segni sotto forma di lastre tipografiche che costituiscono il piano di alcuni banchi scolastici, in una delle opere più forti e poetiche della collettiva.

Geta Bratescu, Doamna Oliver în costum de călătorie, 1980 2012. Photo Mihai Brătescu. Collezione Privata, Bucarest
Geta Bratescu, Doamna Oliver în costum de călătorie, 1980 2012. Photo Mihai Brătescu. Collezione Privata, Bucarest

GLI ARTISTI

Il filo della memoria, teso tra passato e presente, unisce i dipinti di Adrian Ghenie e Şerban Savu. Mentre il primo lavora sulla stratificazione di immagini legate alla storia recente della Romania, che a volte si fondono fino ad assumere forme distorte e drammatiche, il secondo predilige una figurazione legata al quotidiano, di sapore quasi metafisico, che determina una sospensione temporale resa attraverso una gamma di colori plumbei, vicina al clima dei nostri Valori Pastici. Intensi e poetici i lavori grafici e fotografici di Geta Bratescu, in pieno rispetto della cultura modernista e femminista degli Anni Sessanta e Settanta, ma dotati di una forza compositiva di notevole consapevolezza concettuale. Interessante anche l’idea di proporre le opere di Mateusz Choròbski, classe 1987, che ha lavorato su frammenti di elementi architettonici dello spazio, trasformati in sculture di matrice poverista. Una buona proposta per uno spazio che potrebbe essere in futuro interpretato anche da un unico artista, con soluzioni di sicuro interesse.

Ludovico Pratesi

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