Prendere a morsi l’accidia

È quello che deve fare l’arte. Scrollandosi di dosso la tendenza a dire “sì” in maniera ingiustificata. E a non opporsi, restando in silenzio.

Ernesto Tatafiore. Exhibition view at CasaMadre Arte Contemporanea, Napoli 2019. Photo Carmelania Bracco
Ernesto Tatafiore. Exhibition view at CasaMadre Arte Contemporanea, Napoli 2019. Photo Carmelania Bracco

L’arte che sta in piedi su una sedia, ritta al centro della sala, si sbaglia. Pensa di potere imporsi, di poter guardare tutti dall’alto e di entrare dentro le persone. Illusa. E vuota, si gonfia il petto e solleva la testa sugli uomini, guardandoli appena, con sufficienza, con gli angoli della bocca sollevati in un sorriso che è tutto tranne che benevolo. È bella, coi vestiti ampi e ricamati, con quell’aspetto curato nei minimi dettagli, programma anche le macchie di pittura che devono cadere esattamente su questo o su quel punto dei calzoni. È bella, con quell’aria di chi se ne intende, di chi ne capisce ‒ di qualcosa, non importa cosa ‒ e con le sopracciglia aggrottate di chi non svela tutto di sé, di chi è misterioso e interessante e seducente e silenzioso, che non ti lascia intuire la sua posizione in merito alle cose, che devi sempre consultare per un parere, su tutto, come se tu fossi sempre in difetto, come se tu non sapessi distinguere ciò che vale da ciò che è gonfiato e che è in una determinata posizione perché è stato qualcuno a metterlo lì. Una sorta di nepotismo artistico che non riusciamo a scrollarci di dosso, che è cominciato secoli fa e che, nonostante oggi esista in maniera più sfacciata, palese, continuiamo a difendere nei nostri silenzi, nel suono dei brindisi ai vernissage, nelle scie dei profumi che ci lasciamo alle spalle, nei sorrisi che fanno male alle guance, nei rumori sovrapposti dei tacchi che echeggiano nelle stanze vuote che in realtà dovrebbero essere riempite dalle opere, dalle persone vere, dalle storie, dalle idee.

Museo di Capodimonte, Napoli, luglio 2019. Photo Carmelania Bracco
Museo di Capodimonte, Napoli, luglio 2019. Photo Carmelania Bracco

SMETTERE DI DIRE SÌ

Smettila di dire di sì alle cose che non ti piacciono perché lo sappiamo che sono vecchie e piacciono solo ai vecchi. Smettila di dire di sì all’arte che non ha ragione di esistere, che non parla la lingua del nostro tempo, che sta lì e non innesca nulla in ciò che tu sei, ma che anzi, ti dà ragione. Smettila di dire di sì alle cose che ti piacciono e tu le guardi e sai ciò che già sapevi, che si lasciano guardare e fotografare e che sono belle da pubblicare sui social e suscitano invidia e ti rendono più figo se assecondi la loro vanità. Usiamo gli specchi per studiarci, non per travestirci. Che poi si vede quando mentiamo, si vede quando non crediamo davvero in qualcosa, quando non abbiamo argomenti e non ci arrabbiamo quando veniamo chiamati in causa e ci facciamo sputare addosso. Rimanere in silenzio e assorbire è un reato, la cosa più meschina che abbiamo imparato a fare contro noi stessi. Essere accondiscendenti è reato. Non sapere imporsi, urlare alle volte, imprecare anche, litigare, sbattere, vomitare la verità in faccia a chi continua a manipolare gli altri nelle proprie menzogne. Non siamo in debito verso nessuno, non c’è bisogno di chiedere scusa per la nostra intelligenza, per il fatto che la pensiamo diversamente e che tutto ci fa schifo. Non dobbiamo nulla a nessuno e nessuno ci deve qualcosa. E poi non dobbiamo essere sempre diffidenti. Non scontrosi, non incazzati quando non serve, non volgari se vogliamo trasmettere idee elevate. Non precipitosi, non affrettati. Non tristi, non disinteressati.

Rimanere in silenzio e assorbire è un reato, la cosa più meschina che abbiamo imparato a fare contro noi stessi”.

Appoggiamo i piedi per terra, prima i talloni e poi le piante. Allarghiamo le dita e sentiamole tutte, nelle scarpe, una alla volta. Alluceillicetrillicepondoloemellino. Solleviamoci sulle mezze punte, facciamo schioccare le caviglie e poi scendiamo di nuovo. Non è vero che sotto il pavimento la vita è finita. Anche sopra il pavimento, nel cielo, la vita esiste da millenni e non è mai la stessa. Davanti a te, intorno a te, sotto i tuoi piedi, sopra la testa, il mondo. Che respira, che ha il fiato pesante quando dorme. Respira, esiste e vuole essere presente, vuole vivere perché lo merita e sì, tutti meritano di vivere, anche quelli che non sanno ancora reagire alla mediocrità, ma che la inglobano e arrivano a sciogliersi assieme alla stessa. L’Arte è quella cosa lì, quella forza che prende a morsi l’accidia, che ci cammina sotto i piedi e che guardiamo negli occhi e che una volta che lo abbiamo fatto ci avvolge, anche se poi ci accorgiamo che lo stava facendo già, che ci stava già avvolgendo e che non aveva, non ha senso rifiutarla, allontanarla, respingerla, fingerla. Sotterranea, fa il suono che fa l’acqua che corre e ha la sua stessa trasparenza e il suo stesso impeto, sa dove deve andare ‒ e può andare dappertutto ‒ può inondare le persone e renderle fertili, come farebbe il limo sui fianchi morbidi della terra.
L’Arte si rivela, alla fine, perché è la stessa cosa della verità e la verità è ciò che più vicino c’è alla vita.

Carmelania Bracco

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Carmelania Bracco
Carmelania Bracco (1997), laureata nel 2018 in Decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Foggia con una tesi sperimentale sul postmodernismo, frequenta il Biennio di Decorazione Arte Ambientale. È interessata all'arte contemporanea e al rapporto che essa intrattiene con la scrittura. Nel 2018 ha partecipato alla Terza Notte di Quiete, progetto sostenuto da ArtVerona.