Polemica per l’allestimento de l’Ellissi di Nicola Carrino in Pinacoteca a Bari

L’opera del 1983 – acquisita nel 1986 – è finalmente esposta nel percorso permanente della Pinacoteca Metropolitana. Ma è stata allestita su un basamento che ne altera completamente il senso. Perché?

Le Ellissi di Nicola Carrino
Le Ellissi di Nicola Carrino

Scultura è operazione del mutare, strumento indispensabile del continuo occupare e dimensionare lo spazio“, sosteneva Nicola Carrino (1932-2018). Già, lo spazio. Chissà cosa avrebbe pensato l’artista se avesse fatto in tempo a visionare l’imbarazzante (e assolutamente deviante) installazione della sua Ellissi 1/83 in una sala della Pinacoteca Metropolitana di Bari, dove l’opera è stata maldestramente collocata su un basamento alto circa 30 cm dal pavimento, modificandone così totalmente non solo la percezione, ma alterandone il senso, riducendola a un grande soprammobile da osservare distrattamente nel già complesso allestimento della collezione permanente.

LA STESSA BASE PER PASCALI

È la stessa base, ahimè, su cui in anni recenti abbiamo – nostro malgrado – potuto osservare un capolavoro della scultura italiana del secolo scorso, 9 mq di pozzanghere di Pino Pascali (attualmente in prestito alla Fondazione Pascali per la mostra Pino Pascali: dall’Immagine alla Forma presso Palazzo Cavanis), di proprietà della Pinacoteca, lì collocate per ragioni “conservative”, come se l’uso di adeguati distanziatori non invadenti rispetto alla lettura dell’opera non avrebbe potuto garantirne la sicurezza. Eppure parliamo di sculture che hanno oltre trent’anni, non proprio di esperienze legate alla stretta contemporaneità di difficile musealizzazione. Ma tant’è… La scultura non è produzione di oggetti, ma comunicazione di pensiero. In questo l’oggetto è indispensabile”, definiva con il suo consueto rigore l’artista tarantino, fondatore del Gruppo Uno e teorico sofisticato, fino agli ultimi mesi della sua vita, del rapporto osmotico tra la forma della scultura e la dialettica relazione con lo spazio in cui agisce. È questo il modo di valorizzare uno dei padri nobili della scultura contemporanea? Si rende così un omaggio a un artista, tra l’altro originario del territorio, o si obbliga il pubblico a fraintendere, ancora una volta, la portata della sua indagine? Proprio un anno fa su queste colonne si denunciava il degrado costante a cui è destinato uno dei suoi interventi urbanistici più pregnanti, Piazza Fontana nella sua Taranto, opera paradigmatica grazie alla quale aveva potuto tradurre in tridimensione uno dei suoi principi primari: “La scultura non ha solo il diritto di abitare gli spazi urbani, ma ha il dovere di essere abitabile, di rispondere cioè ad un uso se non proprio ad una funzione possibile”. Un mantra.

Pino Pascali, 9 mq di pozzanghere, 1967. Pinacoteca della Città Metropolitana, Bari
Pino Pascali, 9 mq di pozzanghere, 1967. Pinacoteca della Città Metropolitana, Bari. Allestimento a Palazzo Cavanis, Venezia

“NON SAPPIAMO DOVE METTERLA”. IL PUNTO DI VISTA DELLO STORICO DELL’ARTE DEL MUSEO

L’Ellissi 1/83 è stata collocata in quella guisa sotto la responsabilità di Clara Gelao, all’epoca direttrice della Pinacoteca Metropolitana di Bari, circa sei mesi fa. Si credeva che fosse una collocazione temporanea, che nel giro di qualche giorno sarebbe stata adeguata alle esigenze dell’opera di Carrino, e invece è ancora lì. Studiosa di Rinascimento e pittura e scultura dell’Otto e primo Novecento di area meridionale – a cui ha dedicato mostre e pubblicazioni fondamentali (sono disponibili nel bookshop del museo) –, l’ex direttrice, evidentemente, è responsabile anche della collocazione, su quella terribile base, delle Pozzanghere di Pascali, oggi in mostra a Venezia per un evento collaterale della Biennale, promosso da Regione Puglia e Fondazione Pascali, dove l’opera è invece in mostra come merita. Per Giacomo Lanzillotta – storico dell’arte della Pinacoteca –, raggiunto telefonicamente da Artribune, “Si soffre per la mancanza di spazi e non sappiamo dove collocare quella base che abbiamo dovuto installare perché la gente rischiava di camminare sul Pascali. È una base ingombrante, personalmente non la considero calzante, d’altronde non ebbi parola in quel progetto di allestimento. Ma c’è anche un problema di natura pratica e di carattere amministrativo: la base è stata pagata dalla Pinacoteca e di questo va tenuto conto”. Perciò l’opera di un artista fondamentale è destinata a una lettura impropria perché ormai i soldi pubblici per l’acquisto della base sono già stati spesi? Ma è lo stesso Lanzillotta ad annunciare che “Entro due anni dovremmo provvedere al riadeguamento dell’allestimento, mentre l’opera di Carrino tornerà nei depositi quando terminerà la mostra su Pascali in corso a Venezia”.

IL PUNTO DI VISTA DI GIUSEPPE APPELLA

Per lo storico dell’arte – specializzato proprio nello studio della scultura contemporanea – Giuseppe Appella, tra l’altro amico per lunghi anni dell’artista, “Anche per Nicola Carrino, visto l’allestimento del suo Costruttivo ellissi nella Pinacoteca di Bari e le condizioni in cui versa Piazza Fontana, Taranto, Costruttivo 1/71 C, vale l’espressione Nemo propheta in patria. Almeno fino a quando il mercato non lo porterà ai valori degni di un lavoro che, all’insegna di “Scultura e progetto. Costruttivi / Decostruttivi / Ricostruttivi” rappresenta una precisa e originale linea di ricerca nell’arte del secolo appena trascorso. Un linguaggio”, prosegue Appella, “in cui si fondono esigenze di modernizzazione dei processi costruttivi e adesione alle proposizioni del mondo classico quale veicolo per produrre bellezza e suscitare emozioni”.
Lo studioso specifica anche un altro aspetto fondamentale: “Agli allestitori della Pinacoteca mi fa piacere ricordare che la prima apparizione della scultura fu in un intervento alla Galleria Primo Piano, nel 1985. Il Costruttivo ellissi, rilievo trasformabile, era steso su una parete bianca della galleria. Altro, quindi, che più basi accorpate utili solo per annullare gli elementi dinamici, ritmici, che connotano l’opera”.
Sarebbe opportuna, per Carrino, un omaggio adeguato proprio nella regione in cui è nato e si è formato, destinato alla valorizzazione della sua ricerca e alla divulgazione della sua opera. Ma questo ennesimo scivolone, in effetti, scoraggia. E scoraggia anche il silenzio di chi, fuori dal museo, dovrebbe vigilare su questa e altre storie simili, in città e non solo. 

Lorenzo Madaro

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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro (1986) è curatore d’arte contemporanea e docente di Storia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Lecce. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È critico d’arte dell’edizione romana de “La Repubblica” e collabora con Robinson e Artribune. Tra le mostre recenti curate, "Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro" (Galleria Fabbri, Milano, 2019); "‘900 in Italia. Da De Chirico a Fontana" (Castello di Otranto, 2018); "To Keep At Bay" (Galleria Bianconi, Milano 2018); "Spazi igroscopici" (Galleria Bianconi, Milano 2017); "Mario Schifano e la Pop Art italiana" (Castello Carlo V, Lecce, 2017); "Edoardo De Candia Amo Odio Oro" (Complesso monumentale di San Francesco della Scarpa, Lecce, 2017); "Natalino Tondo Spazio N Dimensionale" (Galleria Davide Gallo, Milano, 2017); "Andy Warhol e Maria Mulas" (Castello Carlo V, Lecce 2016). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce.