Si può definire “biennale” una rassegna artistica che dura cinque anni? In Scandinavia giurano che si può fare. E lo motivano in questo modo. Direttamente dalla Norvegia, intervista con i curatori della prima osloBIENNALEN 2019-2024.

Weekend inaugurale per la prima edizione della Biennale di Oslo. Che però dura cinque anni, fino al 2024, e mette in questione proprio il format biennale. Lavorando sull’idea di “tempo” e uscendo decisamente dai luoghi deputati tradizionalmente all’arte. Per capirci qualcosa di più abbiamo parlato direttamente con i curatori nella capitale norvegese, sotto una pioggia battente. Ecco le risposte di Eva González-Sancho Bodero e Per Gunnar Eeg-Tverbakk.

Nel vostro statement, una grande rilevanza è assegnata ai timeframes nei quali le opere d’arte vengono proposte al pubblico. Ci spiegate meglio questa questione?
Il concept curatoriale alla base della prima edizione di osloBIENNALEN 2019-2024 è assistere la filiera produttiva dell’arte progettando una serie di processi o strumenti di lavoro come se fosse una struttura curata, adattata al pensiero, all’ideazione e alla realizzazione richiesta dalla produzione artistica nello e per lo spazio pubblico.

Una filiera peculiare per l’arte pubblica, intesa come arte nello spazio pubblico?
Lavorare nello spazio pubblico richiede tempi e strutture di produzione molto diversi, che rispondano alle condizioni e alle temporalità instabili e mutevoli dello spazio pubblico e al fatto che le opere vanno incontro a gruppi diversi e casuali di passanti.

Questo concept generale come ha impattato sulla progettazione della osloBIENNALEN?
È proprio per questo che la Biennale si svolgerà in cinque anni, dal 2019 al 2024, con un programma in continua evoluzione di artisti e progetti, tra cui opere d’arte nuove e già esistenti, con tempi, ritmi e durate diversi. Questo significa lavorare su una nuova produzione, riflettendo su ciò che già esiste o ha avuto luogo, operando al di là delle definizioni correnti di temporalità e permanenza, produzione e partecipazione, progressione, interruzione e/o attivazione dello spazio pubblico. Invitiamo gli spettatori a esplorare lo spazio pubblico di Oslo e la sfera pubblica attraverso la produzione e l’esposizione di opere d’arte che interagiscono con la città, con il suo passato, presente e futuro.

Hlynur Hallsson, This is Oslo, 2019. Photo Marco Enrico Giacomelli
Hlynur Hallsson, This is Oslo, 2019. Photo Marco Enrico Giacomelli

Chiaramente queste premesse non si traducono in una serie di sculture allestite nelle piazze…
Abbiamo promosso pratiche artistiche che attraversano i confini, che oltrepassano il campo delle arti visive per attraversare altre discipline – letteratura, teatro, danza o cinema –, che a volte coinvolgono un gran numero di agenti nella loro produzione e visualizzazione. Lavori che richiedono estensioni specifiche nel tempo e nello spazio e che non sono vincolati a un singolo sito, ma in molti casi raggiungono posizioni multiple o diluite e raramente si manifestano entro un breve periodo di visualizzazione. La sfida è di adattare l’istituzione pubblica in modo che sia in grado di sostenere questi tipi di arte e pratica artistica.

E così torniamo alla questione del timeframe.
È necessario un quadro di produzione e una durata, in grado di supportare la decisione del curatore di lavorare con opere che si dispiegano in tempi specifici e di mettere in discussione le situazioni in cui operano, in contesti che traboccano il tempo/gli spazi istituzionali convenzionali. Sono opere caratterizzate da immaterialità, co-paternità, coproduzione, lunghi tempi di produzione e visualizzazione che possono essere ricorrenti, intermittenti o ciclici.

Il fatto che la prima Biennale di Oslo si svolga dal 2019 al 2024, dunque nell’arco di cinque anni, è una scelta a stretto contatto con il discorso sul timeframe. Sia perché la formula della grande mostra ogni due anni è quella più diffusa (in Europa fa eccezione soltanto la Documenta di Kassel) sia perché nella maggior parte dei casi si tratta di manifestazioni che hanno un picco di pubblico nei primissimi giorni e poi restano poco visitate (qui l’eccezione più notevole è la Biennale di Venezia). Adottare il format della Biennale per poi “stressarlo” temporalmente è uno dei vostri obiettivi?
Assolutamente sì. Il periodo di tempo di cinque anni è un format di produzione e presentazione combinato. Il format offre agli artisti e al pubblico la possibilità di ripensare a ciò che può essere l’arte nello spazio pubblico e a quando può essere.

Gaylen Gerber, Support, n.d. Acrylic paint on barracks, German, Oslo, 1940 1945. Dimensions vary with installation, 2019 ongoing. Photo Marco Enrico Giacomelli
Gaylen Gerber, Support, n.d. Acrylic paint on barracks, German, Oslo, 1940 1945. Dimensions vary with installation, 2019 ongoing. Photo Marco Enrico Giacomelli

Il numero di artisti è abbastanza ridotto e suddiviso in due tranche iniziali, a maggio e ottobre.
In genere si tende a valutare i numeri. Da parte nostra, abbiamo invece privilegiato il tempo – il tempo che possiamo offrire agli artisti per lavorare, per pensare – nella particolare cornice di lavoro dello spazio pubblico. Il tempo che possiamo dedicare a loro – agli artisti. Il tempo che è necessario per lavorare in una città. Piuttosto che proporre una lista di centinaia di artisti, vogliamo dare agli artisti la possibilità reale di lavorare e farlo in condizioni ottimali – pagati, aiutati. Vogliamo anche operare in un altro modo con programmi di sensibilizzazione pubblici legati alle opere prodotte e ad altri aspetti legati alla Biennale: le collaborazioni con altre istituzioni, individui, contesti …
Perché dovremmo determinare la pertinenza di una proposta artistica in termini di ampie liste di artisti? Questa Biennale sta mettendo al servizio degli artisti, del pubblico e di una città un’altra economia in atto; un’economia che deriva dall’impegno per il tempo di lavorare, vedere, avvicinarsi ed essere avvicinati… pensare e costruire un pensiero critico.

Non ci sono “artistar” in questa Biennale. Una conseguenza forse logica rispetto al discorso che state facendo.
È vero, l’elenco degli artisti non include il tipico “artistar”. Potrebbero apparire più tardi. Intanto prestiamo maggiore attenzione ad artisti e opere.

Michelangelo Miccolis è l’unico artista italiano (o meglio: italo-messicano) invitato. Però la Biennale di Oslo si può dire che sia iniziata a Milano con una performance di Marianne Heier a Brera. Potete raccontare ai nostri lettori di cosa si è trattato?
Marianne Heier ha studiato e vive a Milano e Oslo. Il suo lavoro è spesso collegato alla tradizione della Institutional Critique, ma emerge dall’impegno personale e dall’esperienza vissuta, piuttosto che da una pratica calcolata e strategica. Le questioni relative all’economia e alla circolazione dei valori sono centrali per tutta la pratica di Heier, che mette in discussione l’ovvio e invita a elaborare altre interpretazioni e possibilità. Il risultato è presentato come performance, installazioni, testi e altri tipi di intervento spaziale. Per osloBIENNALEN 2019-2024, ha creato una performance che abbiamo co-curato con Alessandra Pioselli ed è stata prodotta in collaborazione con studenti e dipendenti della Project School di Oslo.

Qualche dettaglio in più sulla sua performance?
And Their Spirits Live On è iniziata con una prima performance tra le copie in gesso all’Accademia di Brera, dove ha studiato Heier. Sarà replicata per osloBIENNALEN negli spazi vuoti della banca che fino a poco tempo fa ospitava il Museum of Contemporary Art. La performance attira l’attenzione sul potere potenziale di queste figure e prende la forma di una visita guidata al museo in cui lei assume il ruolo di guida, situando le sculture in gesso in storie più ampie. Usando testi tratti dalla mitologia classica e movimenti di resistenza politica, mostra le possibilità potenzialmente radicali delle sculture. La mitologia da cui sono tratte queste figure classiche è piena di critiche al potere, alle questioni di genere e alla politica dell’identità, e forse suggeriscono un bisogno di coraggio civile nel clima politico dei nostri tempi.

osloBIENNALEN 2019-2014. Lo studio di Marianne Heier. Photo Marco Enrico Giacomelli
osloBIENNALEN 2019-2014. Lo studio di Marianne Heier. Photo Marco Enrico Giacomelli

Il 27 maggio, dopo l’opening weekend, è in programma un convegno. Di cosa si parlerà? Perché ritenete importante un momento di riflessione nel quadro della Biennale?
osloBIENNALEN 2019-2024 propone un nuovo modello di biennale, un progetto quinquennale in evoluzione, che lavora con arte e artisti nello spazio pubblico e nella sfera pubblica, basato su quattro concetti e strutture: Produzione artistica in una località; Affrontare la miriade; Nuove ecologie istituzionali; Una collezione per il passante. Il Prologue Symposium del 27 maggio introdurrà i dibattiti che si terranno durante il programma dei simposi che si svolgeranno per tutta la durata della Biennale, concentrandosi sul contesto dell’arte nello spazio pubblico e nella sfera pubblica, e le relazioni fra istituzione, artisti, il loro lavoro e il pubblico. Dunque, di Produzione artistica in una località si parlerà il 19-20 ottobre, in collaborazione con Marius Grønning; Affrontare la miriade il 10-11 ottobre 2020, in collaborazione con Mikaela Assolent; Nuove ecologie istituzionali nel 2021, in collaborazione con Shwetal A. Patel; e Una collezione per il passante nel 2022, in collaborazione con Dora García.
Consideriamo importanti questi momenti di riflessione sul framework della biennale perché speriamo che i quattro concetti e strutture che esploriamo con osloBIENNALEN influenzeranno la più ampia politica culturale riguardante il sostegno, il pensiero, l’esposizione, la sensibilizzazione del pubblico e la collezione di arte nello spazio pubblico.

Ci saranno momenti di scambio fra la Oslo Biennale e la Triennale di Architettura di Oslo che inaugura a settembre?
Stiamo ponendo le basi per la Biennale e in questo senso stiamo avviando collaborazioni con una serie di istituzioni. Al momento non ci sono momenti programmati di scambio o collaborazione diretta tra osloBIENNALEN e la Triennale di Architettura di Oslo, tuttavia ci saranno indubbiamente molte connessioni indirette. In effetti c’è già un contatto. L’attuale direttore operativo della Triennale, Martin Braathen, è uno degli scrittori che è stato invitato a rispondere alle opere e ai contesti della Biennale. Ha scritto un testo sul sito in cui si svolgerà la performance di Marianne Heier, And Their Spirits Live On.

– Marco Enrico Giacomelli

www.oslobiennalen.no/

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.