Arte & politica in un presente sempre più complesso (II)

Alcuni protagonisti del dibattito artistico attuale si sono interrogati su come debba porsi l’arte in questo preciso momento storico, a cinquant’anni dal 1968 e con l’avvento dei populismi.

1. TOMMASO TRINI ‒ STORICO E CRITICO D’ARTE

Tommaso Trini

L’anno dell’azione che muta è il 18 appena concluso, non il 68 che s’ammutinò e perse tutte le barche, la lotta armata compresa. Oggi io non sto nella stessa barca della Marina navale. Lei cita la bandiera della libertà dei popoli (vedi Delacroix) come un pompiere fatalista. Ma io resto, di sole idee armato, sui ponti che gli artisti chiamano simboli, metafore, mine-vaganti; non proverbi.
In questo mio preciso adesso personale mi pongo scene di repulismo, mica solo nell’arte. Se c’è populismo, dev’esserci repulismo – si può dire? E che l’arte rinnovi la sola politica ricevuta dai maestri, ossia “distruggere per creare” – si può ancora dire? Né io sto sulla barca di Simone o Pietro che per prima migrò da noi, missionaria come l’imperialismo romano – lo dico o no? Il populismo equivale al cubismo, base di ogni forma costruttivista. Il grande Matisse imprecò “troppi cubi!” e un gazzettiere parlò di “cubisme” dopo i fauves. I rari maestri d’oggi siano meno pubblicitari e popolari, eviteranno il crollismo in atto.

2. ELENA BELLANTONI ‒ ARTISTA

Elena Bellantoni

Il personale è politico”, urlava un vecchio slogan femminista degli anni della contestazione. Credo sia ancora vero, almeno per quello che riguarda la mia pratica artistica. Penso che la Storia (con la S maiuscola) si incroci spesso con le storie personali (con le s minuscole) di ognuno di noi. Sono convinta che gli artisti abbiano un “ruolo privilegiato” perché possono leggere il reale e far sentire la propria voce attraverso il gesto creativo: in questo senso l’Arte ha una responsabilità. La parola “engagé” forse riassume questo mio concetto, quindi l’impegno.
In un momento in cui tutto è drammaticamente “pop-urlista”, in cui la finta democrazia livella le menti, l’artista dovrebbe riuscire con il proprio lavoro a far emergere il suo ruolo radicale nella società attraverso il linguaggio. “Le parole sono importanti”, urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa; esse definiscono il mondo in cui siamo immersi, direi quindi che il poetico è politico: questo è il passaggio valido per me.

3. EUGENIO TIBALDI ‒ ARTISTA

Eugenio Tibaldi

Non ricordo esattamente quando, forse due o tre anni fa, però mi stavo trasferendo, per cui ho dato la colpa al cambio di città. Ho smarrito da qualche parte quella leggerezza nell’incedere, che mi faceva sempre simulare un disimpegno, un’assenza di giudizio, che mi permetteva di mantenere una distanza fra me e ciò che andavo a realizzare. L’opera d’arte è come una spugna che raccoglie e assorbe ciò che la società lascia a terra, per cui spesso diventa politica, sociale, etica o popolare, ma è solo un riflesso, una superficie magica a cui applicare la contemporaneità e riuscire a vederne bellezza e storture.
Altro discorso è l’artista. In qualsiasi altro momento avrei risposto semplicemente che, fra le tante tipologie di essere umano, l’artista è forse la meno adatta a occuparsi di politica e che, se di rapporto si poteva parlare, era appunto sempre solo limitato all’opera, alla sua rilettura e contestualizzazione. Poi mi sono ritrovato a indignarmi di fronte al mio telefono, a parlare da solo per coprire la voce di chi dovrebbe rappresentarmi. Non ero diverso dalla prozia 80enne che insultava Berlusconi alla tv e mi faceva sorridere per l’inefficacia del suo gesto. Così l’età che incalza, le cantilene che mi disturbano e un odore strano che sento mi hanno convinto che è ora di uscire da dietro le nostre tastiere, sbucare dai saggi di filosofia, spegnere la musica che ronza nello studio e agire. Perché l’opera, se sarà tale, farà il suo corso, ma dobbiamo impegnarci per difendere la società che permetterà la costruzione dell’opera di domani, agire adesso come artisti per evitare la tristezza di un’arte che debba occuparsi davvero di politica.

4. PIETRO GAGLIANÒ ‒ CURATORE

Pietro Gaglianò

Nel 1986 Edgar Morin scriveva che il movimento del ’68 “è vissuto grazie alla sorpresa, cioè grazie all’incapacità del potere di inquadrarlo nelle proprie categorie sociali politiche, culturali”. Oggi le forme in cui si esprime il potere sono mutate, dissolvendo l’antagonista tetragono in una geometria aperta e capillare; una metamorfosi che ha reso possibile proprio l’inquadramento e la conseguente neutralizzazione della maggior parte dei discorsi politici che lo contestano.
La produzione artistica non sfugge a questa capacità di assorbimento, rendendosi organica al potere con meccanismi di adesione volontaria (e spesso inconsapevole) che la assoggettano al disegno di controllo e uniformazione del pensiero. È necessario quindi un ripensamento radicale, il riconoscimento di una discontinuità con il sistema, agito al suo interno non meno che alla sua periferia, per mettere in crisi la narrazione dominante con l’invenzione di codici linguistici e modelli relazionali non facilmente assoggettabili.

5. GIACINTO DI PIETRANTONIO ‒ CURATORE

Giacinto Di Pietrantonio

L’arte è sempre anche politica. In questo sono significative sia l’idea di Fabro per cui Arte Torna Arte che Love Difference di Pistoletto, per il quale l’Arte Torna Società. L’arte non deve essere un commento temporaneo alla società e neanche commemorarla, ché ne farebbe un’arte per e d’occasione.
L’artista, l’intellettuale, usando un termine fuori moda, non deve servire solo il suo tempo, ma il tempo, perché se un’opera d’arte è riuscita, ci parla di Tutto al di là dei fatti contingenti. Ci sono troppi esempi nella storia che hanno fatto sì che venissero messi da parte artisti in quanto il loro lavoro sembrava, o era, vicino a una parte politica, Sironi al fascismo, o apparentemente disinteressato, Warhol alla commodity. L’arte, quando è tale, è sempre rivoluzionaria. Perché, come dice Beuys, La Rivoluzione Siamo Noi.

6. ANGELA MADESANI ‒ STORICA DELL’ARTE E CURATRICE

Angela Madesani

Nel corso dei secoli l’arte è stata utilizzata dal potere a scopo propagandistico, certo. Ma l’arte, quando è tale, ha lo sguardo lungo, in grado di andare oltre il presente: la Land Art e l’ecologia ne sono un esempio calzante. In anni più recenti gli artisti hanno proposto con grande anticipo rispetto alla società, cosiddetta civile, problematiche come la migrazione, lo sfruttamento, i rifiuti.
Proprio per questo, in taluni casi, il potere ha cercato di bloccare l’arte perché teme la sua sottigliezza, la sua forza intellettuale. Quando a Maria Lai viene chiesto di realizzare un monumento ai Caduti in guerra, l’artista si rifiuta e dà vita a Legarsi alla montagna. Un’azione contro la retorica monumentalista, che lancia un messaggio fondamentale: per fermare le guerre bisogna avviare il dialogo. Era il 1981. A oltre trent’anni di distanza, in un momento in cui si avvertono sempre più populismi vacui, sovranismi meschini e semplificazioni becere, proprio l’arte può essere un antidoto per la conoscenza e dunque per il miglioramento dello stato delle cose.

7. ALTERAZIONI VIDEO ‒ ARTISTI

Alterazioni Video

Sul set del Turbo Film Guerra e Pace – un’indagine sulle menti creative dietro al fenomeno delle fake news – abbiamo chiesto ad Alexander Dugin quale sia il rapporto tra queste, l’arte e la poesia. La fake news come forma multimediale di espressione non è solo un sintomo della contemporaneità, ma forse è anche il motore di un nuovo immaginario condiviso?
Ci ha risposto che “bisogna comprendere questo processo come una competizione artistica tra chi può immaginare le fake news in una maniera esteticamente più attrattiva e che possa convincere l’immaginario di un pubblico più grande. Con questa attitudine possiamo considerare questo campo come un teatro delle ideologie che si affrontano e si scontrano attraverso l’immaginario. E questa è l’arma di David contro Golia, che può dare la risposta simmetrica, perché non è una competizione di mezzi finanziari o tecnici, ma di immaginari. È la prova che è possibile vincere questa battaglia e che non tutto è definito dall’aspetto materiale, del dispositivo tecnico o finanziario di questa guerra delle immagini”.

8. OLIVER RESSLER ‒ ARTISTA E FILMMAKER

Oliver Ressler

L’umanità sta fronteggiando una crisi multidimensionale che sta avendo effetti terribili nelle sfere politiche, economiche ed ecologiche. Questa crisi è direttamente collegata a un sistema di capitalismo neoliberista e a una forma specifica e corrotta di democrazia rappresentativa, che continuamente (ri)produce decisioni che non riflettono la volontà popolare.
Il mio focus preferito è attualmente legato alle attività che stanno generando reazioni a questa crisi: al momento vedo i movimenti sociali come gli attori protagonisti di questo cambiamento necessario, con collaborazioni con i movimenti per la giustizia climatica e ambientale, le organizzazioni per i rifugiati, i movimenti occupy e di piazza. Le fabbriche controllate dai lavoratori per me non sono un’opzione, ma l’unico modo di usare l’arte per aiutare in questo imminente naufragio che noi chiamiamo L’Economia.

9. CHTO DELAT ‒ ARTISTI

Chto Delat, Angry Sandwich People, 2006, video, courtesy Chto Delat and KOW Berlin

Impegno significa chiamare la società a una trasformazione, una lotta per l’uguaglianza, la pace, la solidarietà e l’unità. Parliamo all’interno di una società repressiva, esclusiva, xenofoba, omo e transfobica nella quale le idee di base di socialità, di identità di genere e di uguaglianza etnica sono minacciate. Come una comunità marginale può sfidare il consenso di maggioranza? Solo mostrando attraverso esempi vividi come tutto possa funzionare altrimenti. Queste idee riflettono una complessa dinamica di relazione tra esodo e partecipazione: l’esodo crea uno spazio autonomo, con la possibilità di crescere e influenzare la società; per facilitare di conseguenza questa crescita si ha bisogno di accumulare e usare come strumenti tutte le risorse possibili che non compromettono l’autonomia. Solo mantenendo l’agenda chiara si conserva il potere di resistere all’accelerazione e alla decostruzione dei beni e valori comuni.
Ma perché continuare a parlare d’arte? L’arte considerata come qualcosa di irrilevante, corrotto, borghese – No! Dobbiamo difendere la fiducia nel potere dell’arte, la quale nonostante tutte le trappole mantiene le sue promesse di trasformazione, uguaglianza radicale tra vivi e morti. Quindi: Sì – alla pratica collettiva, Sì – all’autonomia, Sì – alla dignità, Sì – alla militanza, Sì – all’unità nelle differenze; Sì – al rispetto e alla solidarietà; Sì – all’uguaglianza nella disuguaglianza, Sì – alla comunità, Sì – alla dialettica, Sì – all’arte!

10. HOU HANRU ‒ DIRETTORE ARTISTICO – MAXXI

Hou Hanru, ©Musacchio & Ianniello

Il ‘68 è stato un momento cruciale della storia contemporanea, un momento in cui il concetto di Libertà è stato sviluppato e applicato alla vita di tutti i giorni e a quella intellettuale. Anche noi oggi stiamo vivendo un momento importante. Alla fine degli Anni Ottanta, con la fine della Guerra Fredda, il mondo ha vissuto un momento illuminato, ma negli ultimi vent’anni sfortunatamente questa illuminazione si è molto affievolita, per lasciare il posto a una società basata sull’economia e sul mercato. La globalizzazione e il nuovo liberismo ci hanno portato a vivere un momento storico pieno di contraddizioni, in cui la nozione di Libertà è stata sostituita dal potere del capitale. Questo è uno dei motivi per cui vediamo nascere tanti movimenti populisti, nati spesso come risposta per tutte quelle persone che hanno perso molto nelle rivoluzioni economiche e sociali degli ultimi anni.
Nell’arte succede la stessa cosa, una tragedia simile di cui siamo tutti testimoni: come possiamo difendere l’integrità intellettuale di fronte a un altro tipo di populismo, che è quello del potere del mercato, del potere dei singoli, delle classi “dominanti”? Possiamo farlo arricchendo ancora di più la nostra comprensione della realtà attraverso una critica ancora più stringente. Possiamo farlo accettando il fatto che l’arte non è soltanto produrre prodotti tangibili e comprensibili, ma qualcosa in grado di rappresentare il processo della riflessione critica.

Santa Nastro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #46

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AutoriElena Bellantoni , Eugenio Tibaldi, Pietro Gaglianò, Giacinto Di Pietrantonio, Alterazioni Video, Oliver Ressler, Chto Delat?
CuratoriTommaso Trini, Angela Madesani, Hou Hanru
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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.