Nell’era della rete, che solleva importanti questioni connesse all’integrità, alla persistenza e alla deperibilità dei dati, quali connotazioni assume la dialettica tra archivio e arte contemporanea?

Ricordo, se la memoria non m’inganna, di aver letto nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera la frase: “Che tristezza gli archivi! Sono meno frequentati dei camposanti”. L’archivio, dunque, pur se in un contesto narrativo e quindi di finzione, diviene nelle pagine del noto scrittore espressione di un sapere anacronistico, antiquariale, e come tale, noioso. Diversamente, nella pratica l’archivio, quale che sia la sua forma e natura, può considerarsi uno dei luoghi che, per antonomasia, esprime la memoria culturale di una comunità proprio perché conserva, tramanda il sapere collettivo rispondendo, in tal modo, a funzioni ed esigenze diverse. Sia esso cartaceo o “virtuale” (definizione che uso per comodità ma ormai superata), l’archivio assolve alla fondamentale funzione della conservazione, della selezione e dell’accessibilità. Aspetti questi che non risparmiano gli archivi digitali, sebbene, paradossalmente, si possa pensare il contrario.
Inoltre, chi pratica la ricerca e l’indagine storiografica e chi si occupa di archivi e di archivi digitali dell’arte contemporanea nell’era della rete, in particolare, deve confrontarsi con categorie ineludibili, pur se in opposizione, quali quelle di integrità, persistenza e deperibilità.
Spetta, così, ragionare, sul fronte epistemologico, sull’immaterialità dei documenti immessi in rete e, paradossalmente, sulla loro “materialità”, facendo luce sui molti luoghi comuni ampiamente diffusi persino tra gli addetti ai lavori e riproponendo, con urgenza, il problema, noto, della conservazione e dell’aggiornamento continuo del patrimonio culturale e digitale. Una riflessione ineludibile sul fronte dell’archiviazione ancor più in considerazione di quella sorta di autostrade informatiche, ovvero quei tracciati che collegano le informazioni in rete amplificando, dilatando, se non dissolvendo i confini dell’archivio attraverso la navigazione sul web.

L'archivio digitale dell'Armani Silos a Milano
L’archivio digitale dell’Armani Silos a Milano

WEB E INTERATTIVITÀ

Archivio, infatti, è anche il web, che può considerarsi, oggi, dal punto di vista degli studi, una vera e propria fonte. Ciò significa che alla stratificazione dei materiali visivi, sonori, cartacei, analogici, digitali si aggiunge l’interattività degli utenti. Interattività che scatena una sorta di circolo, un continuo “rumore di fondo”, per ricorrere a una definizione cara agli studi archivistici, che rappresenta la sfida della pratica di archivio e di studio dell’arte contemporanea in questi anni.
Ciò richiede, richiederà, sempre di più, un insieme di competenze diverse che spaziano, come è noto, dall’archivistica alla biblioteconomia, dal restauro all’informatica oltre, naturalmente, alle scienze umanistiche in un confronto tra i saperi avvincente che pone, tuttavia, qualche difficoltà.

L'archivio della Fondazione Feltrinelli a Milano
L’archivio della Fondazione Feltrinelli a Milano

TRASCRIZIONI E RISCHI

Se in ambito umanistico si insegue il desiderio di integrità e persistenza dei materiali e delle opere insistendo, pur con le opportune e significative eccezioni, sul valore della perennità, in ambito tecnologico alla durata si oppone, spesso, pena l’obsolescenza, il perenne cambiamento, l’aggiornamento continuo, l’incessante trasmigrazione dei dati che rischia di divenire ‒ per molti aspetti ‒ oggetto principale, e non mezzo, della ricerca e dell’attenzione dello studioso. A riguardo, i documenti digitali, come già era accaduto e come ancora accade con i media analogici quali la fotografia, il nastro magnetico, i dischi in vinile e i film, che hanno creato, ancor più dei media a stampa, nuovi problemi di conservazione, pongono, unitamente all’inevitabile, quanto preziosa, immissione nella rete, continui problemi.
Se l’informatica e il web rappresentano, infatti, ancor più nell’era di internet e delle reti sociali, una destinazione obbligata dei materiali prodotti dal sapere umanistico, innegabilmente ricca di potenzialità e di sfide, comportano, al tempo stesso, proprio per la labilità intrinseca, e nonostante la prevenzione, dei rischi di cui la comunità scientifica deve tener conto.
Al dur désir de durer, per esprimersi con le parole di Paul Éluard, si oppone la necessaria quanto continua trascrizione, l’incessante salvataggio delle informazioni, la perenne trasmigrazione dei dati che dà luogo a una sorta di macchina, di ingranaggio continuo che solo apparentemente si auto-organizza.

Gabriella De Marco

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Gabriella De Marco
Gabriella De Marco è professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Palermo, dove insegna come titolare dal 1998. I suoi interessi di studiosa si sono focalizzati, nel tempo, principalmente sui rapporti tra arte e letteratura in Italia e in Francia tra il XIX secolo e l’età contemporanea, sulle avanguardie storiche del Novecento con particolare attenzione all’area del cubismo e del futurismo italiano, sulle fonti dell’arte contemporanea e sugli archivi del XX secolo. Il tema degli archivi, dell’individuazione e della costruzione delle fonti è stato, ed è ancora, sotto il profilo epistemologico, al centro dei suoi interessi unitamente ad una riflessione sui rapporti tra cultura umanistica e tecnologie digitali. È stata ideatrice e responsabile scientifico dell’ambiente digitale Agave. Contributo alla costruzione delle fonti della cultura umanistica in Italia nel Novecento. Ambiente (attualmente in manutenzione) posto nel portale dell’Università di Palermo. Sempre relativamente al tema delle fonti del XX secolo ha coordinato progetti di ricerca sullo spoglio di quotidiani e riviste pubblicando due volumi sul quotidiano palermitano “L’Ora” (Silvana Editoriale, 2007,2010). Si è occupata, ancora, del tema dell’intermedialità, dell’interattività e del concetto di paternità frazionata nella ricerca visuale contemporanea in relazione al diffondersi delle reti sociali. (Classico/contemporaneo, gennaio 2016). Il tema della città contemporanea e dello spazio urbano è al centro dei suoi interessi a partire dalla metà del duemila. Si è occupata, infatti, di alcuni aspetti legati al Museo diffuso di arte contemporanea elaborando un progetto per il quadrante sud- ovest di Roma (Sinergie, novembre 2015), unitamente al tema dell’ambiente, della tutela del paesaggio e della salute. A questo riguardo il progetto sul museo diffuso è stato ampliato all’area compresa tra Roma, Ostia e litorale a sud della capitale. La ricerca è stata pubblicata negli atti del convegno dell’Aisu (Associazione italiana storia urbana) tenutosi a Napoli nel settembre del 2017, mentre è in corso di pubblicazione un volume sull’argomento. Sul museo diffuso, sul rapporto tra arte, architettura e committenza sia nel contesto dei primi anni del XX secolo sia nelle democrazie europee contemporanee si focalizzano parte delle ricerche dell’ultimo decennio. Ha studiato e studia temi quali gli aspetti identitari nel primo trentennio del XX secolo, l’ uso pubblico della storia e la costruzione del consenso. Ha collaborato e collabora, sin dalla fine degli anni ottanta, con riviste di critica d’arte e negli anni novanta ha scritto di arte sulla pagina culturale nazionale de “ L’Unità”. Tra il 1996 e il 2007, è stata redattore responsabile, per la storia dell’arte, della rivista universitaria “Avanguardia”. Rivista di Letteratura contemporanea (Pagine Editore, Roma). Attualmente interviene sulla cronaca di Palermo del quotidiano La Repubblica.