Angela Ricci Lucchi. Illusioni di una continuità

Ginevra Bria ripercorre la storia artistica e personale di Angela Ricci Lucchi e del suo legame creativo e privato con Yervant Gianikian.

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Su tutte le vette è pace (dalla Trilogia della guerra), 1999 - frame da film
Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Su tutte le vette è pace (dalla Trilogia della guerra), 1999 - frame da film

Viene a mancare nella notte di martedì 27 febbraio, ma ufficialmente è già mercoledì 28. Scompare a 76 anni, dopo un breve ricovero in ospedale. A qualche giorno di distanza, l’idea della sua perdita non sembra ancora pronta a esistere. Il recupero del tempo, al quale dedica una vita, come artista e archeologa della rappresentazione, ancora non riesce a trovare il passato giusto per lei.
Angela Ricci Lucchi nasce a Lugo di Romagna nel 1942 e poi, come molto spesso affermerà, sui suoi inizi: “Ho studiato con Kokoschka a Salisburgo e nel 1972 ho fatto una mostra a Ferrara, presentata da Renato Barilli. Ero già molto interessata all’uso dei media e ho iniziato una specie di “inchiesta”, poi pubblicata per le edizioni Pari & Dispari, che consisteva nel porre a tutti una serie di domande essenziali: che cos’è la rosa per te? L’ho chiesto tra gli altri a Zavattini, che mi mandò una bellissima lettera. E l’ho chiesto anche a Yervant che avevo appena conosciuto. Lui aveva già fatto degli 8 mm, aveva esposto alla Galleria Cavallino di Venezia. Insieme abbiamo girato, a quattro mani, un film sui “pilastrini”, cioè sui piccoli altari dedicati alla Madonna disseminati nella campagna romagnola. E da lì tutto è cominciato” (Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi, a cura di Sergio Toffetti, Hopefulmonster Firenze; Museo nazionale del cinema, Cinemazero, Torino 1992). Con queste parole Angela comincia a inscrivere nel segno dell’unificazione, e non solo della sperimentazione, i legami di cui si circonda, a partire dagli Anni Settanta, assieme a Yervant Gianikian, suo compagno, nell’arte e nella vita, architetto italiano di origini armene.
La sistematizzazione e l’estrapolazione analitica dei mezzi cinematografici portano la coppia, un decennio più tardi, a rifilmare gli stessi materiali filmici del passato, isolandone dettagli, colorandone, assorbendone le superfici, rallentando la velocità di scorrimento della pellicola e moltiplicando il numero di fotogrammi rifilmati. Il recupero di foto in bianco e nero, di pellicole abbandonate, rende Angela e Yervant due figure di cercatori sottocutanei della Storia, di pionieri della resistenza, dell’immagine nei confronti dell’uomo, direzione che Angela, su fondo bianco, instancabilmente continua a dipingere e a disegnare.

Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Gruppenbild mit Revolver! Wir sind mitten im Kolonialfeldzug. 1936 (dettaglio di Imperium), 2013, mixed media installation - Courtesy the artists
Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Gruppenbild mit Revolver! Wir sind mitten im Kolonialfeldzug. 1936 (dettaglio di Imperium), 2013, mixed media installation – Courtesy the artists

ESORDI SPERIMENTALI

L’anno del 1975 è quello che segna l’ingresso nella sperimentazione, con una serie di cortometraggi che accelerano e deviano il passo della pittura di Kokoschka, attraverso l’accompagnamento olfattivo (definito da Angela un senso da risvegliare, centro di catalisi della memoria) di Alice profumata di rosa (1975), con Catalogo comparativo (1975), con Catalogo della scomposizione (1975), attraverso il linfatico Del sonno e dei sogni di rosa limitata al senso dell’odorato (1975), Erat Sora (1975), Klinger e il guanto (1975), Non cercare il profumo di Buñuel (1975), Stone Book (1975) e infine Wladimir Propp ‒ Profumo di lupo (1975). Ma è nei primi Anni Ottanta che la sperimentazione prende alla lettera l’idea di superamento, di estensione del racconto intradiegetico con i lungometraggi Karagoez catalogo 9,5 (1983); Ritorno a Khodorciur ‒ Diario armeno (1986) e Dal Polo all’Equatore (1987). Su quest’ultimo, Scott Mc Donald è il primo a cogliere, nel volume A Critical Cinema 3: Interviews with Independent Filmmakers (1988), il legame tra il lavoro di recupero, catalogazione ed esplorazione degli artefatti cinematografici e il coraggio di una difficile sfaccettatura tra il Futurismo, Mussolini e il Genocidio Armeno (1915); una storia d’Italia che, riconvertita in fascinazione, su pellicola, sembra allontanare definitivamente Gianikian e Ricchi Lucchi dai loro contemporanei.
Questo paese ci ignora anche adesso”, ha affermato Angela recentemente, “e lo fa nella maniera più totale, ma va bene così, a questo punto, non c’è niente da fare. In Italia negli Anni Ottanta eravamo molto disprezzati, siamo stati i primi a fare le immagini in movimento, ma non erano considerate come arte, così, almeno, ci fu detto”. Il loro lavoro non è inquadrabile, all’epoca, non in Italia, né in campo cinematografico né, soprattutto, nel sistema dell’arte, ancora troppo estesamente ancorato ad altri media e non abituato al cambio di velocità, di lettura di un nuovo moto filmico. Ma per almeno un decennio il lungometraggio viene accolto in maniera trionfale all’estero e i due artisti ‒ a eccezione della ricerca sul fascismo prodotta attraverso Lo specchio di Diana (1996) ‒ seguono la strada opposta a quella di casa, dedicandosi febbrilmente ed esclusivamente a diversi progetti non-terminabili come Viaggio in Russia. Materiali non montati per un film da fare: interni a Leningrado (1990), un diario di viaggio nella città di Osip Mandel’stam. Ritratto dell’avanguardia degli Anni Venti e dei suoi eredi, ma anche Uomini, anni, vita (1990), Prigionieri della guerra (1995), Su tutte le vette è pace (1999) e Inventario balcanico (2000).

Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Trittico del Novecento, 2002-08. Still da film. Courtesy gli artisti
Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Trittico del Novecento, 2002-08. Still da film. Courtesy gli artisti

CARTA E PELLICOLA

La Prima Guerra Mondiale, la censura dei regimi, i conflitti nei Balcani, colonialismo, genocidio e i materiali ritrovati nelle peregrinazioni di Angela e Yervant continuano a riversarsi, tanto su carta, con l’instancabile lavoro dei rotoli istoriati, quanto su pellicola. Sembra che la materia della prima impressioni la seconda e poi viceversa. Intellettuali come J.L. Schefer ne scrivono con intensità e registrano ogni passaggio, come ben descritto in Du monde et du mouvement des images, Cahiers du Cinéma (1997).
Nel frattempo vengono invitati, fra le altre istituzioni, a presentare i loro lavori al Jeu de Paume a Parigi (1995, 2006) al MoMA di New York (2000, 2009), ma vengono anche, e soprattutto, chiamati da Harald Szeemann, alla 49esima Biennale (2001). Il curatore li invita a produrre La marcia dell’uomo (2001), progetto che porta Angela a lavorare molto a un vasto ritratto frammentato, enciclopedico e quotidiano del mondo su carta (esposto, in tutta la sua intera lunghezza, dieci anni più tardi, all’HangarBicocca con una mostra a cura di Andrea Lissoni, dal titolo Non Non Non) e, assieme a Yervant, alla realizzazione di 32 fotogrammi della durata di 2 secondi in cui si vede, virato in giallo, un “nègre” che cammina, tratto da Etienne-Jules Maray, che ha fissato un gruppo di uomini del Senegal nel 1895, proprio durante la nascita del cinema. Dal dipanarsi degli accumuli immaginifici della storia prendono poi vita Oh Uomo (2004), Ghiro ghiro tondo (2007), Frammenti elettrici n° 6 ‒ Diario 1989. Dancing in the dark (2009) e l’incanto disincantato di Pays barbare (2013). Dai Frammenti elettrici nascerà una serie di cortometraggi frastornanti. Sono gli anni in cui l’Europa comincia nuovamente a riappropriarsi dei loro lavori, esposti alla Tate Modern, (2011) ma anche all’HangarBicocca, di Milano (2012) e nel mastodontico percorso de La Guerra che verrà… al Mart di Rovereto (2014), senza dimenticare le proiezioni al British Film Institute di Londra; a La Cinémathèque Française e alla Fondation Cartier pour l’art contemporain, di Parigi; al Fabric Workshop & Museum di Philadelphia e all’Haus der Kulturen der Welt di Berlino. Nel 2015, sotto la curatela di Adelina von Furstenberg vincono, assieme al percorso di Armenity, il Leone d’Oro a Venezia per la loro partecipazione al Padiglione Armeno e nello stesso anno, a distanza di pochi mesi, il Centre Pompidou dedica l’unico vero omaggio completo alla loro opera: Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi: Rétrospective.

Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi – L’archive comme oeuvre, l’oeuvre comme archive - veduta della mostra presso il Centre Pompidou, Parigi 2015 - photo © Hervé Véronèse
Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi – L’archive comme oeuvre, l’oeuvre comme archive – veduta della mostra presso il Centre Pompidou, Parigi 2015 – photo © Hervé Véronèse

UN DIARIO DI VIAGGIO

Angela in un’intervista ricorda: “Al Beaubourg hanno voluto mettere in mostra installazioni, acquerelli e persino la nostra scrittura. Il Centre Pompidou, infatti, ha voluto che lavorassimo ad un libro, ad un volume esteso, una pubblicazione che contiene anche nostri testi, dal titolo Notre caméra analytique. Inoltre abbiamo lavorato ad un altro rouleau ispirato al nostro incontro con Kokoschka, alla storia della bambola e della guerra da lui vissuta. Il suo maestro, così come l’arte del saper far scorrere il mondo quale parte di un isolamento continuo di molteplici fotogrammi, non la abbandonano fino al suo ultimo lavoro: lo scorso anno Humboldt pubblica The Arrow of Time. Notes from a Russian Journey (1989-1990). Il libro contiene la versione fac-simile dei diari di Angela, scritti tra il 1989 e il 1990, durante il viaggio in Russia. Un impressum, un travel logue di appunti, frasi, disegni, acquerelli, ritratti, immagini, talvolta tremolanti, talvolta nettissime, fra l’invenzione e l’impronta, talvolta condivise entrambe con le pagine di Yervant.
Ora ci auguriamo che quel suo sguardo prosegua oltre, offrendoci l’illusione di una continuità, anche dagli amati paesaggi di Dobbiaco, dove le sue ceneri sono state sparse. In attesa che la sua inseparabile unità, Yervant Gianikian, presenti il suo lavoro tutto in una volta, tutto in una sera, a Milano, in un cinema, molto prima di quanto potremo immaginare.

Ginevra Bria

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AutoriAngela Ricci Lucchi, Yervant Gianikian
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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.