Scomparso pochi giorni fa, Mauro Staccioli ha scritto un importante capitolo della storia artistica recente. Eppure i suoi meriti stentano ancora a essere riconosciuti. Alberto Fiz ne ricorda opere e imprese, a cominciare dal “caso Pecci”.

Guardare un oggetto significa venire ad abitarlo,” scrive Maurice Merleau-Ponty. E così ha fatto Mauro Staccioli (Volterra, 1937 ‒ Milano, 2018) che, sin dalla fine degli Anni Sessanta, è stato tra gli interpreti più rigorosi e coerenti dell’arte ambientale. Grazie alla sua indagine, la scultura si è imposta come presenza imprescindibile, come luogo intorno al quale riconnettersi con il mondo. Agire lo spazio e saperlo accogliere rappresentano la base teorica fondamentale della sua ricerca, in Italia troppo spesso snobbata nonostante Staccioli sia tra i pochi artisti in grado di poter affiancare i grandi protagonisti del minimalismo americano come Donald Judd, Robert Morris, Carl Andre e, soprattutto, Richard Serra. Non a caso, era molto apprezzato da Giuseppe Panza di Biumo e negli Stati Uniti si è distinto per una serie di installazioni a San Diego, Santa Monica, San Francisco e nel parco della Djerassi Foundation di Woodside in California. Il suo spirito, tuttavia, è sempre rimasto quello di un toscano ribelle che ha assorbito la classicità e il paesaggio italiano.

I Martedì Critici – Mauro Staccioli from Artribune Tv on Vimeo.

IL CASO PECCI

Una delle sue opere emblematiche doveva essere custodita dal museo Pecci di Prato che, invece, l’ha lasciata andare in frantumi e oggi appare un ammasso di vecchie ferraglie. Si tratta di Prato 88, un arco rovesciato di 34 metri di lunghezza e di 12 metri d’altezza in ferro e rivestimento di cemento (è un segnale che doveva, metaforicamente, unire lo spazio pubblico al resto della città) che era stato realizzato da Staccioli per l’open air del museo in occasione della mostra inaugurale curata da Amnon Barzel dal titolo quanto mai attuale Europa oggi. Ma quando si è deciso l’ampliamento dell’edificio con l’approvazione del progetto di Maurice Nio, per quell’opera non si è più trovato posto. Appariva troppo ingombrante, persino fastidiosa nell’ambito della nuova faraonica astronave dorata. Bisognava, insomma, sbarazzarsene. Così, dopo alcuni tentativi di ricollocarla in altri luoghi, il suo scheletro in ferro giace ancora lì sul prato, non lontano dal museo. Anche se nelle ultime ore si è affacciata l’ipotesi di sistemarla nel parco urbano di Prato al posto del vecchio ospedale, rimane una vergogna umiliante che ha danneggiato l’immagine dello scultore. Se a realizzare l’opera ci fosse stato un artista più battagliero, la cosa sarebbe finita in tribunale tra carte bollate, denunce, querele e risarcimenti.
Quando nel 2011 ho curato Cerchio imperfetto, la grande mostra di Staccioli al Parco archeologico di Scolacium che proseguiva al museo Marca di Catanzaro, avrei voluto risistemare quella scultura e presentarla nell’ambito dell’esposizione. Ricordo di aver trovato l’adesione entusiasta di Marco Bazzini, allora direttore del Pecci, oltreché della direzione regionale per i beni culturali della Calabria e della presidenza della Provincia di Catanzaro, ma di aver dovuto rinunciare a quella grandiosa operazione per ragioni tecniche e finanziarie. I costi per il trasporto e il restauro sarebbero stati equivalenti a quelli dell’intera rassegna. Anche Mauro rimase deluso: lui si arrabbiava di rado, ma la vicenda “Pecci” era tra le poche cose che lo facevano davvero infuriare; era un’offesa inaccettabile.

Mauro Staccioli, Prato88, 1988. Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato
Mauro Staccioli, Prato88, 1988. Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato

LA CAPACITÀ DI ASPETTARE

Quella mostra rimane, comunque, una tappa importante e per Scolacium Mauro ha creato una serie di opere tra cui Diagonale rossa, una struttura di legno cementato di 25 metri che tagliava la navata della basilica di Santa Maria della Roccella sino a conficcarsi nell’oculo costruito sulla facciata modificando, come per incanto, l’intero impianto della chiesa edificata dai normanni. Un intervento perfetto che Staccioli ha voluto realizzare tra lo scetticismo di chi non era affatto convinto della riuscita. Bastava un errore di qualche centimetro per rendere vano il progetto. Ma lui, testardo e determinato, non aveva dubbi sulla riuscita. Senza alcun calcolo ingegneristico, sapeva che quel segno si sarebbe integrato col luogo creando un’imprevedibile relazione spazio-temporale. Nei mesi di preparazione di quella mostra ho avuto modo di dialogare a lungo con Staccioli, un ex ragazzo del ‘68 con jeans e bretelle, comunista puro per nulla pentito, che si nascondeva dietro alla barba bianca e ai grandi occhiali rotondi demodé da cui scrutava il mondo di sottecchi. Sin troppo modesto, umanamente generoso e disponibile, talvolta malinconico anche se mai invidioso, lui non imponeva mai le sue scelte. Attendeva che gli eventi gli dessero ragione. Quando sceglieva la collocazione delle sue opere non sbagliava mai, come se avesse interiorizzato lo spazio da sempre e ne conoscesse ogni segreto. A Scolacium camminava a lungo, solitario, sui ciottoli antichi e contemplava la storia, un patrimonio che gli apparteneva. Io, insieme a Maurizio Rubino, mente organizzativa di tutti i progetti nati a Scolacium, lo abbiamo contraddetto in molte circostanze ma, alla fine, dovevamo ammettere che aveva ragione lui. Mauro sapeva aspettare che il rumore intorno si placasse per affermare le proprie ragioni.

L'Anello di San Martino di Mauro Staccioli
L’Anello di San Martino di Mauro Staccioli

ESISTERE IN UN LUOGO

Nonostante le tante installazioni pubbliche (proprio nel Parco internazionale della Scultura di Catanzaro è esposta in permanenza Catanzaro ‘11, un anello di otto metri d’altezza), la storia non ha ancora riconosciuto appieno i suoi meriti e sono molti gli interventi che hanno cambiato il corso della scultura. Basti pensare al Muro alto otto metri realizzato in occasione della Biennale veneziana del 1978 che ostruiva il viale d’accesso al Padiglione Italia. Immortalato dal film Le vacanze intelligenti con Alberto Sordi, è ben più che una boutade e s’interroga sulla mancata comunicazione dell’opera d’arte che diventa ostacolo a se stessa. Nel 1975, poi, impedisce l’accesso alla galleria Bocchi di Milano con una parete rostrata in cemento, ben 25 anni prima che l’acclamato Santiago Sierra, in Biennale, chiuda con i mattoni l’ingresso al Padiglione della Spagna. Tuttavia, il suo intervento più provocatorio è del 198, quando al Mercato del Sale di Milano rompe il pavimento e scava una fossa profonda che taglia in due lo spazio ponendo gli spettatori di fronte a un’improvvisa scossa tellurica dove ciascuno può decidere o meno di superare il fossato. Ebbene, nel 2007 sarà Doris Salcedo a realizzare alla Turbine Hall della Tate Gallery Shibboleth, un’installazione site specific che prevedeva una crepa attraverso tutta la pavimentazione del museo in base a un principio sorprendentemente simile a quello realizzato da Staccioli 26 anni prima.
Ma dalle 19 sculture ambientali realizzate nel 2009 per la sua grande mostra a Volterra sino a
38° Parallelo, una piramide in corten alta ben 30 metri e collocata nel 2010 a Motta d’Affermo all’interno del Parco della Fiumara d’Arte, Mauro non ha mai smesso d’inseguire il sensibile ambientale. E nel giugno scorso ho avuto il privilegio, insieme all’architetto-collezionista Tullio Leggeri, di commissionargli la sua ultima scultura, Diagonale Palatina ‘17 alta 24 metri, disposta tra le mura severiane nell’ambito della mostra da me curata Arte contemporanea sul Palatino. Quell’opera, che, per essere collocata, ha richiesto l’ingegno di Tullio, è l’ultima tra le tante sculture-intervento di Staccioli che sfida le leggi gravitazionali e, ancorata a terra, sale verso l’infinito attraversando il vuoto. Creare scultura ‒ ci ha insegnato Mauro ‒ significa esistere in un luogo.

Alberto Fiz

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AutoreMauro Staccioli
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Alberto Fiz
Alberto Fiz (1963), critico d’arte, curatore di mostre e giornalista specializzato in arte e mercato dell’arte. Ha un'ampia attività pubblicistica e saggistica. Ha svolto ruoli di direzione e di consulenza artistica per amministrazioni ed enti pubblici. Ha realizzato il progetto di scultura “Intersezioni” al Parco Archeologico di Scolacium e il Parco Internazionale della Scultura di Catanzaro. Già direttore artistico del museo MARCA di Catanzaro, collabora con la Regione Autonoma Valle d'Aosta e con numerose altre istituzioni. Accanto all’attività critica, si interessa di problematiche legate al collezionismo ed è art advisor di Intesa Sanpaolo Private Banking. Collabora con Milano Finanza e Arte.