Un approfondimento sul lavoro condotto da Christoph Mayer all’interno del villaggio di Gusen, in Austria. Proponendo al pubblico una “passeggiata sonora” tra i luoghi un tempo deturpati dall’orrore nazista.

Benché Gusen, una minuscola frazione di Langestein, in alta Austria, non sia particolarmente nota come campo di concentramento rispetto al ben più famigerato Mauthausen, da cui peraltro dista ben poco, la sua storia è forse persino più istruttiva.
Infatti, mentre a Mauthausen tutto si è conservato praticamente intatto, a cominciare dalle mura fortificate che sembrano il simbolo stesso dell’orrore dello sterminio – Gusen è stato quasi interamente smantellato o riconvertito, e tutte le strutture che lo componevano, insieme ai terreni su cui si estendeva, sono state vendute a prezzi irrisori nell’immediato dopoguerra.
Il risultato è quello che si vede nell’immagine. Il lindo villaggetto austriaco, con le sue case dipinte di fresco, i praticelli rasati perfettamente, i roseti ben tenuti e le auto educatamente accostate a lato strada, pare quanto di più lontano dalle atrocità che invece vi sono avvenute. Ma, come in un libro di Stephen King, un passato simile non può passare del tutto se, proprio a ridosso delle case, si erge ancora l’ultima vestigia del campo di Gusen, cioè ciò che resta del forno crematorio (dove, tra l’altro, come si può constatare dalle lapidi commemorative, sono stati uccisi molti italiani).

Dapprima c’era la vita ingenuamente precritica, poi l’orrore indescrivibile, la morte, la distruzione, la violenza assoluta – ma poi ancora… l’ingenua vita borghese”.

Tuttavia, la cosa davvero agghiacciante è la perfezione stessa del processo di rimozione, sul quale si è concentrato lo straordinario lavoro dell’artista austriaco Christoph Mayer. Lui ha intervistato non solo i (pochi) sopravvissuti passati per Gusen, ma anche gli attuali abitanti, e poi ha sovrapposto le loro testimonianze in un collage già di per sé straniante. Con questo materiale audio ha infine prodotto una audiowalk in stile Janet Cardiff, intitolata Audiowalk Gusen – The Invisible Camp (2007), che però, invece che giocare sulla finzione, trae ispirazione direttamente dalla realtà.
Già – ma quale realtà? Lo spettatore che, munito di cuffia, percorre le ordinate stradine dell’odierna Gusen, accompagnato dalle testimonianze dei sopravvissuti che invece gli indicano con precisione i luoghi del passato (lì correva il filo spinato, là è visibile ancora il bordello, in questo spiazzo furono trucidate decine di bambini…), è costretto a vivere un’esperienza doppia, anzi: in un’unica esperienza è costretto a sdoppiarsi, dovendo sovrapporre ciò che ode a ciò che vede. Fino al punto di domandarsi se sia effetto di involontaria ironia, oppure tragica sottolineatura, la bilancia della giustizia che fa bella mostra di sé sulla candida facciata di una casetta.

Christoph Mayer, Audioweg Gusen, 2007
Christoph Mayer, Audioweg Gusen, 2007

MANIPOLARE LE APPARENZE

Nonostante gli ampi riconoscimenti ad Ars Electronica nel 2007, temo che il lavoro di Mayer sia stato ingiustamente sottovalutato e ridotto a un’opera idiosincratica sulla tragedia storica propria degli austriaci (che, come ben ricordava Thomas Bernhard, hanno cercato di rimuovere le proprie colpe addossandole interamente ai nazisti “invasori”).
In effetti, esso ha una portata che va molto al di là della pur pregevole ricostruzione storico-politica, e mostra come la manipolazione delle apparenze sia essenziale alla nostra percezione della realtà, di come quest’ultima, cioè, sia spesso il frutto di una doppia inversione. Unendo in un unico artefatto due realtà divergenti, tanto lontane nel tempo quanto sinistramente coincidenti nello spazio, Audioweg Gusen costituisce un’autentica “opera d’arte” – ossia un dispositivo in grado di cambiare (per sempre) la nostra consapevolezza più profonda. Quest’opera rivela infatti la struttura “retroversa” di ciò che vediamo/udiamo/esperiamo: lungi dall’essere un semplice “dato” originario, tutto ciò che ci circonda sarebbe il frutto di un’elaborata quanto invisibile dialettica. Consideriamo il caso Gusen: dapprima c’era la vita ingenuamente precritica, poi l’orrore indescrivibile, la morte, la distruzione, la violenza assoluta – ma poi ancora… l’ingenua vita borghese; la quale però, a un secondo sguardo, appare evidentemente “insostenibile”, rotta dentro da un evento che è impossibile superare.
Non è forse la “versione” ripulita di questa seconda volta, questa ob-versione, che costituisce oggi il tratto universale del nostro presente – non solo cresciuto sulle macerie del passato, ma che lo ingloba/occulta come suo resto ineliminabile?

Marco Senaldi

http://audioweg.gusen.org/das-projekt

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #39

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Marco Senaldi
Marco Senaldi, PhD, filosofo, curatore e teorico d’arte contemporanea, ha insegnato estetica e arte contemporanea in varie istituzioni accademiche tra cui Università di Milano Bicocca, IULM di Milano e Accademia di Brera. Ha curato mostre internazionali fra cui "Critical Quest" (1993), "Cover Theory" (2003), "Il marmo e la celluloide" (2006), "Fuori Fuoco – visioni video" (2012). Ha pubblicato numerosi saggi mettendo a confronto filosofia, cinema e arte, tra cui "Enjoy! Il godimento estetico" (2003, 2006 II ed.), "Doppio sguardo. Cinema e arte contemporanea" (2008), "Arte e Televisione. Da Andy Warhol a Grande Fratello" (2009), "Definitively Unfinished. Filosofia dell’arte contemporanea" (2012), "Obversione. Media e disidentità" (2014) e recentemente "Duchamp.La scienza dell’arte" (2019). È autore televisivo di programmi culturali per Canale 5, Italia Uno e RAI Tre e sta realizzando il programma a puntate "Genio & Sregolatezza su arte e storia in Italia" per RAI Storia; suoi articoli sono apparsi su il manifesto, Corriere della Sera, D-donna – la Repubblica, Interni, Alfabeta2 ; collabora dagli Anni Novanta con Flash Art; firma la rubrica “In fondo in fondo” su Artribune.

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