Non chiamatelo street artist. Parte della sua storia arriva da quel mondo, ma le radici sono nella ricerca scientifica, nell’attivismo ambientalista, nell’amore per la politica e l’antropologia. Con lo spazio pubblico sempre al centro e un’ampissima gamma di media e di linguaggi. Andreco si racconta, a partire dal suo ultimo grande progetto a Venezia, di cui pubblichiamo le ultime immagini in anteprima.

Andreco (Roma, 1978) è uno di quegli artisti che non si fermano mai. A dispetto della flemma e dell’aria placida, è il classico stakanovista con il fuoco addosso. Un progetto dopo l’altro, concentrazione sempre alta e l’ardore che non si spegne. Quasi che la faccenda dell’arte fosse una maniera di ripensare il mondo, di inciderne con segni variabili la superficie concreta e ideale. Dando un senso al presente e al futuro.
L’arte, ma anche la scienza, con quella volontà di sconfiggere peso e opacità della materia attraverso il potere immateriale dell’intuizione, lungo sentieri di numeri, calcoli, schemi, misurazioni. Lasciare segni, appunto. Che siano immagini o cifre, icone o geometrie, chiavi di volta per illuminazioni emotive e spirituali, o per una lettura analitica del reale. Perché se l’arte è fatta per turbare e la scienza per rassicurare, come ebbe a dire Braque un secolo fa, è anche vero che entrambe si muovono lungo un confine incerto. È il gusto della conquista, il desiderio d’infinito, la determinazione a rompere, sovvertire, penetrare, spalancare, anticipare, sporgersi al di là. Rimettendo tutto in discussione. Una consapevolezza affiorata soprattutto in epoca contemporanea. Non a caso il volo di Yves Klein resta una tra le più efficaci metafore visive del Novecento.

Andreco, sculture in bronzo
Andreco, sculture in bronzo

UN RITRATTO DI VENEZIA

Andreco è un ricercatore in ingegneria ambientale, specializzato in sostenibilità. Ma fin da ragazzino il suo arsenale atipico era fatto di colori, sketchbook, matite: l’arte come nutrimento privato, esercizio intimo e necessario. Finché quel bagaglio di conoscenze maturato all’università non iniziò a confluire lì, scompaginando i piani. La pratica artistica diventava professione, vocazione. E offriva una declinazione nuova all’interesse costante per la natura e alla parallela seduzione per il mondo della ricerca scientifica. Libertà e rigore: due parole che raccontano bene il suo viaggio. Che è il viaggio di un artista cresciuto nel circuito dell’arte urbana, delle controculture e degli spazi indipendenti, della politica vissuta come impegno sociale, senza sposare mai un’ideologia ma leggendo Gramsci e Kropotkin, tra mille altri. Fascinazioni multiple e interconnesse: letteratura, filosofia, storia, arte contemporanea, geografia, antropologia e testi scientifici usati come base di ogni lavoro.
Nonostante tanta Street Art, Andreco rifiuta le etichette e spinge in molte direzioni: arte pubblica, pittura, scultura, disegni, arazzi, installazioni, performance, workshop. Dal processo condiviso all’oggetto da museo, dalla dimensione partecipata alle mostre in galleria, dai giardini botanici alle case dei collezionisti, passando per i muri delle periferie. E viaggiando senza sosta, dietro a incarichi e produzioni, da Lisbona a Parigi, dal Brasile agli States, dalla più piccola provincia italiana fino all’Africa.
A tenere insieme tutto sono alcune immagini ricorrenti, come le inconfondibili pietre, tracciate in un bianco e nero sintetico, severo, spesso accostato all’oro. E poi l’autenticità di una ricerca seria, personale. Senza mai cedere al compromesso: niente collaborazioni con brand anti-ecologici, niente commissioni decorative o pretestuose. Il rigore, per l’appunto. Col lusso della libertà.

Andreco, Climate 04, 2017. Venezia, scultura
Andreco, Climate 04, 2017. Venezia, scultura

L’ultimo progetto è in corso a Venezia. Si chiama Climate 04 ed è la quarta tappa di un ciclo dedicato al dibattito sui cambiamenti climatici. Nei pressi della stazione ferroviaria Andreco ha firmato il primo murale mai realizzato in Laguna. E non è stato facile convincere Comune, Regione, Soprintendenze. Eppure ce l’ha fatta. Anche grazie alla collaborazione di un team di ricercatori del CNR e di istituzioni culturali come IUAV e Ca’ Foscari, insieme a vari supporter e sponsor (Studio La Città, One Contemporary Art, ASLC progetti per l’arte, De Castelli srl, Spring Color srl, Platform Green).
Al wall painting si affiancano una scultura botanica temporanea e una conferenza. Il tema? L’innalzamento delle acque e il futuro di Venezia. La sua sparizione, la sua fragilità, il senso della fine. Con la scienza che diventa arma, chance, opposizione; e con l’arte che si fa narrazione, rappresentazione, dispositivo sensibile e motore di consapevolezza collettiva.

L’INTERVISTA

Partiamo dal progetto per Venezia. Hai l’onore e l’onere di aver realizzato il primo murale mai apparso in Laguna. Un lavoro delicato, che rispetta il luogo, rivelando alcune informazioni preziose. Cosa indicano linee e numeri che hai tracciato? Quali criteri estetici hai seguito?
Il Canal Grande di Venezia è un luogo speciale. Rispetto ad altri miei wall painting ho scelto di realizzare una composizione sicuramente meno impattante, ma ricca di contenuti teorici che vanno scoperti da vicino: un piccolo rebus visivo con un impatto concettuale più che visivo. Sulla parte inferiore del muro ‒ lungo circa cento metri e alto sei ‒ sono riportate le quote del livello medio del mare, previste dagli studi scientifici più autorevoli, da oggi al 2200. I dati sono tutt’altro che rassicuranti. Nella parte superiore del muro invece sono raffigurate in maniera simbolica le onde estreme. Per tutta la superficie sono riportate le variabili che contribuiscono ai fenomeni di innalzamento del livello medio del mare e alle onde estreme. In alcuni punti ho riportato anche le formule matematiche più utilizzate in questo ambito, insieme a delle forme appartenenti al mio linguaggio.

Andreco, Climate 04, 2017. Venezia, murale
Andreco, Climate 04, 2017. Venezia, murale

La scultura riprende un modello già utilizzato in altri contesti, da Parigi a Bologna. Che tipo di piante hai usato qui? Che struttura ha l’opera?
Si tratta di un piccolo giardino di piante di Laguna, sovrastato da una grande struttura reticolare in ferro dorato. È alta sette metri. L’ispirazione arriva da un articolo di alcuni scienziati ‒ tra cui Debora Bellafiore del CNR-ISMAR ‒ che mostra come un innalzamento troppo rapido del livello medio del mare danneggerebbe in modo irreparabile le piante della Laguna. La scultura quindi è un “landmark” che ha la funzione di attrattore e mette in risalto quello che c’è sotto: le piante di Laguna, vere protagoniste delle azioni di resilienza, mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, da sempre proteggono e rendono possibile l’esistenza di Venezia.
Se il wall painting parla del problema, la scultura è legata al campo delle soluzioni o comunque delle strategie di contrattacco. Anche questo lavoro, come molte delle mie ultime produzioni, è un omaggio alla natura tramite il metodo che ho chiamato “Nature as Art”, in cui il processo chimico-fisico di neutralizzazione dell’inquinante diventa l’opera stessa.

Andreco, Climate 04, 2017. Venezia, scultura
Andreco, Climate 04, 2017. Venezia, scultura

Al margine dell’opening hai organizzato anche un convegno con alcuni ricercatori che hanno collaborato al progetto. Quanto è centrale nel tuo lavoro la costruzione di una rete professionale eterogenea?
Quello che influenza le mie opere arriva da ambiti anche molto diversi, tra questi sicuramente gli studi antropologici, filosofici e scientifici, in particolar modo quelli legati al campo della sostenibilità ambientale, la gestione delle risorse, la neutralizzazione degli inquinanti e i cambiamenti climatici. Nel tempo ho iniziato a coinvolgere scienziati e centri di ricerca. Il lavoro è cresciuto e oggi mi confronto con diverse persone. Mi piace l’idea di partire da una ricerca solida, è un trampolino che poi mi permette di accedere alla visione da cui scaturisce la rappresentazione simbolica del concetto. Spesso questo avviene per associazione visiva… Di solito l’idea giusta mi appare con chiarezza nel sogno lucido della prima mattina.

Il tuo muro è la rappresentazione grafica di una catastrofe. Con grande delicatezza hai messo sotto gli occhi dei veneziani l’immagine del pericolo e la possibilità concreta della sua misurazione. È un’opera piena d’inquietudine.
Quest’opera, se pur ancora simbolica, forse è tra le più dirette che abbia mai realizzato: i centimetri e i tempi con cui salirà il mare sono sotto gli occhi di tutti. Molti veneziani che sono passati davanti al muro si sono fermati e mi hanno chiesto conferme. Tutti sanno, ma non vogliono pensarci. Cos’è l’arte se non qualcosa che ha la dote di farti pensare a quello su cui solitamente non rifletti?
Quelli che ho riportato, per altro, non sono i valori massimi e più apocalittici. Tutt’altro. Si tratta di valori medi, non ho voluto esagerare, non era necessario. Ed è importante ricordare che sono dati reali, previsioni pubblicate da studi scientifici.

Andreco, Climate 04, 2017. Venezia, murale
Andreco, Climate 04, 2017. Venezia, murale

E però, a proposito di ambiente, non si può prescindere dalla nostra responsabilità verso i destini del pianeta. Nel tuo lavoro c’è anche un monito, il senso di un’altra chance?
Certo. Nonostante la fondatezza delle previsioni scientifiche, il futuro non è scritto. L’innalzamento del livello medio del mare è legato alle temperature, che sono proporzionali alla concentrazione di CO2 in atmosfera, il quale dipende anche dalle emissioni di noi esseri umani. Se si riducono le emissioni si contiene l’incremento della temperatura media globale: restando su un massimo di 1,5 o di 2 gradi centigradi in più rispetto alle temperature pre-industriali, si contiene anche l’innalzamento del livello medio del mare. Quindi sì, il futuro dipende anche da noi, cambiare rotta subito è indispensabile. Che non significa fare una vita di rinunce, come spesso vogliono far credere, ma cambiare radicalmente il processo produttivo e di gestione delle risorse, operando una transizione verso risorse rinnovabili e bilancio di emissioni zero. Si può fare.
Poi i pareri sono diversi. Esistono teorie sull’antropocene che arrivano a parlare di cambio d’era geologica, tanto è invasivo l’influsso dell’uomo sulla terra; secondo altri la specie umana è talmente insignificante che un giorno spariremo senza che la terra se ne accorgerà. A me piace pensare che la volontà di cambiamento muova le montagne.

Dalle performance ai muri, passando per le installazioni, cerchi ossessivamente una relazione con gli spazi di condivisione. Come intendi la pratica dell’arte pubblica?
Lavorare nello spazio aperto è complesso. Sicuramente trovo interessante la possibilità di relazionarmi con un pubblico vasto ed eterogeneo, senza semplificare mai la qualità dei concetti e dei temi trattati. C’è anche bisogno di esercizio costante e una certa sensibilità: difficile prevedere tutto, rimane sempre una componente di rischio.

Andreco, Back Mountain, Belluno
Andreco, Back Mountain, Belluno

Lavori spesso con i giovani, con le persone, entrando nel vivo di diversi contesti sociali e territoriali. Quanto è importante questo scambio e cosa aggiunge al tuo lavoro?
Negli ultimi anni mi hanno invitato spesso a tenere workshop e laboratori, di recente anche a Berlino durante l’art week su Arte e Politica. Insegnare mi piace, lo vedo come uno scambio a due direzioni. Per anni ho tenuto seminari alla Facoltà di Ingegneria di Bologna (“Tecnologie appropriate per la cooperazione internazionale” e “Urban Green Technologies”) nei corsi della Prof. Bonoli, a cui devo molto dal punto di vista della didattica. Nel 2010 Roberto Da Olio e Mili Romano mi hanno chiamato al corso di “Antropologia dell’Arte” dell’Accademia di Bologna per parlare dei miei lavori nello spazio pubblico: sono entrato in punta di piedi, furono loro a dirmi che quello che raccontavo aveva un valore e che il metodo costruito da autodidatta, basandomi sull’esperienza, sollevava questioni cruciali.
Credo che i vari progetti in giro per il mondo siano stati una buona palestra mentale. Dai contadini del semiarido brasiliano agli abitanti delle oasi del Sahara, da boschi del Galles fino a New York, dal Sud Africa alla Repubblica Domenicana, mi sono rapportato con contesti e culture diverse, non da turista ma per lavorare insieme. È stata una grande scuola, anche se – intimamente – mi sento ancora dietro al banco, con un’infinità di cose da imparare. E forse è proprio questo che mi piace trasmettere: la certezza che alla conoscenza non c’è fine e che ogni progetto è un’occasione per apprendere, sperimentare, rischiare, mettersi in gioco.

Andreco, Parade for the landscape, 2014
Andreco, Parade for the landscape, 2014

Un altro aspetto cruciale è legato all’elemento teatrale, performativo. Penso alle parate, al ruolo della musica e della danza, ai travestimenti. Si tratta di rituali, che mi pare connettano i luoghi e le persone. Con quale scopo? A quali esperienze artistiche e culturali fai riferimento?
La prima parata risale al 2010. È stato un passaggio importante. Le performance mi consentono di lavorare su diversi piani contemporaneamente: pittura, costumi, coreografia, musica, voce, danza, azioni, scultura, installazioni. Ho toccato con mano il significato di opera d’arte totale, come nel caso di Rockslide and the Woods, produzione di Centrale Fies e Comunità Europea 2016. Alla base possono esserci lunghi laboratori, come è stato per Erba cattiva, realizzata con i Motus per Santarcangelo Festival nel 2015, o anche esperienze più essenziali e rapide come Arvores, realizzata quest’anno in Portogallo, o come Parata della Fine (2017), al Centro Pecci di Prato.
Al centro c’è il mio interesse per il simbolismo dei rituali ancestrali e dei culti religiosi, inclusi spiritismo e sciamanesimo, a cui ho assistito in molti dei miei viaggi: Santeria a Cuba, Candomble e Umbanda in Brasile, Voodoo in Nigeria e in Repubblica Domenicana. Anche certe forme di danza e di teatro mi hanno influenzato, il Butoh primo fra tutti. E poi c’è l’influsso dell’attivismo politico, le manifestazioni, le pratiche dell’ambientalismo radicale, il pensiero libertario e antiautoritario. Comune denominatore sono l’infatuazione, il trasporto, la convinzione e la suggestione che animano ogni rituale collettivo, uniti all’omaggio verso elementi della natura.

Andreco e Crisa, intervento a San Sperate, Cagliari
Andreco e Crisa, intervento a San Sperate, Cagliari

Un tuo murale si trova a San Sperate, il paesino sardo in cui nacque e visse Pinuccio Sciola, artista unico che scolpiva e suonava le pietre. Se dico “pietre”, in tema arte contemporanea, penso a lui, a te, a Richard Long o a Luigi Lineri, un outsider artist che ha costruito un tempio assemblando centinaia di pietre nel suo fienile. Cosa c’è di straordinario in questo elemento senza tempo e senza forma? Qual è il suo valore simbolico, che nelle tue opere diventa icona e segno grafico?
Per molti anni ho raffigurato organi interni come immagine di sintesi dell’insieme degli esseri umani. Quando ho ricercato immagini di sintesi per la natura ho pensato alla roccia, alla geologia, ai rami e alle nuvole. La sintesi necessita di una forma significante, la mia è stata radicale. Dopo molti anni mi sono accorto che sin da piccolissimo fotografavo la mia mano con delle pietre, credo che questa suggestione trova in me origini molto lontane. La mia personale modalità di rappresentazione non è né astratta, né figurativa, ma simbolica. Mi piace pensare alle forme che disegno come immagini dal significato aperto, lasciato alla libera interpretazione di chi guarda. Una forma può assumere diversi significati a seconda del contesto e di chi la guarda.

Partire dalle pietre significa mettersi in relazione col paesaggio in maniera viscerale, dal suo interno direi. Che cos’è per te questo riferimento costante, come lo definiresti?
Per me il paesaggio è lo spazio in cui perdersi, da attraversare senza documenti, da preservare e rispettare come l’unica divinità in cui vale la pena credere.

Hai toccato spesso temi legati alla politica, chiudendo il cerchio con l’arte e la scienza: una triade che fonda il nostro vivere comune. Dov’è, se c’è, una possibile valenza politica dell’arte?
Sono convinto che un’opera che funziona è in sé politica, essendo fuori dall’ordine delle cose e delle convenzioni, libera dagli schemi. Tuttavia, negli ultimi anni, i miei lavori sono più riconducibili a un certo impegno politico, sociale e ambientalista; questioni che mi appartengono da sempre, ma che inizialmente non erano palesate.
Il progetto Climate nasce con la volontà di legare pratiche artistiche e scientifiche e attivismo ambientalista. La forma è sempre simbolica e visionaria, ma i temi trattati sono meglio evidenziati. Ho capito che in alcuni casi l’arte può avere un potenziale di rottura e di trasmissione concettuale incredibilmente maggiore rispetto a un linguaggio in apparenza più comprensibile. Non si tratta di una forma di sensibilizzazione o di comunicazione alternativa, è la stessa arte che diventa strumento di cambiamento rispetto alla condizione del presente. L’opera è una concatenazione tra dimensione artistica, scientifica e politica, è un collegamento, un ponte visionario.
Ci sono molte personalità che apprezzo in tal senso, fra arte, architettura e politica, dai situazionisti fino a Joseph Beuys. Anche il lavoro di Long è molto politico, a differenza di quanto potrebbe sembrare.

Andreco, Unica e Indivisibile, 2016, Austria/Italy, border
Andreco, Unica e Indivisibile, 2016, Austria/Italy, border

Raccontami un tuo progetto maggiormente connotato in chiave politica.
One and Only, ad esempio, l’installazione-performance e il video che ho realizzato per il progetto Walking, Arte in Cammino. Ho installato delle bandiere raffiguranti in maniera simbolica delle vette di montagne nere, che ho poi disposto in cima al Pal Piccolo, esattamente tra le due trincee, quella italiana e quella austriaca, residuati della Prima Guerra Mondiale, e poi lungo la frontiera. Lo statement del progetto era “Unica e indivisibile”: una montagna non può essere divisa dalle nazioni. Questo lavoro, come pure il progetto Parata per il paesaggio, prodotto a Santa Maria di Leuca da Ramdom e Progetto Gap, presuppone dei ragionamenti sul significato del paesaggio come confine geografico e politico. One and Only sarà presentato al Macro di via Nizza, il 12 dicembre prossimo, per la mostra del Talent Prize.

Tornando invece a Climate, dopo Venezia hai in cantiere una nuova tappa?
Mi piace raccontare le cose dopo averle fatte, rimanendo fedele al mio spirito del fare. Posso dire, però, che il meglio deve ancora venire.

 Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Nel 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e poi dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.

1 COMMENT

  1. Apprezzo molto concordando la sua opinione sul paesaggio come luogo in cui perdersi, per attraversarlo senza documenti, per preservarlo come unica divinità in cui credere. Per il resto vedo non poche contraddizioni e una certa ingenuità in quello che afferma, prima tra tutte quella in cui dice che non serve una vita di rinunce per cambiar rotta sulla gestione ambientale. Anche cambiando il processo produttivo e di gestione delle risorse il motivo scatenante di fondo per cui siamo arrivati a questo punto non cambierebbe, o meglio cambiano dispositivi che alla fine sono prodotti, certamente utili alla fine di contrastare il trend di deterioramento dell’ambiente, ma pur sempre prodotti che vanno ad alimentare, ad ingrossare il sistema di produzione di consumo. Bisogna combattere il cancro alla radice del sistema optando proprio per la rinuncia, certamente una rinuncia compatibile, una rinuncia soprattutto che riporti l’essere ad una dimensione più umana e al centro degli interessi della politica e della società, che riporti l’uomo all’essenza perduta con una nuova consapevolezza dopo questa interminabile abulimia di consumo.

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