L’immagine rubata. L’estate a Carrara

CAP, Carrara – fino al 10 settembre 2017. Tutto è stato già detto – e rappresentato nelle arti visive. E allora che si fa? Una mostra (e prima un libro) raccontano la pratica della citazione nell’arte contemporanea.

Mauricio Lupini, Diorama penetrable (Domus 1954 1961) 2014, installazioni, misure variabili photo Mauricio Lupini
Mauricio Lupini, Diorama penetrable (Domus 1954 1961) 2014, installazioni, misure variabili photo Mauricio Lupini

L’immagine rubata. Di questo si tratta nella mostra estiva al Cap di Carrara, una mostra in cui Lucilla Meloni porge con garbo una variegata panoramica di opere di un nutrito gruppo di artisti internazionali, con percorsi diversi ma tutti accomunati dal fatto di operare dagli Anni Ottanta e Novanta del Novecento. Le immagini reinventate è un suggestivo postulato e insieme un’interessante selezione con cui si documentano l’interesse e la vitalità del prelievo e del ricorso al ready made, ovvero la ricostruzione e quindi la citazione di immagini che si sono già viste e che diverrebbero golosissima materia prima su cui si avventa rapace e prende inizio il lavoro artistico propriamente detto.

UNA TESI E LA SUA VERIFICA SPERIMENTALE

La curatrice di questo si è occupata anche nel suo ultimo studio Arte guarda arte. Pratiche della citazione nell’arte contemporanea, edito da Postmedia Books, i cui assunti teorici nella mostra trovano una verifica sperimentale, evidenziando allo stesso tempo una solida base empirica: se nulla è vergine, è perché il mondo è sovraccarico d’immagini schizzate alla deriva e non può darsi nessunissima esperienza di prima mano, non esiste una felice età dell’immediatezza, una fanciullezza del genere umano ove si sperimenti l’ingenua adesione, la prossimità alle cose.
E allora le riserve iconografiche di questi artisti rimandano alla cultura popolare degli Anni Sessanta e Settanta del Novecento, ai repertori dei rotocalchi o del migliore cinema italiano che ha fatto epoca, ad Antonioni, ma anche a Hitchcock, e chi non li ha visti, centomila volte rivisti e amati ogni volta di nuovo, ovvero il taglia e cuci della memoria si serve della pittura come fa Bidlo, che cita Morandi riproducendolo col pennello, o del pennarello, ancora un medium caldo, che non rinuncia al piacere della pratica manuale ma poco importa, perché è comunque in chiave concettuale che Aleksandra Mir riproduce un vecchio vinile, guardando a un precedente altro, assumendo, decontestualizzando, ricopiando le immagini rubate dal corredo tecnologico di quegli anni.

Gea Casolaro, Still here, Le quatre cents coupes, Escalier du Sacré Coeur
Gea Casolaro, Still here, Le quatre cents coupes, Escalier du Sacré Coeur

CONTRIBUTI ITALIANI

Lo stesso approccio e lo stesso riferimento a materiali iconografici dell’epoca colpisce nel lavoro di Gea Casolaro, che presenta una serie di cartoline ove si intersecano e finiscono per combaciare flussi temporali alternativi e diversi. I set di vecchi film, entrando di peso all’interno di scenari di oggi, attivano un cortocircuito, incontri improbabili o buffi che rieditano “l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio”, come hanno spiegato bene quasi cent’anni fa Lautréamont, Breton e tutto il clan dei surrealisti.
Nella diapositiva graffiata e stampata di un cavallo della tradizione italiana, Stefano Arienti copia e riproduce in colori sgargianti un’icona, una traccia della memoria che naturalmente non può emergere in modo neutro e indolore ma comporta lacerazioni, strappi, e insomma serba in sé tutte le tracce dell’usura, perciò è naturale che si evidenzino anche zone di oblio e parziale rimozione nella ristampa.

CITAZIONE E RAFFREDDAMENTO

Negli interventi di Thorsten Kirchhoff gli sfondi hollywoodiani sono fin troppo gioiosi, sensuali e invitanti per non apparirci come inquietanti, straordinari déjà-vu, mentre la sovrapposizione d’immagini pittoriche e filmiche dà idea del gran lavorio dell’immaginazione in Myriam Laplante, che in una specie di fotomontaggio ancora una volta sceglie di omaggiare il cinema per farne altro.
La pratica della citazione rimanda molto indietro e si radica nella facoltà dell’immaginazione creativa di operare sulle impressioni dei sensi richiamandole alla memoria, riattivandole e unendole in associazioni assolutamente audaci e inusuali, in un processo di raffreddamento e presa di distanza che diventa esso stesso centrale per l’artista di matrice concettuale. La ripresentazione di immagini precedenti diventa allora tentazione sublime come le sirene di Ulisse che incatenano, così il ripescaggio a opera di Mauricio Lupini degli inserti pubblicitari e del design della Olivetti sembra fluttuare in universi altri e lontani e quindi fa sognare, o ci accarezza compiacente e penetrabile come lo spazio di gioco disegnato dalle pagine ritagliate e appese della rivista Diorama, con cui a sua volta si effettua un rimando.

Aleksandra Mir, Senza tramoto, 2010 pennarello su carta 200 x 200 cm
Aleksandra Mir, Senza tramoto, 2010 pennarello su carta 200 x 200 cm

IL CONTRIBUTO DI BARUCHELLO

Citazioni dirette, oniriche e misteriose provengono da un immaginario pop in qualche modo datato, scolorito o ingiallito, che porta con sé lo scollamento del tempo attraverso la riproduzione meccanica nel video di Gianfranco Baruchello, che si inceppa ed è vittima di lapsus continui come balbettii, salti e slittamenti perversi e snodati, o potremmo dire dinoccolati, perché il lavoro dell’immaginazione simbolica ricorre a processi di condensazione, dislocamento e ripetizione, ovvero opera la fusione di materiali tratti da contesti di appartenenza lontani, spesso lontanissimi e del tutto estranei fra loro, o cade nella coazione a ripetere, per cui in altrettanti conati torna a galla o alla gola un pasto nudo indigesto e senza condimenti come in un singhiozzo, attraverso il flash-back, nel ralenti, nella dissolvenza incrociata; tecniche narrative che fanno del video magistrale di Baruchello il riconosciuto capostipite di un’intera generazione, dando inizio al percorso espositivo.

CYPRIEN GAILLARD E IL TEMPO

Le immagini possono essere pezzi apertamente staccati dalle rovine del World Trade Center a testimoniare l’esplosione in diretta, colta in flagrante e resa per metonimia, metafora che fa rivivere il vissuto mediatico per eccellenza della nostra contemporaneità con una presenza discreta, ma davvero potente ed efficace al Museo di Carrara, questa la scelta di Cyprien Gaillard. Si tagliano spezzoni e brandelli di cose già fatte o esperienze vissute che si trovano catapultate fuori dall’intreccio che conferiva loro un senso univoco. In questo modo le immagini rubate sprigionano sensi diversi e inattesi, come hanno spiegato a turno fini psicologi prima di Freud, come Aristotele, Hume e Bergson. Tutto ha a che fare con la nostra esperienza del tempo, con la sospensione del flusso temporale della pellicola, con l’arresto della corrente in divenire della vita, che libera le immagini per nuove associazioni.

Myriam Laplante, Limbo (Poele), 1988, stampa cibacrome, 155 x 130 cm
Myriam Laplante, Limbo (Poele), 1988, stampa cibacrome, 155 x 130 cm

RICHARD GINORI E I MINIMALISTI

Va da sé, l’originalità non comincia dal processo se vogliamo in larga misura passivo di acquisizione e registrazione del materiale empirico di base che guarda ai serbatoi iconografici di un’epoca storica a noi vicina ma in ogni caso andata: in fase di post-produzione, l’immagine rubata viene sintetizzata in modi bizzarri e inusuali, o per un meccanismo perverso torna in maniera ossessiva perché l’immaginazione è estremamente spavalda ma è anche bulimica, e quindi è in grado di restituirci l’estetica di quegli anni, il design industriale, le ceramiche della Richard Ginori, la spinta essenziale e moderna di GiO Ponti la cui replica si riserva d’interpolare i propri materiali attraverso palinsesti sconclusionati ove si esprime il libero gioco delle nostre facoltà, come nel toccante incontro che avviene nella polvere fra sculture che davvero ci sono rimaste dentro, quelle dei minimalisti Judd, Newman e Andre nella foto di Vik Muniz: perché la volontà artistica di tutto si impadronisce e nel gesto automatico, come in sogno, presenta in forme sempre diverse e poetiche le sue composizioni più nuove e originali, cioè quelle che a pieno titolo si possono chiamare le sue più autentiche invenzioni.

– Francesca Alix Nicoli

Evento correlato
Nome eventoLe immagini Reinventate
Vernissage07/07/2017 ore 19
Duratadal 07/07/2017 al 10/09/2017
AutoriDebora Hirsch, Vik Muniz, Cyprien Gaillard, Stefano Arienti , Gianfranco Baruchello, Thorsten Kirchhoff, Alexandra Mir, Gea Casolaro, Sam Durant, Myriam Laplante, Mauricio Lupini, Luis Felipe Ortega, Mike Bidlo, Daniel Guzman
CuratoreLucilla Meloni
Generiarte contemporanea, collettiva
Spazio espositivoCAP CENTRO ARTI PLASTICHE
IndirizzoVia Canal del Rio - Carrara - Toscana
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Francesca Alix Nicoli
Dopo gli studi classici Francesca Alix Nicoli si laurea in Storia della Filosofia e, di seguito, in Storia e Metodologia della Critica d’Arte. Le sue prime pubblicazioni vertono sul pensiero filosofico di David Hume nella produzione storiografica più recente, ed escono su riviste specialistiche universitarie. Nel 2004 dà alle stampe il primo libro di critica d’arte su “Le giuste premonizioni di Fausto Melotti”. Interrompe gli impegni universitari come assistente di cattedra di storia della filosofia all’Università degli Studi di Bologna e fa rientro a Carrara per prendere in mano la direzione dell’azienda di famiglia, gli Studi di Scultura Nicoli che operano dal 1835 in campo internazionale. Da allora opera con i maggiori artisti contemporanei come production manager. Suoi saggi specialistici sono apparsi in cataloghi e volumi collettanei di arte contemporanea ed approfondimento critico, ed è collaboratrice di numerose riviste di settore e magazines, fra le quali Flash Art, Arte e Critica, Artribune, Segno. Presso Mimesis Editore nella collana Eterotopie è in corso di stampa il suo secondo libro “Giù le mani dalla modernità” la cui uscita è prevista per il settembre 2012.