Arte al sapore di zucchero

Croce e delizia di qualsiasi regime dietetico, lo zucchero è anche una materia prima amata dagli artisti. Ecco una panoramica di opere in polvere e in zollette.

Tutto sta nelle dosi: in piccola quantità è tanto goloso per il palato quanto indispensabile per le sue proprietà energetiche. Se invece si eccede, si giunge alla stucchevolezza fin quasi alla nausea; per non parlare delle più nefaste conseguenze per la salute.
Lo zucchero. La polverina bianca che tanto assomiglia al sale quanto gli è lontana e quasi opposta al cospetto delle papille gustative. Un pranzo o una cena non sono tali se non si concludono con un dolce. E poi arriva il caffè, nel quale si mescola un altro poco di zucchero.
Se il cameriere si scorda di portarlo sulla tavola, si può rimediare indossando il Sugar Ring, l’anello creato da Meret Oppenheim nel 1936-37: sul classico cerchietto d’oro da infilare al dito è saldato un quadratino dello stesso metallo sul quale poggia una zolletta di zucchero, bloccata da quattro bracci ad angolo retto. Tre sono fissi mentre il quarto è collegato da una vite alla piastrina quadrata. Rimuovendolo, si può prelevare lo zucchero per utilizzarlo in caso di estrema necessità. L’acquirente di questo anello o colui che ha intenzione di regalarlo, oltre a precisare il diametro del dito, deve presumibilmente portare un campione della zolletta di zucchero che trova più facilmente in commercio, per evitare che il suo “pronto soccorso” glucosico rimanga sguarnito. André Pieyre de Mandiargues sottolinea questa confusione tra la materia prima povera e la presunta preziosità del gioiello, evidenziandone l’atteggiamento ironico: “Per Meret Oppenheim l’arte è inseparabile dalla vita di tutti i giorni […] ed entrambe sono caratterizzate dal contrasto tra il faceto e il serio intesi nel loro senso più estremo, da uno stupefacente miscuglio di dolcezza e di durezza sentite con la stessa intensità”.

Vik Muniz, Sugar Children series, 1966

Vik Muniz, Sugar Children series, 1966

QUESTIONE DI DOSI

+È solo questione di dosi, si diceva. Dal minuscolo anello ci vuol davvero poco a passare alle grandi costruzioni dell’artista irlandese Brendan Jamison. Dopo aver scoperto una tecnica per legare stabilmente tra loro le zollette di zucchero, si è lanciato nella riproduzione delle più ardite architetture, creando veri e propri paesaggi, candide aree urbanistiche con palazzi, strade, torri e ponti di vari tipo esposti non soltanto in musei, ad esempio al Centre Pompidou nel 2015, ma anche – e qui esce lo stretto collegamento con il materiale utilizzato – in ospedali e centri di ricerca sul diabete come la AADE – American Association of Diabetes Educators). Ciò che risulta maggiormente interessante, in queste sculture, è la coniugazione tra la mole statuaria e la meticolosità nei dettagli. Nel 2012 Jamison ha riprodotto in dimensioni ridotte la porta del celebre edificio al numero 10 di Downing Street, la residenza del Primo Ministro del Regno Unito, e nel 2015 si è adeguato alla perizia dei meccanici svizzeri ricostruendo con accurata precisione il classico coltellino multifunzione in misure poco più grandi del naturale.
Il traslucido biancore della polvere di zucchero si presta anche ad essere sparso su una superficie omogenea per creare, con ombre e asperità, un’immagine bidimensionale. Un quadro, in sostanza, come la serie dei Sugar Children, ritratti di bimbi e ragazzi dell’isola di Saint Kitts, nel Mar dei Caraibi, realizzati da Vik Muniz nel 1996: “Mi trovavo ai Caraibi quando ho visto i bambini che lavoravano la canna da zucchero. Erano meravigliosi. Ma i loro genitori erano molto tristi, persone con un carattere difficile. Ho realizzato il fatto che è dai bambini che estraggono la dolcezza, facendoli lavorare nei campi. È un lavoro davvero duro. Tutta la loro dolcezza va a finire nel nostro caffè. Ed è così che li ho disegnati con lo zucchero”.

Aldo Mondino, Le Sucre au Coeur, 1971

Aldo Mondino, Le Sucre au Coeur, 1971

IL CASO DUCHAMP

Il gioco della polvere dolce e granulosa come materia prima per una pittura diventa anche un gioco di parole con le opere, ma soprattutto i titoli, di Aldo Mondino: Food Ball (1966) è una gigantografia del pallone da calcio tracciata spargendo con destrezza zucchero bianco su fondo azzurro; Reliquerizia (1995) è un equilibrio di sapori e colori, tra l’ex voto e un’immagine sacra ottenuta con un mosaico di zollette bianche e marrone chiaro. Infine, Le Sucre au Cœur (1971) è un facile ma non scontato cambio di vocale: la facciata e la scalinata della chiesa si illuminano nel biancore che emerge da un piatto fondo blu.
E pensare che lo zucchero ha fatto la sua prima (grande) apparizione nell’arte moderna sotto le mentite spoglie di zollette di marmo! All’inizio, infatti, ed esattamente nel 1921, si è presentato come un falso, ovvero una copia dal vero che si poneva contro la realtà del vero in quanto il marmo non è zucchero e non lo si può succhiare e non dolcifica e non si capisce perché queste 152 finte zollette debbano stare in una gabbietta per uccelli accompagnate da un osso di seppia e da un termometro a mercurio. Ecco come Marcel Duchamp ha descritto la sua opera Why Not Sneeze Rrose Sélavy?: “È un readymade in cui lo zucchero è sostituito dal marmo per assumere una sorta di effetto mitologico”. E come sempre, dopo Duchamp non si può andare oltre, anche per evitare il rischio di una crisi iperglicemica.

Carlo e Aldo Spinelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #36

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Carlo Spinelli

Carlo Spinelli

Laureato in Lettere Moderne e iscritto a Storia Antica, viaggia mangia e scrive in ordine sparso per ItaliaSquisita, Rolling Stone, La Cucina Italiana e Wired. Approfondendo l'antropologia dell'alimentazione nel contemporaneo mangiare, tra culture e geografie all'antitesi, ama in egual misura…

Scopri di più