Il corpo, anzi, i corpi degli artisti, dei soggetti, dei visitatori sono al centro delle due esposizioni che la Maison européenne de la photographie presenta in occasione del Mois de la Photographie du Grand Paris. Tra gigantografie, maquette, cornici e specchi, la fisicità è esplorata in tutte le sue dimensioni, scomposta e ricomposta nelle costruzioni di Orlan, spogliata e travestita in quelle di Michel Journiac.

Il suo nome si scrive tutto in lettere maiuscole e il titolo dell’esposizione che le è dedicata lo rimarca: come donna, come femminista, come artista Orlan (Saint-Etienne, 1947) esce dagli schemi affermandosi nella sua mutevole unicità. L’itinerario concepito da Jérôme Neutres, direttore strategico della Réunion des Musées Nationaux – Grand Palais e presidente del Musée du Luxembourg, ha l’obiettivo di superare la cronaca sensazionalistica delle performance artistico-chirurgo-plastiche che all’inizio degli Anni Novanta hanno reso Orlan nota in tutto il mondo (tanto da valerle il premio 2013 per l’E-reputation come artista più cliccata e condivisa sul web) per lasciare spazio ai lavori fotografici degli esordi e ad alcune opere praticamente mai esposte, sino ad arrivare alle manipolazioni digitali più recenti. Nelle prime sale, il corpo dell’artista esce dalle cornici, come in una genesi creativa, nella sua nudità originaria e con espressione stupita, o mascherata, va a interrogarsi, nelle sale successive, sulle possibilità – o sulle costrizioni – dell’interazione sociale. Così in Panoplie de la fille bonne à marier (1981) o in Têtes à claques, jeu de massacre (1977) il corpo dell’artista è riprodotto a grandezza naturale, in bianco e nero, e moltiplicato, esplorato nelle diverse espressioni facciali, nelle posture, come in un gioco.

ORLAN, Sculpture et piédestal du Baiser de l’artiste, 1977 © ORLAN / ADAGP
ORLAN, Sculpture et piédestal du Baiser de l’artiste, 1977 © ORLAN / ADAGP

ORGANISMI PLURIMI

La serialità nella rappresentazione consente all’artista di far emergere la congenita pluralità di ogni organismo e di coinvolgere in questa indagine anche il corpo del visitatore. In mostra c’è la silhouette del celebre Baiser de l’artiste che all’inaugurazione della Fiac a Parigi nel 1977 suscitò l’indignazione di molta opinione pubblica; è esposto anche il telegramma con cui una scuola privata della provincia francese licenziava l’educatrice Mireille Suzanne Francette Porte (nome di battesimo dell’artista), affermando: “Il tuo comportamento degli ultimi giorni non è compatibile con il tuo ruolo di formatore”. Autoproclamatasi e oggi riconosciuta come fondatrice dell’arte carnale, Orlan va oltre la ricerca della Body Art per defigurarsi e rifigurarsi in immagini che, chirurgicamente o digitalmente, sfidano i canoni estetici, creando nuove forme mai assolute, anzi ibride e rinegoziabili fino a che restano in una qualche maniera manipolabili.

Michel Journiac, Rituel pour un autre, Galerie Stadler. Le marquage de sang, 1976 © Michel Journiac / ADAGP
Michel Journiac, Rituel pour un autre, Galerie Stadler. Le marquage de sang, 1976 © Michel Journiac / ADAGP

L’AZIONE FOTOGRAFICA DI MICHEL JOURNIAC

Eppure, per quanto bistrattato, plasmato, il corpo resta sacro, anzi esprime sacralità proprio attraverso il suo farsi mezzo di espressione di una intrinseca pluralità. Se ORLAN nel 1992 dà vita all’arte carnale, è Michel Journiac (Parigi, 1935-1995) che più di vent’anni prima introduce la Body Art in Francia, insieme a Vito Acconci e a Gina Pane. Per lui il corpo è “un pezzo di carne cosciente e inserito nella società”: l’esposizione di Françoise Docquiert e Pascal Hoël ripercorre le tappe del suo percorso artistico attraverso quattro gradi filoni – i Ricatti, i Rituali, i Contratti e le Icone. Journiac, che ha un passato da seminarista, ricorre ossessivamente a temi e a stilemi tipici dell’arte sacra, promettendo addirittura l’immortalità – artistica, s’intende – al suo pubblico. Al di là dell’ammirare, occorre diventare un’opera d’arte. Journiac stende un apposito contratto – sottoscritto, tra gli altri, dall’attrice Mae West – che garantisce di essere trasformati in arte al proprio decesso. Il contraente non ha particolari oneri, se non quello di morire, come e quando lo vorrà: il suo corpo privo di vita sarà allora trattato dall’artista per diventare uno scheletro laccato in oro. La carne è un abito come gli altri e con essa si può giocare, travestirsi, in un esercizio magari crudele, ma mai macabro. I ritratti di giovani a mezzo busto con cui si chiude l’esposizione sono dipinti con il sangue dell’artista su un fondo d’oro.

Orlan e Journiac sono espressione di quella Francia che ha scelto di fare della Rivoluzione il proprio mito e della controcultura la propria maggiore espressione culturale: anche oggi, anche a distanza di decenni e al netto dell’evoluzione del gusto comune, riescono a turbare il visitatore con la forza e la presenza – autenticamente fisica – degli artisti stessi nelle sale.

– Maria Elena Buslacchi

Parigi // fino al 18 giugno 2017
Orlan en capitales
Michel Journiac L’action photographique
MEP – MAISON EUROPÉENNE DE LA PHOTOGRAPHIE
5/7 Rue de Fourcy
www.mep-fr.org

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Autori Orlan, Michel Journiac
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Maria Elena Buslacchi (Genova, 1986) è dottore di ricerca in Antropologia culturale. Ha studiato a Genova, Parigi e Marsiglia occupandosi dell’impatto sociale delle politiche culturali. Osserva in particolare i casi di studio delle Capitali europee della Cultura, le trasformazioni in occasione dei grandi eventi nella scena artistica delle città, nelle pratiche culturali e nei pubblici. Giornalista, pendolare transnazionale, insegue l’arte in giro per il mondo.