La rubrica “Versus” ritorna con una conversazione tra il direttore della GAMeC di Bergamo Giacinto Di Pietrantonio e il critico e curatore Lorenzo Bruni, su un tema dalle profonde implicazioni sociologiche: il rapporto tra la collettività e gli individui che la compongono.

La fragilità del senso di appartenenza alla comunità nazionale è sempre stata una tara tipicamente italiana, dalla discesa dei Longobardi a oggi, passando per l’occupazione araba e poi normanna, per l’età dei Comuni, delle Signorie e degli Stati regionali, per il dominio angioino, aragonese e austriaco, per il Risorgimento, la dittatura fascista e la “Seconda Repubblica”. Alla nostrana spiccata predilezione per l’interesse privato, si aggiungono oggi ben più gravi tendenze disgregatrici, che a dire il vero sembrano diffondersi rapidamente su scala globale, facendosi beffe del bene comune e vestendo di volta in volta i panni del nazionalismo, del populismo, dell’euroscetticismo e della xenofobia. Nuovi pensieri unici, tipici delle nuove masse, capaci di socializzare virtualmente al ribasso, ma non di creare comunità. Allora forse per ricostruire l’armonia sociale è necessario ripartire dalla persona, dalle esperienze e dai modelli di vita soggettivi. Versus dà la parola a Lorenzo Bruni e a Giacinto Di Pietrantonio, per tentare di comprendere quale possa essere il ruolo dell’arte nella definizione di necessarie e più incisive sinergie tra singoli e collettività.

Paweł Althamer, Bródno 2000, 2000. Courtesy Foksal Gallery
Paweł Althamer, Bródno 2000, 2000. Courtesy Foksal Gallery

Credete esista una qualche funzione pedagogica connessa all’arte? Oppure la creatività e la ricerca del bello rispondono esclusivamente a necessità interiori e istanze individuali? Si può arrivare all’etica attraverso l’estetica? Sono gli uomini e le civiltà che fanno l’arte o è vero anche il contrario?
Lorenzo Bruni: Il concetto di collettività, nel corso degli Anni Novanta, ha dovuto pareggiare i conti con la sua eredità novecentesca. Alcune opere testimoniano meglio di altre questa maturazione lenta, come Destroyed Public Sculpture del 2001, realizzata da Nedko Solakov per Sonsbeek 9, che suggeriva ai cittadini una nuova attenzione a una scultura pubblica attraverso la distruzione di una sua copia con un martello in diretta; oppure come la mostra dal titolo Demo station n. 1 al Portikus di Francoforte, sempre nel 2001, di Rirkrit Tiravanija, che consisteva nel creare uno stage dove poi si susseguivano happening nei quali il pubblico aveva un ruolo attivo, dal programma tv al contest di cucina. Questi due esempi ci ricordano che l’idea di collettività – nell’era post ideologica e globale – è passata da essere l’orizzonte o il soggetto a cui l’arte rispondeva a essere il materiale primario stesso dell’opera. La domanda che accomuna tutte le opere degli artisti attivi dagli Anni Novanta – e che va oltre la definizione di arte relazionale di Bourriaud – è: a chi mi sto rivolgendo e soprattutto come faccio a stabilire e a stimolare una nuova coscienza di appartenenza come collettività?
Giacinto Di Pietrantonio: Margaret Thatcher diceva che: “Non esiste la società, esistono solo gli individui”. Si era in pieno postmoderno, epoca in cui l’individualità era stata rimessa al centro della società. Dopo l’epoca del collettivismo, dal “privato è pubblico” si era passati ad “anche il pubblico è privato”, con tutto quello che ne conseguiva: narcisismo, individualismo, edonismo reaganiano, per citare Roberto D’Agostino. Individuo > società: storia vecchia di secoli. D’altra parte, noi che ci occupiamo d’arte, finiamo sempre per parlare di artisti come individui, di ciò che fanno, delle loro opere ed effetti. Certo, la società ha un suo ruolo, ma l’artista deve avere comunque talento, determinazione, visione. Per aggiungere una citazione proveniente dal lato opposto alla Thatcher, Mao Zedong diceva che: “La prima rivoluzione è quella che si compie dentro se stessi”. Io guardo all’opera dell’artista e non sono interessato più di tanto, per quanto riguarda l’arte intendo, alla biografia, nel senso che un artista può fare un’opera in cui si esprimono posizioni sociali, etiche, politiche, ma risultare debole, o viceversa. La storia ci insegna che abbiamo sottovalutato per troppo tempo opere e autori per aver espresso posizioni politicamente scomode: pensiamo a Ezra Pound, a Céline, oppure ai futuristi. Questo ci dice che né l’etica, né l’estetica garantiscono a priori il valore e la pedagogia dell’arte. E, come insegna Warhol, ciò accade anche perché siamo passati dalle manifestazioni degli Anni Sessanta-Settanta in cui si urlava: “W Marx, W Lenin, W Mao Zedong!”, a oggi in cui si sussurra e grida: “W Mao, W Lenin, W Marilyn!”.

Jan Fabre, Merciful dream (Pietà V), 2011
Jan Fabre, Merciful dream (Pietà V), 2011

Si può parlare di una propensione italiana a fare “famiglia”, più che a essere “popolo”? Una simile inclinazione riguarda anche il mondo dell’arte? Vale la pena cercare una comune cifra identitaria, un “Codice Italia”, come ha fatto Vincenzo Trione nel suo Padiglione per la Biennale di Venezia del 2015, o è meglio puntare su voci originali e personalità singole, come nel nuovo progetto di Cecilia Alemani?
L. B.: L’idea di “famiglia” per parlare di italianità è rassicurante (alla Fogazzaro), ma nasconde tante distorsioni (alla Soprano). Forse si dovrebbe parlare, alla Gramsci, di località temporanee e potenziali, di luoghi che accolgono modificandosi e modificando i singoli con cui dialogano. Era questa, negli Anni Sessanta, l’attitudine degli artisti che puntavano a interagire con la vita uscendo dagli spazi autoreferenziali dell’arte. Mostre in luoghi periferici come Amalfi, Montepulciano, Enna, Volterra o Volpaia permisero di attivare un dialogo inedito tra arte e società. L’attivismo politico degli artisti italiani non è mai divenuto materiale delle loro opere – come nel Living Theatre o in Hans Haacke – ma humus per una riflessione più ampia sulla comunità di appartenenza. La dimensione introspettiva e lo spostamento del dibattito su un piano ontologico e non cronachistico sono forse gli strumenti con cui l’arte italiana ha evidenziato una sua attitudine comune. Il grido sussurrato e il sussurro urlato, l’individuo nella collettività e la collettività nell’individuo sono modus vivendi et operandi tipici della nostra storia. È logico che i padiglioni Italia a Venezia dopo il 1999, in piena ondata globalizzante, abbiano dovuto chiudersi in una dimensione identitaria, alla ricerca di radici che andassero al di là della bandiera nazionale. Nonostante questo, il padiglione di Trione, come quello della Alemani, incarnano bene la frizione tra società e individuo – tra moltitudini e solitudini – in cui si dibattono le ricerche degli artisti che hanno coinvolto. Quello che li rende diversi non è l’idea che hanno della nostra società nazionale, bensì l’obiettivo delle loro riflessioni e il display. In quest’ottica il padiglione del 2007 della Gianelli con Vezzoli e Penone – mettendo a confronto senza sovrastrutture due generazioni e due ipotesi di futuro – sfatava il mito di cosa il pubblico potesse intendere per intimo e pubblico, visto che questi aspetti erano riscontrabili in entrambe le opere.
G. D. P.: Non penso che si possa ancora parlare di un codice identitario italiano. Non sono io a dirlo, ma insospettabili artisti come Paolini, Pistoletto e altri. Detto ciò, per quanto riguarda il Padiglione Italia, preferisco l’attenzione su pochi artisti, anche se questo non ne garantisce in assoluto la qualità, ma rende più facile la fruizione, soprattutto per gli stranieri: meglio visionare bene il lavoro di alcuni artisti, che male quello di tanti.

Pierre Huyghe, Untilled, 2012. Documenta 13, Kassel
Pierre Huyghe, Untilled, 2012. Documenta 13, Kassel

Come sta cambiando l’arte pubblica, fra spontaneismo e committenza? Ai linguaggi contemporanei si adattano più le dinamiche partecipative o una fruizione intima e privata?
G. D. P.: Sicuramente c’è un aumento di produzione d’arte pubblica nell’ultimo decennio, sia come spontaneismo che nella committenza. Tuttavia, non riesco a fare una distinzione sull’adattabilità dell’arte: per me l’arte non si adatta, o è, o non è. L’arte nella sua intensità è sempre contemporanea in qualunque modalità si esprima. Poi cosa vuol dire arte pubblica oggi? Ad esempio, un dipinto esposto in un museo pubblico è da considerare arte pubblica o no?
L. B.: Oggi gli artisti più attenti agiscono sulle dinamiche di appartenenza e sulla ragion d’essere della “comunità” in progress. Questo perché il confine tra privato e pubblico si è liquefatto nell’era del villaggio digitale globale e l’audience percepisce tutto con intima partecipazione. Di conseguenza l’arte – quella di ricerca – si interroga sul qui e ora dell’esperienza – dall’opera di Pierre Huyghe a Kassel per Documenta del 2012 a quella di Cao Fei per la Biennale di Venezia del 2015 – e sul come condividerla e poter riflettere sul concetto di futuro collettivo e non solo sul passato.

Per finire, vi chiedo di scegliere delle opere che ritenete possano offrire una sintesi visiva della nostra conversazione.
G. D. P.: Riguardo alle opere direi: Pietas e Mount Olympus di Jan Fabre, per la promessa mantenuta di innovare la tradizione. Him di Maurizio Cattelan: un vero pugno allo stomaco al potere privato e pubblico. E visto che dobbiamo condividere un’altra opera dimmela tu.
L. B.: Il progetto Bródno 2000 di Paweł Althamer perché – come per tutti i suoi lavori – ha stabilito un monumento “agito” dalla comunità stessa – e non solo da essa subito – in relazione alla presa di coscienza temporale oltre che a quella spaziale, creando così un dialogo tra io (come comunità) e mondo (come singolarità).

Raccolgo l’invito di Giacinto segnalando Triumphs and Laments, il fregio che William Kentridge ha realizzato l’anno scorso a Roma, non solo per il suo significato, ma anche perché le scritte e gli scarabocchi che deturpano l’opera, imbrattata da vandali e presunti writer, ci ricordano quanto sia spinosa la questione della ricezione, della conservazione e della percezione come patrimonio comune degli interventi di arte pubblica.

Vincenzo Merola

Versus#1 Christian Caliandro vs Ivan Quaroni
Versus#2 Sergio Lombardo vs Pablo Echaurren
Versus#3 Vincenzo Trione vs Andrea Bruciati
Versus#4 Chiara Canali vs Raffaella Cortese
Versus#5 Antonio Grulli vs Chiara Bertola
Versus#6 Sabrina Mezzaqui vs Giovanni Frangi
Versus#7 Alice Zannoni vs Matteo Innocenti
Versus#8 Gian Maria Tosatti e Luca Bertolo

Dati correlati
CuratoriGiacinto Di Pietrantonio , Lorenzo Bruni
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Vincenzo Merola
Nato a Campobasso nel 1979, è artista, insegnante di materie letterarie nelle scuole secondarie, giornalista pubblicista e operatore culturale. La sua ricerca si sviluppa a partire dall’interesse per le sperimentazioni verbovisuali e da una riflessione sul ruolo del caso e dei processi aleatori nella determinazione delle scelte e dei comportamenti individuali.
  • Lara

    sì ma, siamo seri, l’arte è il territorio dell’individuo

  • Angelov

    …”ben più gravi tendenze disgregatrici…del nazionalismo, del populismo, dell’euroscetticismo, della xenofobia”…
    Un ragionamento così “politicamente corretto” da non fare una piega: e perché non aggiungere a codeste “gravi tendenze” anche: l’eurocentrismo, la globalizzazione, la corruzione diffusa etc?

    Ed anche Pound e Celine sono stati vittime del famigerato Politicamente Corretto, non certo i futuristi.

    Mostre in luoghi come Amalfi, Enna etc…permisero di attivare etc”…: Si, ma con il senno di poi.

    “L’attivismo politico degli artisti italiani”…:vi siete dimenticati di Kunellis.

    La scultura di Fabre è un monumento al tecnicismo, esaltato come componente essenziale della cultura fiamminga, sopratutto tenendo conto che l’opera in questione è stata realizzata a quasi 600 anni di distanza dall’originale citato in essa.

    Per il resto, un tentativo interessante di sdoganare la Cultura dalla pressione che essa deve subire da parte dei mercati e le speculazioni finanziarie.
    Grazie.