A capo del sito e-commerce francese vente-privee, Jacques-Antoine Granjon ha puntato tutto su creatività e innovazione. Lo abbiamo incontrato nel suo quartier generale a Saint-Denis, alle porte di Parigi.

Vulcanico, dall’energia contagiosa, stazza da giocatore di football, capelli lunghissimi, occhiali da nerd, lontano dall’idea convenzionale di “uomo” della finanza e con un’autentica passione per l’arte e la bellezza italiane, Jacques-Antoine Granjon ha costruito un impero con un fatturato nel 2016 di 3 miliardi di euro grazie all’intuizione, all’innovazione e alla creatività. Dal 2012 è presidente del Consiglio di Amministrazione del Palais de Tokyo di Parigi e sin da giovanissimo colleziona opere.
Nessun advisor al seguito, nessun canale privilegiato: a guidarlo è un’ossessiva passione per la bellezza, che lo porta a circondarsi di opere per puro piacere, senza strategie, calcoli, speculazioni o un’apparente linea precisa. Basti pensare che le sale riunione dell’azienda sono chiamate con nomi di artisti. Per spirito di condivisione, ha collocato nelle due sedi della società numerose opere di artisti di fama internazionale, tra i quali Thomas Houseago, Erwin Olaf, Sylvie Fleury, Aldo Mondino.
Lo incontriamo nel suo ufficio, dove è letteralmente circondato da decine di opere accatastate. Sembra un deposito, dove sono state appoggiate momentaneamente le opere pronte per essere installate a una mostra. Dovrebbe – ci confida con una punta di dispiacere – ordinarle, farle girare, mettere le didascalie, ma non ha abbastanza tempo per farlo. Sulla grande scrivania, al posto della classica fotografia di famiglia, ha una miriade di oggetti, compresa Loukoulouc, la bizzarra mascotte-peluche rosa della società. Piuttosto restio a rilasciare interviste, soprattutto quando si tratta di parlare d’arte, risponde alla prima domanda offrendomi dei cioccolatini.

Le Vérone. Résille. Photo © Lisa Ricciotti
Le Vérone. Résille. Photo © Lisa Ricciotti

Quando ha cominciato a collezionare?
Quando avevo ventiquattro anni, forse già a ventidue-ventitré. Nel momento in cui ho cominciato a guadagnare.

Come è diventato collezionista e perché colleziona?
Non so se “collezionista” sia la parola giusta. Ho i mezzi per acquistare le opere e lo faccio perché è emozionante, eccitante, per puro piacere. È una pratica ludica. Amo le belle cose, come gli italiani.

Ha un mezzo che preferisce? Scultura, pittura, video, fotografia, installazione… Qui siamo circondati da fotografie.
Non compro più fotografie. Penso che la vita sia un cammino. In un certo periodo ho acquistato molte foto, in un altro mi sono appassionato alla figurazione, alla pittura e alla scultura. Ora amo la pittura astratta. Il supporto per me non è particolarmente importante. Se proprio devo dire cosa preferisco, direi pittura e scultura, per la disciplina che ne è alla base. Ciò che m’interessa è la storia che circonda le opere, da cosa sono nate, dalle influenze che l’artista ha avuto nella sua vita, dalle sue letture, dalla storia. La critica d’arte contemporanea non ha molto significato per me. Quello dell’artista è un cammino lungo.

Tutta l’arte è stata, un tempo, contemporanea.
Esattamente. Pensiamo ai mecenati italiani, ai Medici, ai dogi, a Luigi XIV… erano tutti rock’n’roll. La battaglia di Lepanto conservata nel Palazzo Ducale di Venezia era contemporanea. Oggi Luigi XIV inviterebbe Cattelan a lavorare a Versailles. La potenza dell’arte italiana spaventa i giovani artisti. È una straordinaria eredità, ma è intimidatoria. È per questo che gli Stati Uniti “sfornano” molti artisti contemporanei, perché quando negli Anni Quaranta gli artisti ebrei hanno lasciato l’Europa per scappare dalla guerra e rifugiarsi in America, hanno trovato un terreno intellettuale “vergine”, con più libertà. Per questo a Los Angeles oggi c’è un grande fermento artistico. L.A. è, in questo momento, the place to be per gli artisti. Thomas Houseago, il cui Cyclops è posto all’ingresso della sede di Le Vérone, è ad esempio uno degli artisti che ha scelto L.A. per il suo sviluppo artistico.

Le Vérone. Hall Accueil. Photo © Vincent Fillon
Le Vérone. Hall Accueil. Photo © Vincent Fillon

Dove acquista abitualmente le opere?
Non ho canali privilegiati o advisor. Vado il più possibile alle fiere e nelle gallerie che conosco.

Quante opere ha accumulato fino a oggi?
Seicento, settecento…

Ha da poco lanciato l’open call The Open Window. Di cosa si tratta?
È un progetto semplice. Ho acquistato l’edificio di Le Vérone perché è la più grande vetrina di passaggio di macchine e il più grande cartellone pubblicitario d’Europa. Ho pensato che l’avrei potuto utilizzare per le campagne vendita di vente-privee o per i nostri brand partner. Poi ho pensato a questo progetto, che ha avuto una gestazione lunga, e di non fare più la pubblicità, ma il contrario. Ho guardato le cose da un’altra prospettiva, come mi ha insegnato il mio amico Pucci De Rossi. Dare spazio alla poesia, all’immagine. Immagini dolci, non violente, non politiche. L’edificio è diventato come un faro all’entrata a nord di Parigi. La stessa cosa succede a Marsiglia nel vecchio porto – sono nato a Marsiglia ma non vi sono cresciuto – dove c’è il faro che illumina i navigatori. Mi piaceva l’idea che, arrivando a Parigi, vi fosse un faro che “distillasse” poesia, immagine, creatività.

Come funzionerà il progetto?
Selezioneremo dieci opere video che “scorreranno” sul grande schermo posto sulla facciata dell’edificio. I video saranno visti da milioni di persone: ci passano davanti sette milioni automobili al mese. Ogni artista avrà una visibilità incredibile e si sentirà, come diceva Warhol, una star per quindici minuti. Uno schermo dedicato alla poesia e alla creatività. È semplice, potente e va a nutrire l’immagine della marca vente-privee.

Le Vérone. Extérieur Nuit. Photo © Vincent Fillon
Le Vérone. Extérieur Nuit. Photo © Vincent Fillon

L’IMPERO VENTE-PRIVEE

Jacques-Antoine Granjon è il fondatore e presidente del sito francese di vendita online vente-privee, che in Francia, per giro d’affari e per numero di dipendenti, è un modello di business di successo. A differenza di altri siti di e-commerce, vente-privee non ha prodotti in magazzino. Il modello, ci ha spiegato Granjon, “sono le vendite-evento online, dette anche ‘flash sales’. Non è un negozio online con un’offerta permanente. Da noi l’offerta si rinnova ogni giorno. Una volta che la vendita è terminata, riceviamo la merce nei nostri depositi e la distribuiamo”. Il gruppo opera su 14 Paesi tra Europa e America Latina, con 6mila marchi partner, e impiega circa 4mila persone, in prevalenza giovani creativi. L’azienda ha all’interno uno studio di registrazione con compositori che fanno parte dello staff e che creano le musiche originali per il sito, e studi di posa dove vengono scattate le campagne vendita e i servizi di moda per l’house organ.

L’EDIFICIO

Il nuovo edificio della società è un retaggio dell’urbanistica degli Anni Ottanta, recentemente messo a nuovo dall’architetto Jean-Michel Wilmotte. Il nome Le Vérone è stato scelto in ricordo alla città d’origine di Pucci De Rossi, visionario artista e designer italiano scomparso nel 2013 e grande amico di Granjon, che gli ha affidato la realizzazione della facciata. È un’intricata rete in calcestruzzo costellata da 1950 punti luminosi a LED e dotata di uno schermo di 102 mq, il più grande d’Europa. La progettazione è stata affidata a Guillaume Lamoureux e Romain Ricciotti, figlio dell’architetto che ha realizzato la rete del Mucem di Marsiglia.

IL CONCORSO

Il 9 gennaio vente-privee ha lanciato un’open call internazionale dedicata a giovani artisti. L’obiettivo è realizzare opere video sul tema dell’Origine che saranno esposte sul grande schermo luminoso che si trova sulla facciata dell’edificio Le Vérone, all’uscita dell’asse autostradale a nord di Parigi – primo snodo di traffico in Europa –, a due passi dallo Stade de France. La selezione ha chiuso il 12 marzo. Saranno scelte dieci opere: nove dal gallerista Renaud Bergonzo e una dal pubblico attraverso il sito dedicato.

Daniele Perra

www.vente-privee.com
www.theopenwindow.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #36

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.

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