Il museo americano ospita una mostra interamente dedicata a una delle questioni più attuali e urgenti della nostra epoca: la migrazione di migliaia di individui dalla loro terra d’origine, alla ricerca di un rifugio sicuro. Un tentativo di salvezza contro guerre e persecuzioni.

Le Nazioni Unite stimano che 65,3 milioni di uomini, donne e bambini sono attualmente in movimento a causa di conflitti, persecuzioni e disastri ambientali. Tra questi, 24 milioni hanno già raggiunto spazi di transito dove sono rimasti però intrappolati. Con Insecurities: Tracing Displacement and Shelter, il MoMA cerca di rispondere ai giganteschi quesiti che le migrazioni stanno ponendo sul tema dei nuovi insediamenti umani. Lo fa allineando architetti, designer e artisti che, utilizzando medium tra loro diversissimi, riflettono sulla rottura con lo schema schema precedente, in merito alla nozione dell’abitare.
Lo fa in un’unica stanza, incuneata tra altre cinque rassegne al secondo piano, ma l’esposizione non è isolata perché appartiene a un progetto pluriennale, Citizens and Borders, iniziato nel 2008 e in corso d’opera.

BLOCCATI SUL CONFINE

L’immensa distesa di tende del campo profughi kenyota di Badaab è la ripresa aerea che accoglie il visitatore. Brendan Bannon l’ha realizzata nel 2011 quando questo accampamento ospitava 300mila profughi per lo più somali, poi energicamente invitati a tornare tra le braccia della soldataglia di Boko Haram da cui avevano cercato di fuggire. L’immagine fa il paio con quella di Tobias Hutzler, che ritrae 2.053 container allineati nel campo di Kilis, sul confine turco con la Siria: un campo profughi considerato modello, il primo di altri 22 similari, allestiti rapidamente dal governo turco, che oggi ospitano nel complesso oltre 200mila rifugiati. Sappiamo che, ogni minuto, 24 persone sono costrette ad abbandonare il loro luogo di origine per tentare di raggiungere, attraverso il mare o percorsi via terra improvvisati, un rifugio sicuro. Sui confini di Paesi e continenti, milioni di individui sono attualmente immobilizzati. Un tempo considerati temporanei, i campi profughi stanno diventando una condizione permanente.

Reena Saini Kallat, Woven Chronicles, 2011-16
Reena Saini Kallat, Woven Chronicles, 2011-16

GOMITOLI E DESIGN

Una gigantesca mappa del mondo percorre la parete centrale dello spazio dedicato a questa collettiva. È l’opera Woven Chronicles dell’indiana Reena Saini Kallat. Gomitoli depositati a terra suggeriscono che il lavoro sia stato realizzato all’uncinetto, con fili di colore diverso: inseriti qua e là, piccoli e incongrui speaker diffondono un confuso rumore di fondo: ritmi di risacca, brusii di cellulari, riverberi di telecomunicazioni. Avvicinandosi ci si accorge che i fili sono in realtà cavi telefonici e alcuni di loro sono costruiti esattamente come quelli brevettati nel 1874 dall’americano Joseph Glidden, l’inventore del filo spinato.
Al centro dell’esposizione torreggia un modulo abitativo fornito in casi di emergenza dall’Unhcr, e poco più in là taniche per il trasporto personale dell’acqua o valigie contenenti kit di sopravvivenza messe a disposizione dall’Onu: sono oggetti di design applicato di fortissima suggestione. Secondo le Nazioni Unite, in media un profugo resta nei campi per 17 anni. Un tempo di permanenza inimmaginabile in una tenda. Per questo Ikea, attraverso la sua fondazione, insieme allo studio Better ha brevettato un modulo di 17 mq che si può montare in otto ore, esposto tra le sale del museo.

Liquid Traces – The Left-to-Die Boat Case from charles heller on Vimeo.

IL DRAMMA DI LAMPEDUSA

Di straordinaria efficacia appare il messaggio consegnato via monitor da Liquid Traces – The Left-to-Die Boat Case, co-diretto dall’americano Heller e dall’italiano Pezzani. Ricostruisce la storia del gommone partito dalla costa libica alla volta di Lampedusa nel marzo 2011 con a bordo 72 persone. In avaria innanzi al Golfo della Sirte, dal gommone sono partite richieste di soccorso ogni 4 ore per 14 giorni consecutivi. Anche se avvistato da imbarcazioni e aeromobili militari e civili di diverse nazionalità, viene recuperato solo il quindicesimo giorno insieme a 9 naufraghi: uomini, donne e bambini sono stati dunque lasciati morire di fame e di sete dalla comunità internazionale. Heller e Pezzani hanno utilizzato i telerilevamenti delle rotte dei vascelli commerciali e delle navi militari incrociandoli con quelli dell’imbarcazione dei migranti alla deriva. Tracciate sono anche le delimitazioni dell’area di sorveglianza Nato, quella dell’area di competenza di Frontex, le aree di pesca, e così i confini marittimi italiani, maltesi e libici e i bombardamenti allora in atto sulla costa nord africana. Tutto insieme, traccia dopo traccia, è proiettato su un unico monitor simile a quello in uso in una torre di controllo aereoportuale.
Nell’intento di Sean Anderson, che ha curato questa mostra, un museo, quando necessario, può e deve diventare advocate, battersi insomma per una causa: non ne esiste una più urgente e attuale di questa al momento.

Aldo Premoli

New York // fino al 22 gennaio 2017
Insecurities: Tracing Displacement and Shelter
a cura di Sean Anderson
MOMA
11 West 53 Street
www.moma.org

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post”. Direttore della piattaforma super local “SudStyle.it”; senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide; a Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Dal 2020 visiting professor presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.