Tra imbarazzo e pop. Mark Leckey a New York

MoMA PS1, New York – fino al 5 marzo 2017. Non solo un videoartista, Leckey porta nella Grande Mela un campionario delle sue opere. Suscitando interesse, sì, ma anche un certo fastidio.

Mark Leckey, Inflatable Felix, 2014. Courtesy of the artist & MoMA PS1. Photo Pablo Enriquez
Mark Leckey, Inflatable Felix, 2014. Courtesy of the artist & MoMA PS1. Photo Pablo Enriquez

Molto grande, molto difficile, forse impossibile da raccontare la mostra di Mark Leckey (Birkenhead, 1964) al PS1 di New York. Già presente all’Hirshhorn Museum di Washington con il video Warm, warm, warm spring mouths, una gemma incastonata nella collettiva ospite del museo americano, Leckey è un potente videomaker. È difatti entrato a gamba tesa nel mainstream dell’arte contemporanea proprio grazie al video Fiorucci Made Me Hardcore (1999), esposto anche in questa retrospettiva, la più grande mai allestita sino a oggi.
Si tratta di un omaggio alla sottocultura dance britannica: un collage di filmati in VHS con immagini riprese in locali notturni negli anni compresi tra i Settanta e i Novanta. Con questa opera Leckey nel 2008 ha vinto il Turner Prize nella sezione artisti britannici sotto i cinquant’anni.

NON SOLO VIDEO

E tuttavia, definirlo un videoartista è impossibile: il suo lavoro sfida ogni categorizzazione, come la personale al PS1 dimostra ampiamente. Mark Leckey: Containers and their drivers allinea su due piani installazioni, video, sculture, disegni, fotografie, dipinti, object trouvé, calchi in gomma, suoni e letture pedagogiche e dar conto di tutto è impossibile.
Così in una sala sono esposti i lampioni di un cavalcavia autostradale che Leckey ritrae come luogo privilegiato di ritrovo giovanile. Li ha utilizzati per creare una a luce gialla e malaticcia, tipica di una brutta allucinazione urbana. Un gioco che ha che fare con una sorta di umorismo nero molto british.
In un’altra sala, invece, l’artista espone Sound System sculptures (2001–12), un insieme di torreggianti audio speaker simili a quelli usati negli street party di Londra. Ognuno caratterizzato da un rumore proprio.
Com’è giusto che sia, la biografia dell’artista si intreccia con le sue opere. Leckey è nato a Ellesmere Port nel nord ovest dell’Inghilterra, una città cresciuta intorno alle sue industrie automobilistiche e a qualche raffineria di petrolio. Entrambi i suoi genitori lavoravano in un grande magazzino e Leckey è riuscito a mettersi quasi subito nei guai, abbandonando la scuola a quindici anni. Il secondo marito della madre lo ha incoraggiato a iscriversi alla scuola d’arte, ma anche questo tentativo non ha funzionato. Così si è trasferito a Londra, girovagando a vuoto prima di trascorrere quattro anni negli Stati Uniti – senza carta verde – prima a San Francisco, dove ha lavorato come cuoco e ha fatto un po’ di web design, poi a Las Vegas, occupandosi di siti web per grandi casinò. A New York è approdato nello studio del mercante d’arte Gavin Brown.

Mark Leckey, GreenScreenRefrigeratorAction, 2010. Performance at Gavin Brown's enterprise, New York 2010
Mark Leckey, GreenScreenRefrigeratorAction, 2010. Performance at Gavin Brown’s enterprise, New York 2010

UNA RICERCA PROFONDA

In ogni caso, il ragazzo eccentrico con i lunghi capelli rossi, la barba da pirata e il mono orecchino di perla oggi ha 53 anni; di recente ha sposato Lizzie Carey-Thomas, capo dei programmi delle Serpentine Galleries e da lei ha avuto una figlia che ha quattro anni.
La mostra al PS1, che espone il suo lavoro degli ultimi ventisei anni, testimonia anche come la sua ricerca sia diventata sempre più profonda. Tra le opere compare, ad esempio, GreenScreenRefrigerator (2010-16). In uno spazio chiuso è esposta una suite di prodotti Samsung che ha come cardine un frigorifero nero, immerso in un ambiente verde brillante. L’oggetto è accompagnato da performance, film, sculture, dipinti e un testo tracciato sul muro da cui si evince che l’insieme “sonda la vita interna dell’elettrodomestico”.
A questo proposito Peter Eleey, che è il curatore dell’esposizione, ha scritto: “Leckey è un artista seduto sulla cuspide della transizione dall’analogico al digitale e il suo lavoro indaga l’influsso che la tecnologia esercita sulla cultura popolare. Leckey percepisce di essere stato contaminato in prima persona dalla pubblicità, dalla televisione e dalla cultura popolare che sente dotate di un potere incontrollabile”.

LECKEY CHIAMA WARHOL

Perché una mostra del genere può risultare fastidiosa? Due le ragioni. L’Andy Warhol Foundation for Visual Arts è tra gli sponsor e forse non è un caso. Proprio come in Warhol il rapporto con la cultura popolare è qui fortissimo e sotto la superficie smooth delle opere si cela un sentimento apocalittico. E poi la densa presenza – diretta o suggerita – di membri maschili basculanti e orifizi umani (meglio se posteriori), di cartonati en travesti, mostri e fantasmi è imbarazzante. Ma questo è un problema tutto mio: sono un tipo decisamente old style.

Aldo Premoli

New York // fino al 5 marzo 2017
Mark Leckey – Containers and Their Drivers
a cura di Peter Eleey
MOMA PS1
22-25 Jackson Ave. at 46th Ave.
+1 (0)718 7842084

www.momaps1.org

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AutoreMark Leckey
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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.