Più di dieci anni fa, sulla pay tv americana andò in onda il primo reality show sugli artisti. Lo sponsorizzava Jeffrey Deitch e fu un fallimento. Almeno così si pensò allora. E invece Artstar era troppo avanti per i tempi. Ecco le ragioni.

Artstar è stato probabilmente il primo docu-reality della televisione contemporanea dedicato alle arti visive. Andato in onda dieci anni fa sul canale pay americano Gallery HD, raccontava il lavoro quotidiano di un gruppo di artisti dentro la celebre galleria Deitch Projects di Soho del potente marcante d’arte, e successivamente direttore del MOCA di Los Angeles dal 2010 al 2013, Jeffrey Deitch.
Siamo nel 2006, il periodo del boom dei reality show alla Big Brother. Se ne producono di ogni tipo e vanno forte persino quelli in cui partecipano persone che vogliono perdere peso. In questa abbondanza di real life television, Deitch pensa che sia arrivato il momento di produrre un programma che mostri al pubblico cosa succede realmente nel mondo dell’arte contemporanea. Artstar si atteneva alle tipiche regole dei reality show dell’epoca, a partire proprio dal processo di selezione degli otto partecipanti compiuto attraverso audizioni aperte a tutti, con trenta secondi di tempo a disposizione per catturare l’attenzione dei tre giudici. Solo una regola non fu seguita, la principale: nel programma non ci furono eliminazioni né competizione tra i partecipanti. Si scelse semplicemente di raccontare la vita quotidiana di otto artisti sconosciuti, che tipo di ricerca facevano, quali erano le loro ispirazioni e come arrivavano a terminare i lavori che venivano loro commissionati. Il tutto coadiuvato da una voce narrante che raccordava le varie storie di ogni episodio. Proprio la mancanza della competizione fu considerata da molti il motivo principale del poco interesse dimostrato all’epoca dal pubblico e della scelta conseguente di non confermare lo show per una seconda stagione.

PROGRAMMA GIUSTO, MOMENTO SBAGLIATO

Ve ne parliamo oggi, a un decennio di distanza, perché negli States quest’anno si stanno chiedendo se Artstar, più che un insuccesso, non sia stato molto più semplicemente il programma giusto nel momento sbagliato. Quella piccola decisione degli autori di togliere la gara dallo show fu infatti un’intuizione che scardinò un genere, quello dei reality show e della tv dei cosiddetti social experiment, portando il racconto verso un nuovo filone oggi in fortissima tendenza, quello degli observational show. Siamo di fronte alla scoperta dell’acqua calda, nel senso che gli observational, più romanticamente definiti in Gran Bretagna – il posto dove li sanno fare meglio – programmi fly on the wall, non sono altro che documentari che cercano di raccontarci la realtà senza imporre all’oggetto dell’osservazione alcuna alterazione dall’esterno (giochi, competizione, attori esterni: caratteristiche imprescindibili in quasi tutti i format di reality show e game show). Si piazzano le telecamere, si riprende per ore e ore quello che accade e poi, in fase di montaggio, si cerca di realizzare un prodotto avvincente e spettacolare.

Artstar - Zackary Drucker
Artstar – Zackary Drucker

VERSO IL NATURALISMO

Oggi l’industria creativa televisiva sembra molto orientata verso quest’ultimo filone, per così dire, più naturalistico. Ovviamente con i prodotti e gli argomenti più disparati. In Inghilterra, tra le cose più interessanti e dibattute, abbiamo visto: Gogglebox, dove le videocamere ci hanno mostrato cosa facciamo quando siamo davanti alla tv, riprendendo una serie di persone comuni sedute sul loro divano di casa, mentre guardano e commentano i programmi più popolari della settimana; Benefit Street, dove è stata raccontata, con ampio risalto dell’opinione pubblica, la vita quotidiana di una comunità che godeva di lauti sussidi statali, così lauti da far loro scegliere di non cercare lavoro per paura di perderli; e in ultimo Exodus: Our Journey to Europe, documentario della BBC sul viaggio di un gruppo di profughi in rotta sul Mar Igeo, filmato in larga parte dai profughi stessi con handcam e telefoni forniti dalla produzione del programma.
In Italia ci fu, ormai diversi anni fa, un prodotto eccellente come Residence Bastoggi, sulla vita difficile di un gruppo di ragazzi della periferia romana. Oggi ci interessano cose decisamente più leggere, come gli allenamenti di un gruppo di Ginnaste, le aspettative neo-genitoriali di Coppie in Attesa e le vicende porno-famigliari di Casa Siffredi.

Alessio Giaquinto

http://deitch.com/archive/artstar

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #33

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Alessio Giaquinto
Alessio Giaquinto è nato nel 1983 ed è laureato in Storia, Scienza e Tecnica dello Spettacolo alla Facoltà di Lettere e Filosofie dell'Università di Roma Tor Vergata. Dal 2003 lavora in televisione dietro le quinte come autore e creative producer. Dividendosi tra Italia e Spagna, si è occupato di ricerca, acquisto e sviluppo di format per il mercato internazionale. Ha ideato, insieme ad altri, programmi originali per Sky e Rai. Oggi lavora per tutti i principali network televisivi italiani e collabora con Artribune ed altre riviste, scrivendo di programmi e serie televisive.

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