Per un’arte scomoda. Intervista a Eugenio Viola

Prossimo al trasferimento dall’altra parte del mondo, il curatore napoletano ha fatto il punto della sua carriera, sottolineando la necessità di un’arte radicale e sincera, che trova il suo riflesso nella programmazione espositiva del Madre e nella mostra di Gian Maria Tosatti in corso presso la sede partenopea.

Eugenio Viola, Museo Madre, Napoli, 2016 – photo Dario Picariello
Eugenio Viola, Museo Madre, Napoli, 2016 – photo Dario Picariello

Con quest’ultima mostra di Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito, dedicata al progetto pluriennale iniziato nel settembre 2013 con 1_ La peste, saluti ufficialmente il Museo Madre.
Effettivamente hai ragione: la mostra Sette Stagioni dello Spirito conclude il progetto di residenza triennale di Gian Maria Tosatti a Napoli e allo stesso tempo la mia esperienza al Museo Madre, dove ho lavorato come Curatore della Project Room dal 2009 al 2012, e successivamente come Curator at Large dal 2013 a oggi. E non è un caso che la mia esperienza al Madre termini proprio con questa mostra, che chiude simbolicamente un discorso avviato all’inizio della mia esperienza nell’istituzione napoletana. Obiettivo di Transit, il progetto di network col Medioriente con cui ho iniziato la mia esperienza al Madre, nel 2009, era quello di riattivare metaforicamente le antiche rotte marittime, riflettendo allo stesso tempo sulla posizione, sul sostrato antropologico e sul ruolo centrale di Napoli all’interno del Mediterraneo. Per questo motivo, sviluppammo una serie di partnership con un sistema di residenze incrociato: Museo Madre / Townhouse, Cairo / PiST, Istanbul / CCA, Tel Aviv / State Museum, Salonicco (2009-2011). Era un modo per rileggere attraverso il presente e il linguaggio metaforico dell’arte le complessità e le stratificazioni di Napoli che, da sempre, integra nel proprio tessuto nuovi conflitti, contraddizioni e dinamiche.

Come si colloca l’intervento di Tosatti in questo percorso?
Partendo da considerazioni diverse, di matrice essenzialmente spirituale, Tosatti con Sette Stagioni dello Spirito ha indagato queste stesse inquietudini. Dal 2013, ha progressivamente identificato sette luoghi, i quali – ognuno per ragioni diverse – intrattengono un forte rapporto identitario con la città di Napoli, spazi in cui è evidente la tensione fra passato e presente: luoghi palinsesto, su cui il tempo ha impresso indelebilmente le sue tracce, in cui l’artista ha creato sette complesse installazioni, tutte rigorosamente site specific, che adesso riproponiamo, per astrazione, al Madre.

Gian Maria Tosatti, Madre, Napoli (foto Diana Gianquitto)
Gian Maria Tosatti, Madre, Napoli (foto Diana Gianquitto)

Ti andrebbe di offrire una traccia del tuo lavoro curatoriale maturato negli anni al Madre e a Napoli in generale?
Ho sempre cercato di affrontare in maniera seria, rigorosa e consapevole, oltre le singole strategie, l’esigenza espositiva. In un ambiente che ai più sembra votato irrimediabilmente al disimpegno, avverto la necessità di enucleare emergenze tematiche che indaghino, in maniera anche – perché no – provocatoria, le lacerazioni e le tensioni della contemporaneità. Ho sempre cercato di portare avanti, a Napoli e non solo, un lavoro che fosse quanto più etico possibile, anche se scomodo, ma soprattutto sincero e radicale. Anzi, e le mie scelte di questi anni credo lo confermino, credo che l’arte debba essere necessariamente scomoda, deve fornire letture alternative. Credo sia oggi la sua unica ragion d’essere. Nello specifico, il mio lavoro curatoriale a Napoli ha sviluppato direttrici molteplici e differenziate: è qui che ho mosso i primi passi come curatore, da free-lance e successivamente al Madre, dove il mio percorso è stato inquadrato in una cornice istituzionale. Al Madre ho avuto la possibilità di poter esprimere le mie attitudini e di approfondire i miei interessi. Qui l’impegno più importante, indubbiamente, è stato volto alla ricostituzione della collezione del museo (Per_Formare un collezione, 2013 in progress), impresa non facile ma necessaria.

Qual è la mostra, a Napoli, che ricordi con particolare piacere?
Ricordo tutte le mostre cui ho lavorato con piacere, perché tutte mi hanno arricchito in termini di esperienza. Inoltre, considero sempre le mostre una sorta di saggio sviluppato per immagini, la visualizzazione di un discorso critico che si dipana coerentemente, progetto dopo progetto. A ogni modo, sono molto soddisfatto dell’intera esperienza legata a Sette Stagioni dello Spirito, che per metodologia e prassi ha esulato, e non di poco, dal concetto di mostra tradizionalmente inteso, e per diversi motivi: la durata, innanzitutto, tre anni, un periodo ben più lungo di qualsivoglia progetto di residenza, ma anche – e principalmente – per la complessità del lavoro da gestire, in termini sia di profusione di sforzi sia – a onor del vero – del conseguimento dei risultati. La mostra in corso al Madre, da un lato corona tutti questi sforzi, dall’altro è un progetto che nasce quasi come un azzardo: in questa occasione, eccezionalmente, Tosatti ha ammainato la sua abituale strategia operativa, ovvero il dispositivo monadico e performativo che contraddistingue (quasi) tutti i suoi interventi. Adesso si è confrontato, per la prima volta, con gli spazi ugualmente non facili ma sicuramente meno caratterizzanti del museo, e devo dire che il risultato è davvero intrigante.

Milano, Regina José Galindo al PAC
Milano, Regina José Galindo al PAC

E delle mostre curate in Italia quale reputi più rappresentativa del tuo lavoro?
Come sai, da sempre intrattengo un rapporto privilegiato con le poetiche performative e le loro relative degenerazioni. È un viatico che mi accompagna dai tempi dell’università. Per questo motivo, la mostra che probabilmente ritengo più rappresentativa del mio lavoro, negli ultimi anni, è sicuramente Estoy Viva, l’antologica di Regina José Galindo curata con Diego Sileo al PAC di Milano nel 2014, portata l’anno dopo, in versione rinforzata, negli spazi di ZAC a Palermo. Regina è un’artista che seguo da molti anni e con la quale ho lavorato più volte: l’ultima al Frankfurter Kunsteverein nel 2016, la prima proprio a Napoli, nel 2010, in occasione di Corpus. Arte in Azione, festival di performance triennale (2009-12), di cui ogni edizione con un focus tematico specifico, quell’anno dedicato proprio alle pratiche, radicali, delle artiste provenienti dal magmatico continente latino-americano (Tania Bruguera, Teresa Margolles, Regina Josè Galindo e Maria Josè Arjona). Per gli stessi motivi, sono molto legato anche a Sui Generis, festival di performance sul gender, curato con Angel Moya Garcia, l’anno scorso negli spazi della Tenuta dello Scompiglio a Lucca.

Questo saluto, lo sappiamo, è – e senza nessuna ostilità, rammarico o polemica – anche un arrivederci a Napoli, all’Italia, all’Europa.
Assolutamente, nessuna polemica. Ho lavorato molto per Napoli e con Napoli, per il Madre e con il Madre, nello sforzo di contribuire a dare una visione della mia città che andasse oltre la facile tentazione dello stereotipo. Col mio trasferimento dall’altra parte del globo, mi sto mettendo radicalmente in discussione, come sono abituato a fare, da sempre, nella mia vita privata come nel mio lavoro. In un certo senso è un nuovo inizio, per cui – per forza di cose –mi sto congedando dalla mia vita precedente: dal museo, dalla mia città, dal sistema dei miei affetti. Da un lato questo è molto stimolante, dall’altro, ovviamente, potrebbe lasciare un velo di malinconia, stemperato dal fatto che, come tu dici giustamente, non è un addio, ma un arrivederci: Napoli è allo stesso tempo una delle città più belle ma anche tra le più difficili, e, tuo malgrado, te la porti sempre dentro, è quasi una parte imprescindibile del tuo destino.

Eugenio Viola, Museo Madre, Napoli, 2016 – photo Riina Varol
Eugenio Viola, Museo Madre, Napoli, 2016 – photo Riina Varol

In Australia, a Perth, sei già andato, invitato qualche tempo fa da PICA – Perth Institute of Contemporary Arts, per un colloquio che è ti ha portato a essere, oggi, Senior Curator di questo luogo esclusivo dell’arte.
In realtà, il processo di selezione è stato molto più lungo: è iniziato a febbraio scorso e il loro invito, ad agosto, a visitare Perth e PICA, che è uno dei centri per le arti contemporanee più rispettati di tutto il continente australiano, è stato solo l’ultimo atto di un lungo e rigoroso processo di selezione. La mia visita, seguita al loro invito, era finalizzata a mostrarmi l’istituzione, la città e per conoscermi finalmente di persona, prima di offrirmi il lavoro. Sono stati proprio il loro rigore e la loro grande professionalità che mi hanno definitivamente conquistato.

Hai già un’idea, un programma, un prospetto di progetti che intendi organizzare al PICA?
Ovviamente ho già sviluppato una serie di idee, posto che dovrò comunque confrontarmi con un sistema dell’arte radicalmente differente dal nostro, di cui conosco poco, e le persone che mi hanno scelto ne sono consapevoli. Anzi, è qualcosa che a loro piace! Conosco pochi artisti australiani, a parte i pochi già internazionalmente riconosciuti, né conosco le loro dinamiche interne. So che le istituzioni devono confrontarsi col sistema locale e interno al continente, oltre che con gli artisti aborigeni, che mi schiudono un’ulteriore galassia da esplorare, e presumo, data la posizione geopolitica di Perth, che è la capitale dello stato del Western Australia, che dovrò necessariamente confrontarmi con il sud-est asiatico e con l’area pacifica. Insomma avrò un bel po’ da imparare. È una grande sfida e questo mi eccita molto. Vi terrò a ogni modo aggiornati, stay tuned!

Antonello Tolve

Napoli // fino al 20 marzo 2017
Gian Maria Tosatti – Sette Stagioni dello Spirito
a cura di Eugenio Viola
Catalogo Electa
MADRE
Via Settembrini 79
081 19313016
[email protected]

www.madrenapoli.it

MORE INFO:
https://www.artribune.com/dettaglio/evento/56073/gian-maria-tosatti-sette-stagioni-dello-spirito/

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi, 1977) è titolare di Pedagogia e Didattica dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino. Ph.D in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica (Università di Salerno), è stato visiting professor in diverse università come la Mimar Sinan Güzel Sanatlar Üniversitesi, la Beǐjin̄g Yuy̌ań Daxué, l’Universitatea de Arta si Design de Cluj-Napoca e la Universidad Central de Venezuela. Critico d’arte e curatore, è stato commissario in diverse giurie internazionali. Tra i suoi libri si ricordano “Gillo Dorfles. Arte e critica d’arte nel secondo Novecento” (La Città del Sole, 2011), “ABOrigine. L’arte della critica d’arte” (PostmediaBooks, 2012), “Ubiquità. Arte e critica d’arte nell’epoca del policentrismo planetario” (Quodlibet, 2013), “La linea socratica dell’arte contemporanea. Antropologia Pedagogia Creatività” (Quodlibet, 2016), “Istruzione e catastrofe. pedagogia e didattica dell’arte nell’epoca dell’analfabetismo strumentale” (Kappabit, 2019), “Me, myself and I. Arte e vetrinizzazione sociale ovvero il mondo magico del selfie” (Castelvecchi, 2019), “Atmosfera. Atteggiamenti climatici nell’arte d’oggi” (Mimesis, 2019). Ha curato con Stefania Zuliani il volume di Filiberto Menna, “Cronache dagli anni settanta. Arte e critica d'arte 1970-1980” (Quodlibet, 2017) e, con S. Brunetti, “Il sistema degli artisti. Collezione, conservazione, cura e didattica nella pratica artistica contemporanea” (Mimesis, 2019). Dal 2018 e Direttore della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dal 2014 è curatore della Gaba.Mc – Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.