Regina José Galindo, una performance per Palermo. Riflessioni sulle razze e le radici, tra il corpo ed il paesaggio. Le immagini di Giovanni Gaggia

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Regina Josè Galindo, Raíces, 2015 - Palermo, Orto botanico - foto Giovanni Gaggia

Regina Josè Galindo, Raíces, 2015 – Palermo, Orto botanico – foto Giovanni Gaggia

A volte, le corrispondenze casuali che si definiscono tra il piano dell’esperienza artistica e quello della storia, hanno un che di prodigioso. E irrobustiscono, lungo la linea del destino, il senso delle cose e la potenza delle azioni. È accaduto con “Raíces”, nuova performance di Regina José Galindo, che per Palermo – in occasione del remake ai Cantieri Culturali alla Zisa della sua antologica milanese, allestita nel 2014 al PAC – ha progettato un lavoro site specific, all’interno del meraviglioso Orto Botanico, tra i giardini botanici più vasti e ricchi d’Europa.
La storia, dicevamo. Nel giorno del grande summit europeo sull’immigrazione, convocato all’indomani della strage del Canale di Sicilia e di quella avvenuta al largo di Rodi, con oltre mille cadaveri di migranti risucchiati dalle acque del Mediterraneo, Galindo ha messo in scena – con un tempismo tragico, carico d’emotività – un rituale crudo e insieme poetico. Nuda, al piedi di un gigantesco ficus, è rimasta immobile per ore, supina: le braccia piantate nella terra, come radici. Tutt’uno con il suolo, innestato con l’architettura maestosa dell’albero, il corpo minuto incarnava l’idea di fusione tra uomo e natura, restituendo l’immagine folgorante di un’umanità indifferenziata, precipitata in un tempo mitico.

Regina Josè Galindo, Raíces, 2015 - Palermo, Orto botanico - foto Giovanni Gaggia

Regina Josè Galindo, Raíces, 2015 – Palermo, Orto botanico – foto Giovanni Gaggia

Attraverso il giardino altri corpi, stavolta vestiti, replicavano lo stesso rituale statico: distesi, il viso sull’erba, le braccia ancorate e sprofondate. Impassibili, come corpi tramortiti; completamente vivi, nell’abbraccio col paesaggio. Ognuno dei performer – tutti volontari reclutati a Palermo – rappresentava un’etnia presente in città: razze diverse, persone diverse, storie diverse, accomunate da un’esperienza di migrazione, dall’approdo sull’isola e – soprattutto – dall’appartenenza a una categoria assolta: la razza umana e spirituale.
Una riflessione sulle radici, dunque. Sull’identità razziale, sul rapporto con la terra e le origini, sulla condizione dello sradicamento e sul senso di una prossimità esistenziale, definita nell’innesto scenico tra corpo – come spazio sensibile e simbolico – e natura, come teatro della verità.
La performance, curata da Giulia Ingarao, Paola Nicita e Diego Sileo, ha anticipato l’apertura della mostra “Estoy Viva”, curata da Sileo e Eugenio Viola, adattata per l’enorme hangar di Zak, padiglione per il contemporaneo inaugurato nel 2012 alla Zisa.
Un reportage firmato da Giovanni Gaggia – artista che intrattiene con Galindo un dialogo serrato, condividendo progetti e riflessioni sulla pratica performativa – restituisce alcuni momenti di “Raíces”. Immagini in esclusiva per Artribune.

– Helga Marsala

 

 

 

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