Argentina. Lo stato dell’arte dopo 12 anni di peronismo

Mentre in Brasile è in corso un colpo di Stato “soft” ai danni di Dilma Rousseff, l’ormai ex presidente sotto impeachment, la cugina e rivale Argentina fa i conti con il cambio di governo. Dopo due mandati di presidenza Kirchner, infatti, alla guida del Paese è andato Mauricio Macri. E la comunità dell’arte non è per niente soddisfatta.

Pablo Rosales in mostra da Big Sur, Buenos Aires
Pablo Rosales in mostra da Big Sur, Buenos Aires

Il nuovo presidente della Repubblica Argentina, Mauricio Macri, ha promesso un cambio epocale. Dopo due mandati consecutivi, il secondo dei quali ottenuto con più del 50% dei voti, Cristina Fernández de Kirchner abbandona la poltrona presidenziale e l’Argentina si lascia alle spalle più di una decade di kirchnerismo peronista (considerato che il predecessore era Néstor Kirchner, suo marito).
Cambiemos”, lo slogan e la coalizione di partiti guidata da Macri durante l’intensa campagna elettorale, è stato il peggior incubo dei professionisti del mondo dell’arte e dal 10 dicembre scorso è diventata la parola d’ordine. Nonostante il livello altissimo di corruzione, il plateale populismo e le note ruberie del governo di Cristina (menzionarla per cognome rappresenta, per la totalità degli argentini, un formalismo superfluo), il settore culturale si è mobilitato in massa in appoggio del suo delfino Daniel Scioli, duramente sconfitto al ballottaggio, in seguito all’inaspettato successo del PRO (il partito liberal-conservatore guidato da Macri) al primo turno elettorale.

L’ARTE NELL’ERA KIRCHNER
Pur con innegabili fini propagandistici e dubbi standard qualitativi, negli ultimi anni il governo di Cristina si è effettivamente speso a favore del settore culturale. La più recente e forse più imponente dimostrazione di ciò è stata l’inaugurazione del CCK – Centro Cultural Kirchner (ma pochi ritengono che conserverà a lungo questo nome) il 21 maggio 2015, giusto in tempo per le elezioni. Il restauro dei sette piani dell’ex Palazzo delle Poste, dichiarato monumento storico nazionale nel 1997, e la riconversione in spazi dedicati alle arti visive e sceniche, ha richiesto 280 milioni di dollari. Come annuncia la pagina web, il Centro è parte di un “progetto politico democratico che intende promuovere incessantemente l’inclusione, la partecipazione popolare e facilitare l’accesso ai beni culturali di tutta la comunità”. La mostra inaugurale di Sophie Calle, Cuidése mucho, ha effettivamente registrato un record di 100mila visitatori.
L’Argentina è stata in prima linea anche per quanto riguarda il progetto della Biennale Internazionale di Arte Contemporanea dell’UNASUR (l’Unione delle nazioni sudamericane), prevista per il 2017 proprio al CCK. La proposta è stata presentata dal ministro argentino della Cultura Teresa Parodi a Ernesto Samper, segretario generale dell’UNASUR, in linea con la politica estera kirchnerista volta a un rafforzamento dei legami interni all’America del Sud in funzione anti-Usa.  Durante la presentazione della Bienalsur a Buenos Aires, nel novembre scorso, il direttore designato Anibal Jozami (che è anche rettore dell’Universidad Nacional de Tres de Febrero, massicciamente finanziata dal governo kirchnerista) ha annunciato l’intento di rendere la biennale una pietra miliare per la diffusione dell’arte contemporanea latino-americana, “di altissimo livello ma non sufficientemente riconosciuta nel resto del mondo”.
Iniziative più discrete di potenziamento dell’industria culturale da parte del governo di Cristina includono l’ingente finanziamento del Conicet, istituzione dedicata alla promozione di scienza e cultura, da cui proviene la maggior parte delle borse di ricerca nel Paese. Dal 2003 lo stipendio di un ricercatore è passato da 1.600 pesos a 13.500, e le borse dottorali da 900 a 6.100 mensili. Pur considerando la svalutazione costante del peso argentino, l’aumento complessivo degli stanziamenti al Conicet da 260 a 2.900 milioni negli ultimi dieci anni rappresenta un innegabile incentivo alle risorse culturali del Paese. Altrettanto rilevante è il ruolo del Centro de Arte Contemporáneo, appartenente al complesso dei musei gestiti dell’Universidad Nacional de Tres de Febrero e inaugurato nel 2012 come parte del progetto “Cultura y arte para todos”. I considerevoli stanziamenti governativi al CAC hanno permesso la realizzazione, fra le altre, della mostra inaugurale Boltanski Buenos Aires e della retrospettiva di Vik Muniz nella primavera/estate del 2015 (le ultime mostre in ordine di tempo sono le personali di Leandro Erlich e Bernardí Roig).

Buenos Aires, Clinica di Florencia Caiazza, diretta da Diego Bianchi e Ines Katzenstein, Programa de Artistas de la Universidad Di Tella, 2016 - photo Bruno Dubner
Buenos Aires, Clinica di Florencia Caiazza, diretta da Diego Bianchi e Ines Katzenstein, Programa de Artistas de la Universidad Di Tella, 2016 – photo Bruno Dubner

COMUNITÀ AUTOGESTITE
A una legge del 2006 della Ciudad Autónoma di Buenos Aires si deve invece l’istituzione del Mecenazgo, organismo attivo nel ruolo di intermediario tra finanziatori privati e progetti culturali indipendenti. È proprio al Mecenazgo che si deve la rigenerazione del mondo dell’arte porteño: finanziatori privati, incentivati da sgravi fiscali legati alla loro attività di patrocinio culturale, hanno permesso negli ultimi anni la nascita non solo di numerose giovani gallerie ma anche di spazi non profit autogestiti. Fra questi La Verdi, gestito dall’artista Ana Gallardo (1958), che ospita studi d’artista in una casa centenaria ai margini dell’iconico quartiere La Boca. Gallardo si dichiara “fobica della solitudine” e racconta che il progetto si basa su “amicizia, convivenza e aiuto reciproco”. Grazie alla legge di Mecenazgo, affitto e tasse non sono un problema e le attività aperte al pubblico sono diverse: concerti, performance, conferenze e mostre di artisti invitati.
Il modello di studio d’artista collettivo, che funziona come spazio espositivo e centro culturale autogestito, ha avuto particolare fortuna nella capitale argentina. A esempi illustri come gli studi d’artista di Central Park, che ospitano artisti consacrati come Milo Lockett, Eduardo Hoffman ed Eugenio Cuttica, si affiancano formati più modesti, come San Crispín, dove artisti emergenti quali Joaquín Boz, Donjo León e Mariana Sissia condividono una cucina e un salotto arredato con mobili riciclati. A riunioni periodiche fra i “residenti” sono destinate le decisioni sul futuro degli spazi, che ogni due mesi ospitano tavole rotonde e feste indirizzate alla comunità artistica. Condivisione è la parola d’ordine: come spiega Eugenio Cuttica dal suo hangar di 400 mq nel complesso di studi di Central Park, “l’utopia della comunità genera un’energia positiva, fonte di un intercambio costante”.

IL FENOMENO “CLINICA”
È questa la logica fondante di un fenomeno particolarissimo, moltiplicatosi negli ultimi anni nella capitale porteña: la “clinica de analisis de obra”, o più semplicemente “clinica”. Concepito dall’artista Guillermo Kuitca nei primi Anni Novanta come reazione all’accademismo asfissiante delle scuole di belle arti di Buenos Aires, il formato della clinica è parte di un progetto di educazione informale che costituisce oggi una valida alternativa all’interminabile susseguirsi di corsi previsti delle università (ben sessanta per ottenere un diploma di laurea).
I curriculum vitae di artisti emergenti abbondano di riferimenti a cliniche coordinate da artisti oramai affermati, che assumono il ruolo di maestri. Nel corso di riunioni settimanali, un artista a rotazione presenta il frutto del suo lavoro al resto del gruppo, generando un confronto paritario e riflettendo sui possibili sviluppi della propria ricerca con la collaborazione di professionisti del settore. Chiunque ne senta la necessità può avviare e dirigere una clinica: gli unici due requisiti sono uno spazio (gran parte delle volte si tratta di una casa privata) e iscritti sufficienti.
Secondo quanto riportato dal foglietto informativo di una clinica diretta da Diana Aisenberg, questo formato è destinato ad artisti che stanno attraversando “momenti critici, blocchi creativi, o che hanno semplicemente un interesse ad approfondire la comprensione della propria opera e a stimolare la propria creatività come soluzione a un problema più che come libera espressione della personalità individuale”.
Come spiega ad Artribune Álvaro Cifuentes, artista e direttore della galleria Big Sur, questo formato è frutto di una “necessità terapeutica radicata in Argentina”, Paese con il maggior numero di psicoanalisti al mondo. Si tratta però di una psicoanalisi artistica collettiva, il cui effetto è spesso un transfert emotivo nei confronti tanto del coordinatore della clinica quanto del resto dei partecipanti (generalmente non più di dieci). Si generano così legami di profonda amicizia e stima professionale, a partire dei quali si configura interamente la scena artistica di Buenos Aires, tanto che – effettuando un’analisi comparata di mostre, spazi d’arte e curatori – si potrebbe risalire alle cliniche che hanno generato le ultime “tendenze” in città.
Oltre a permettere l’inserimento nella scena locale, le cliniche funzionano come aggiornamento sulle tendenze dell’arte internazionale. Molti dei coordinatori (Jorge Macchi, Diego Bianchi, lo stesso Guillermo Kuitca) hanno avuto la possibilità di esporre e spesso studiare all’estero, e durante gli incontri trasmettono ai partecipanti ciò che hanno assorbito durante tali esperienze.

Luis Hernández Mellizo in mostra da Big Sur, Buenos Aires
Luis Hernández Mellizo in mostra da Big Sur, Buenos Aires

PROVINCIA O CITTÀ GLOBALE?
Il rapporto e il confronto con l’arte oltre confine è un punto dolente per una scena artistica endogamica come quella porteña. Secondo Sebastián Vidal Mackinson, uno dei tre curatori dell’edizione 2016 della rassegna Dixit, dedicata all’arte argentina dagli Anni Novanta in poi, una parziale spiegazione è che l’Argentina “è semplicemente lontana dal resto del mondo, ragion per cui bisogna pensarla come se fosse insulare”. Dalla soleggiata terrazza del suo ufficio di Recoleta racconta che, “con l’introduzione del ‘cepo’ [il divieto di convertire pesos argentini in valuta straniera, N.d.R.] negli ultimi anni la situazione politica ed economica si è aggravata, e la connessione con l’estero è ancora più difficile”. Il provincialismo di Buenos Aires è però a doppio filo: oltre a essere raro che artisti locali viaggino all’estero (spesso per impossibilità economica) o siano aggiornati sugli avvenimenti artistici globali, il numero di artisti stranieri che espongono in spazi della capitale è quasi nullo (se escludiamo le poche istituzioni di respiro internazionale quali il MALBA – Museo de Arte Latino Americano de Buenos Aires e la Fundación Proa).
Non solo: i pochi artisti argentini che si sono stabiliti all’estero sono tacitamente ostracizzati dal mondo dell’arte locale. Un esempio chiave è quello di Amalia Pica, nata nel 1978 nella provincia di Neuquén e in seguito stabilitasi a Londra.  Nonostante sia una delle poche artiste argentine riconosciute a livello mondiale, gli esponenti del mondo dell’arte porteño dubitano del reale valore economico e culturale delle sue produzioni, e non perdono occasione per criticarle severamente. Analizzando il quadro della situazione, la critica d’arte Andrea Giunta ne deduce che, per l’arte argentina, “il miglior modo di inserirsi nel globale sia sommergersi nel locale”. La pratica dei pochi artisti argentini riconosciuti globalmente contraddice però quest’ipotesi: Adrián Villar Rojas, Jorge Macchi e Amalia Pica sono solo alcuni nomi di artisti che hanno ottenuto una discreta affermazione all’estero, la cui opera niente o poco ha a che vedere con il territorio d’origine.

FINESTRE SUL CORTILE
Chi prova a invertire la tendenza localista nella capitale porteña è Urra, unico progetto di residenze d’artista internazionali nel Paese. Attivo dal 2010 nella capitale, pur non avendo una sede fissa, sopravvive grazie alla legge del Mecenazgo e a partire da quest’anno si è espanso nella provincia di Buenos Aires. Dalla sede nell’amena provincia del Tigre, sul Delta del Paraná, la direttrice Melina Berkenwald rivela di aver concepito Urra, sin dall’inizio, più che come singola residenza d’artista, come una sorta di produttore di residenze; in altre parole, un progetto madre da cui hanno origine differenti modelli di residenze, ognuno con specifici presupposti e obiettivi. Oltre alla residenza autonoma, dal 2013 Urra ha avviato un intercambio con il progetto Atelier Mondial di Basilea e, dal 2015, con la residenza inglese Gasworks.
La vera “finestra sul cortile” è però arteBA (la prossima edizione è in programma dal 24 al 27 maggio), occasione imperdibile per i professionisti del settore di affacciarsi sulla scena dell’arte internazionale. Fondata nel 1991, la fiera non è riuscita a mantenere a lungo la posizione predominante che occupava nei primi anni, ma con la gestione di Julia Converti ha lentamente riconquistato terreno grazie al costante dialogo con l’estero, anche se all’orizzonte si profila la concorrenza di Art Basel. Grazie alla rinnovata vitalità, la fiera porteña è tornata a essere meta obbligata del collezionismo latinoamericano (in particolare brasiliano e venezuelano), che affianca l’attività di musei, nazionali e non, cui arteBA destina una somma annuale per acquisizioni in loco.
Non meno importante è il programma federale Arte Contemporáneo Argentino rivolto a collezionisti locali. Organizzato e promosso da arteBA nella capitale e nelle province nazionali, il programma consiste in incontri e conferenze che mirano al potenziamento di un collezionismo fino a pochi anni fa praticamente inesistente nel Paese. Il fermento economico così generatosi, concentrato in un’unica settimana di maggio, finanzia le gallerie emergenti che non possono permettersi la partecipazione a fiere limitrofe. Gallerie come Isla Flotante, Pasto, Mite, Ruby o Big Sur, nate come spazi autogestiti grazie al Mecenazgo, popolano la sezione barrio joven (quartiere giovane) di arteBA, non di rado più interessante della sezione principale, dove competono nomi noti come Ruth Benzacar, Ignacio Liprandi o Aldo de Sousa.

URRA - residenza d'artista a Buenos Aires, 2013
URRA – residenza d’artista a Buenos Aires, 2013

PROIEZIONI FUTURE
È proprio grazie alle gallerie più giovani che si prospetta un futuro roseo per la scena artistica porteña. Figlia dell’economia protezionista introdotta dal governo Kirchner, la piattaforma Junta è un primo indizio della logica del “fare sistema” tanto reclamata in Italia. A partire dal 2013 spazi indipendenti come Argento, Big Sur, Diagonal, El Mirador, Hache, Holbox e La Ira de Dios si sono associati con il fine di ottenere maggiore visibilità e stabilire norme commerciali uniformi (dalla commissione fissata al 40%, alla divisione dei profitti in caso di prestiti d’opere). La stessa logica comunitaria agisce a livello istituzionale nel quartiere popolare La Boca, dove spazi artistici recentemente inaugurati come Isla Flotante e Barro godono di agevolazioni fiscali da parte del municipio. Qui inaugurazioni ed eventi paralleli sono mutuamente concertati fra le gallerie, in un ulteriore passo verso la creazione di una rete artistica il cui danno collaterale è un inarrestabile processo di gentrificazione.
Lo spirito comunitario di cui Buenos Aires è oggi testimone è il paradossale frutto della drammatica crisi economica del 2001. Secondo quanto riportato da Andrea Giunta, “le forme di organizzazione collettiva si sono moltiplicate immediatamente dopo la crisi, e si sono vincolate attorno a uno stesso spazio e a uno stesso lemma, segnalando un momento straordinario di esplorazione delle reti della socialità”. La relativa acerbità delle istituzioni culturali argentine ha permesso nel passato recente l’esplosione di una vitalità improvvisa in una città dove “non è necessario rispettare protocolli o ottenere titoli, dove chiunque può essere artista e dove tutto si può fare”. Oggi, il cambio di rotta politica ed economica lascia spazio a un’incertezza diffusa. Attenendoci alla storia, la speranza è che si tratti di un’indeterminatezza prolifica: come afferma Giunta, “è difficile definire il significato di termini come ‘crisi’ e ‘post-crisi’ in un Paese dove la differenza fra incertezza e ripresa non è così evidente”.

Benedetta Casini

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #33

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Benedetta Casini
Benedetta Casini è storica dell’arte, critica e curatrice indipendente. Attualmente vive e lavora a Buenos Aires come coordinatrice di produzione e assistente di curatela presso il MUNTREF-Centro de Arte Contemporaneo. Si dedica all’approfondimento teorico dell’impatto della post-globalizzazione nell’arte contemporanea latinoamericana attraverso studi sul campo e costanti conversazioni con artisti emergenti locali. Ha ottenuto un Master in Arte Contemporanea presso il Sotheby’s Institute of Art di Londra con una tesi intitolata “The symbolism of Coca and Cocaine in Colombian Contemporary Art. Rethinking National Representation and Identity”. Nel 2015 ha partecipato al “Programa de artistas y curadores” presso l’Universidad Torcuato Di Tella di Buenos Aires, al termine del quale ha curato l’esposizione collettiva “Principios de Maluso”, concepita a partire dal lavoro di artisti argentini delle ultime generazioni.