Come un gigantesco ex voto del Seicento ha riscattato l’anima e il ricordo di un brigante

A Tignale, sulla sponda lombarda del Lago di Garda, quello che è ritenuto l'ex voto più grande del mondo non celebra solo una vittoria militare, ma mette in scena il paradosso di un antieroe: il brigante Zanzanù, che la Serenissima voleva cancellare e che l'arte ha reso immortale

Esistono rari momenti nella storia dell’arte in cui la committenza perde il controllo del messaggio e l’opera inizia a parlare una lingua diversa, più vicina al ventre del popolo che al rigore delle leggi.
È ciò che accade all’interno del Santuario di Montecastello a Tignale, un antico complesso sacro che definire “mozzafiato” è semplicemente riduttivo.
Sospeso su un bastione di roccia calcarea che precipita per centinaia di metri nelle acque del Garda, questo “Monte Athos” lombardo custodisce quello che è, a tutti gli effetti, un record della devozione: una tavola votiva di proporzioni enormi — considerata la più grande al mondo — un immenso taccuino di cronaca nera barocca che narra la fine di un incubo e l’inizio di un mito.

La storia del brigante Zanzanù e dell’ex voto di Tignale sul Garda
La storia del brigante Zanzanù e dell’ex voto di Tignale sul Garda

Il Nemico Pubblico della Serenissima

Per comprendere la portata di questo dipinto, bisogna calarsi nel clima violento e inquieto del primo Seicento sul Garda. Giovanni Beatrice, meglio noto come Zanzanù, non era un semplice ladro di polli. Era il re dei briganti della Magnifica Patria, un bandito capace di tenere in scacco i rappresentanti di Venezia per oltre quindici anni. Per i tribunali della Dominante, egli era il “mostro”, l’uccisore spietato, il rapinatore che inquinava la quiete del lago. La storia scritta dai vincitori non ammetteva sfumature: Zanzanù doveva essere abbattuto e la sua memoria maledetta.

Tuttavia, quando il 17 agosto del 1617 le milizie di Tignale riuscirono finalmente a stanarlo e ucciderlo dopo un’estenuante battaglia, la comunità decise di celebrare la vittoria contro un nemico formidabile commissionando un’opera pittorica monumentale al pittore gardesano Andrea Bertanza.
Ma è qui che interviene l’involontario “tradimento” del pennello. Il quadro non si presenta come una scena statica ma come una narrazione sequenziale e cronologica degli eventi.

La storia della tavola sulla caduta di Zanzanù

Nonostante la tavola sia nata per ringraziare la Madonna per aver liberato la comunità da un flagello, il fulcro del dipinto è incentrato sulla caduta del brigante, rappresentata con inaspettata dignità. Zanzanù non viene ritratto in modo grottesco o umiliante come un criminale sorpreso nel fango, ma quasi come un eroe tragico. La sua posa morente richiama quella di un condottiero colpito, non c’è lo scherno del vincitore sulla preda, ma la solennità di una figura che ha abitato il confine estremo tra libertà e illegalità.
In questo senso, Zanzanù diventa una figura quasi contemporanea: il social outcast, l’outsider che il popolo (o almeno una parte di esso) ammirava sottovoce perché rappresentava la sfida frontale a un potere centrale percepito come estraneo e opprimente.
L’arte, invece di limitarsi a documentare la cronaca nera, opera una trasfigurazione, forse involontaria ma efficace: il bandito si fa mito, il ricercato si fa leggenda di una realtà rurale e indomita.

L’Abrasione Politica e lo Sguardo del Testimone

L’unicità di questo ex voto risiede però in alcuni dettagli che ne fanno un caso di studio psicanalitico e antropologico. Primo tra tutti la cancellazione del “giustiziere”. In un gesto di straordinaria potenza simbolica, la figura di colui che fisicamente uccise Zanzanù è scomparsa dalla tavola. Non per incuria, ma probabilmente per un’abrasione metodica operata dai visitatori e dai fedeli nel corso dei secoli. La memoria collettiva ha esercitato una damnatio memoriae non sul bandito, ma sul “boia”. Rimuovendo l’uccisore, il popolo ha voluto lasciare Zanzanù solo di fronte al suo destino, isolando l’(anti) eroe dal suo carnefice. È un atto di pietà e ribellione insieme, si cancella la mano della legge per lasciare intatto il carisma del ribelle di fronte alla, comunque, inevitabile Volontà Divina.

La rimozione del carnefice nella pala di Tignale

Altro particolare emblematico lo si ritrova in un angolo della concitata scena dove l’autore dell’opera si è ritratto in un gruppo di armati con uno sguardo che buca la tela. Non è un’osservazione distaccata, è un’espressione attonita, quasi smarrita. Forse l’artista si stava rendendo conto di dipingere qualcosa che andava oltre l’incarico ricevuto. Il suo sguardo fisso sullo spettatore sembra chiederci: “Cosa stiamo celebrando davvero?”. È il testimone oculare di un paradosso che vede la fede accogliere tra le sue braccia la storia di un uomo che la società aveva rigettato.
L’ex voto di Montecastello rimane un’opera “sconvolgente” nel senso più nobile del termine. Ci ricorda che l’arte non è mai un semplice specchio della realtà, ma un filtro che può riscattare l’infamia trasformandola in tragedia. In questo santuario sospeso tra le nuvole e le acque azzurre del lago, la figura di Zanzanù continua a vivere, protetta da una comunità che, pur avendo temuto l’uomo, ha deciso di ammirare l’icona.
Per il visitatore contemporaneo, questo dipinto è una lezione su come il paesaggio estremo del Garda abbia forgiato un’estetica della resistenza, dove anche un fuorilegge può trovare, tra i colori di una tavola votiva, una paradossale e intramontabile redenzione.

Armando Bellelli

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