Scoperta in Iraq una città di 3.400 anni fa. Riemersa causa siccità del fiume Tigri

Il cambiamento climatico porta alla luce un’antica città irachena: si tratta di Zakhiku, situata nella regione del Kurdistan iracheno. Ecco tutta la storia

Credit Università di Tubingia, Zakhiku
Credit Università di Tubingia, Zakhiku

Un’antica città, di ben 3.400 anni, è ritornata alla luce a Kemune, nel Kurdistan iracheno. Un tempo questa florida cittadina si affacciava sulle sponde del Tigri; è stata poi la costruzione della diga di Mosul, tra il 1981 e il 1984, a nasconderla per anni. Si crede che la città irachena “rivenuta a galla” sia Zakhiku, borgo risalente all’Impero di Mittani che controllava gran parte della Mesopotamia settentrionale e della Siria.

LA SICCITÀ FA RIEMERGERE UN’ANTICA CITTÀ IN IRAQ

A causa dell’estrema siccità, la popolazione che vive nel territorio dell’antica Zakhiku è stata costretta a prelevare ingenti quantità idriche dal bacino per irrigare i campi. Questo ha fatto sì che il livello dell’acqua si abbassasse velocemente, rivelando sorprese. Gli archeologi hanno quindi tramutato una situazione emergenziale in un’occasione propizia per scavare nel sito, intuendo da subito che si potesse trattare di un importante centro dell’Impero Mittani. Lo scavo è stato guidato dal presidente dell’Organizzazione per l’archeologia del Kurdistan, Hasan Ahmed Qasim, accostato da Ivana Puljiz dell’Università di Friburgo e Peter Pfälzner dell’Università di Tubinga.

I RESTI DELL’ANTICA ZAKHIKU TORNATI ALLA LUCE

Nel 2018 gli esperti hanno scoperto un palazzo, prima che le acque sommergessero di nuovo il sito. Tra gennaio e febbraio di quest’anno sono riusciti a individuare una grande struttura fortificata con torri e alte mura: è emersa infatti una fortificazione costituita da una cinta muraria di fango. Alcuni tratti sono alti diversi metri e le mura sembrano essersi ben conservate nonostante siano rimaste sott’acqua per oltre 40 anni, dopo la costruzione della diga. Come mai sono sopravvissute? Realizzate in mattoni di fango essiccato al sole, le mura furono ricoperte da un rivestimento protettivo dopo il terremoto che distrusse la città nel 1350 a.C. Oltre alle mura, sono state rinvenute una costruzione gigantesca a più piani – gli archeologi credono fosse un edificio di stoccaggio, destinato alla conservazione delle merci – e un opificio: entrambi sono da far risalire all’epoca dell’Impero di Mittani, 1550–1350 a.C.  Sul sito sono stati rinvenuti cinque vasi di ceramica: al loro interno oltre 100 tavolette cuneiformi, riferibili al periodo medio assiro, quindi da collegare a uno stato della civiltà successivo alla catastrofe naturale del terremoto. Gli studiosi sono impegnati nella decifrazione delle tavolette d’argilla: Peter Pfälzner ha dichiarato il suo stupore di fronte allo stato di queste ultime, intatte dopo decenni sott’acqua. Eppure il livello del bacino si sta nuovamente risollevando, sommergendo ancora una volta i ruderi della città.

– Giorgia Basili

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Giorgia Basili
Giorgia Basili (Roma, 1992) è laureata in Scienze dei Beni Culturali con una tesi sulla Satira della Pittura di Salvator Rosa, che si snoda su un triplice interesse: letterario, artistico e iconologico. Si è spe-cializzata in Storia dell'Arte alla Sapienza con una tesi di Critica d'arte sul cinema di Pier Paolo Pasolini, letto attraverso la lente warburghiana della Pathosformel. Collabora con diverse riviste di settore prediligendo tematiche quali l’arte urbana e il teatro, la cultu-ra e l’arte contemporanea nelle sue molteplici sfaccettature e derive mediali. Affascinata dall’innesto del visivo con la letteratura, di tea-tro e mitologia, si dedica alla scrittura di poesie per esprimere la propria sensibilità e il proprio pensiero estetico-critico su ciò che la circonda.