Franceschini al tappeto. Il Tar boccia il Parco del Colosseo. E il ricorso era del Comune di Roma

Questo Parco non s’ha da fare. Per i giudici del Tar del Lazio l’ultimo step della Riforma Franceschini non è ammissibile. Il ricorso della Raggi, contro l’istituzione del nuovo ente autonomo del Colosseo, è stato accolto nella sua interezza…

Il Colosseo
Il Colosseo

Uno a zero per Virginia Raggi. Che può sventolare oggi una prima, significativa vittoria nel suo progetto di demolizione del piano di riforma Franceschini in relazione all’area che interessa il Colosseo e i siti limitrofi (Foro Romano, Palatino e Domus Aurea). Ovvero, il più grande nucleo archeologico della Capitale e uno tra i più importanti al mondo.
Lo scorso 21 aprile Roma Capitale, su iniziativa della sindaca, aveva presentato un ricorso al Tar del Lazio chiedendo l’annullamento del decreto del 12 gennaio 2017, che istitutiva il Parco Archeologico del Colosseo: si trattava dell’ultima fase di una Riforma che aveva già conferito autonomia gestionale, economica e scientifica a 31 Musei e Parchi italiani, assegnando loro un direttore autonomo – non interno alle amministrazioni pubbliche – tramite bando internazionale.
Riforma evidentemente ritenuta non adeguata dalla Raggi, ma soprattutto dannosa là dove generava – a suo dire – uno scompenso tra il sito archeologico centrale di Roma e la restante parte del patrimonio capitolino. “È inaccettabile che a Roma ci siano aree di serie A e aree di serie B, in pratica sembra che il governo voglia gestire in totale autonomia e senza alcuna concertazione il patrimonio culturale dell’amministrazione stessa”: così aveva dichiarato in conferenza stampa, ipotizzando anche un danno finanziario per le casse del Comune, dal momento che i proventi della bigliettazione sarebbero stati gestiti direttamente dal nuovo ente e dunque sottratti alla città.

Virginia Raggi e Dario Franceschini
Virginia Raggi e Dario Franceschini

ROMA RESTA DI TUTTI. L’ESULTANZA DELLA RAGGI

Oggi, 7 giugno 2017, il tribunale sembra averle dato ragione: ricorso accettato e Parco sospeso. Un nuovo clamoroso stop all’iter avviato dal Ministro Franceschini, dopo l’altra sentenza che – nelle scorse settimane e sempre per mano dello stesso Tribunale – accoglieva i ricorsi di alcuni candidati scartati, nell’ambito dei vari concorsi per la scelta dei 32 direttori: illegittime le nomine di cittadini stranieri, non conformi alcune procedure  (vedi i colloqui avvenuti a porte chiuse o via Skype).
“#Colosseo. Hanno vinto i cittadini, bene Tar. Sconfitto tentativo Governo. Roma resta di tutti”, è stato il commento della Prima Cittadina affidato ai social network. Una vittoria subito investita di un’enfasi politica – sfida al Governo con tanto di scacco matto – e condita da una bella iniezione di retorica: cosa significhi esattamente “Roma resta di tutti” non è ben chiaro. L’istituzione del Parco avrebbe forse regalato il Colosseo a un privato? Lo avrebbe sottratto ai cittadini? Va bene (si fa per dire) la propaganda, ma perché esagerare sempre e comunque?

Il tweet di Virginia Raggi
Il tweet di Virginia Raggi

LE RAGIONI DEL TAR E L’IRA DEL MINISTRO

E risponde stizzito, anche lui via social, il Ministro: “Stesso Tar dei direttori stranieri boccia il Parco Archeologico del Colosseo. 31 Musei e Parchi in Italia vanno bene, il 32esimo no… Impugneremo”. La faccenda, dunque, non finisce qui. Nonostante siano proprio le ragioni addotte da Franceschini, nella sua puntuale disamina a difesa del nuovo parco, a non trovare alcun riscontro tra i giudici: “La disciplina del decreto ministeriale non ha preso in considerazione né le norme del d.lgs. n. 61 del 2012, che prevedono il coordinamento istituzionale tra amministrazioni statali e Roma Capitale, né – se non con riferimento all’individuazione dell’area di competenza del Parco archeologico – l’accordo tra Roma capitale e Ministero dei beni culturali sottoscritto il 21 aprile 2015”. Così si legge in un passaggio della sentenza, che subito dopo sottolinea come il Ministro, secondo le norme vigenti, non avrebbe “alcun potere di creare un nuovo ufficio dirigenziale generale, come quello istituito per il Parco archeologico del Colosseo. Il comma 327 dell’articolo 1 della legge n. 208 del 28 dicembre 2015, peraltro, richiamato dall’articolo 1 comma 432 della legge n. 232 del 2016, solo per le ‘modalità’ ha attribuito al Ministro il potere di incidere sugli uffici dirigenziali anche generali, ma limitato alla soppressione, fusione, o accorpamento”. In sostanza, il neonato Parco non poteva essere istituito dal Ministero dei Beni Culturali e comunque l’operazione non doveva prescindere da un lavoro di concertazione con l’amministrazione comunale.

Restauri in corso alla Domus Aurea
Restauri in corso alla Domus Aurea

CAMBIARE L’ITALIA, SÌ. A PARTIRE DA LEGGI SCRITTE BENE

Accolta anche la parte del ricorso relativa alla diminuzione di fondi per la città: “La nuova configurazione avrebbe comportato la perdita per la città di Roma di gran parte dei proventi del Colosseo” – solo il 30% sarebbero andate alla Soprintendenza, quota che invece il Ministro Franceschini stimava come eguale se non superiore a quella destinata attualmente – e in più “avrebbe sancito la eliminazione della rilevanza unitaria dell’area all’interno delle Mura Aureliane, oggetto della tutela Unesco».  Insomma, un fallimento sotto tutti i punti di vista.
E nell’attesa di eventuali colpi di scena, fra i prossimi step della contesa, ci si chiede – in questo caso come in quello relativo alle nomine dei direttori – come sia accaduto che una riforma così complessa e strategica sia stata scritta ed elaborata con evidenti incongruenze rispetto alle norme vigenti e all’architettura burocratica, periferica e centrale: i rischi di impugnazione, evidentemente non accuratamente calcolati, si sono tramutati in realtà. Seppur in virtù di un accanimento – che abbiamo sempre considerato negativo e profondamente sbagliato – di enti pubblici contro altri enti pubblici.
Battaglie puramente politiche, in certi casi, ma che azzoppano gli iter di rinnovamento (basti pensare, tra i vari casi, allo stop alla Riforma Madia, nella parte relativa ai decreti su dirigenti e partecipate, dopo il ricorso della Regione Veneto) e che alimentano paludi, polemiche, fraintendimenti. Cambiare qualcosa, in Italia, è pressoché impossibile: la burocrazia è indubbiamente il primo nemico. La mentalità e l’ideologia il secondo. Ma anche l’imprecisione e la leggerezza ci mettono lo zampino. Scrivere una legge coerente e corretta, a prova di consulte e tribunali amministrativi: è davvero impossibile nel quadro attuale?

 Helga Marsala

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.