“L’allestimento della collezione Terrae Motus alla Reggia di Caserta non va cambiato”. Parla lo storico collaboratore di Lucio Amelio

Tomas Arana, attore ad Hollywood, storico amico e collaboratore di Lucio Amelio, si esprime sul ruolo della commissione di esperti attorno alla collezione del celebre gallerista napoletano e sull’attuale allestimento alla Reggia di Caserta. Che a suo parere non va toccato

Continua a far discutere il caso Terrae Motus e la decisione del direttore ad interim della Reggia di Caserta Antonio Tarasco di istituire una commissione esterna, composta da Angela Tecce, oggi presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – Museo Madre, Renata Cristina Mazzantini, direttrice della GNAMC di Roma, Gabriele Simongini, docente, storico dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Roma, che presiede il comitato, Angelo Crespi, direttore della Pinacoteca di Brera, per ripensare l’allestimento in essere alla Reggia della collezione di Lucio Amelio e per promuovere azioni di valorizzazione attorno ad essa.

Ritratto di Tomas Arana
Ritratto di Tomas Arana

Tomas Arana, Napoli e la collezione Terrae Motus

Dopo l’intervista ad Angela Tecce su Artribune interviene Tomas Arana, attore e storico collaboratore del gallerista Lucio Amelio. Arana che ha vissuto in Italia dagli Anni Settanta al 1982 ha lavorato con Amelio per cinque anni, pur mantenendo costante il rapporto con lui nel tempo e partecipando attivamente alle vicende che hanno portato alla nascita di Terrae Motus, oltre che al leggendario incontro tra Joseph Beuys e Andy Warhol in Piazza dei Martiri.

Chi è Tomas Arana

Sempre a Napoli entra in contatto con l’ambiente teatrale e d’avanguardia, collaborando con Mario Martone, e il gruppo Falso Movimento, poi confluito in Teatri Uniti. Presenza costante nel cinema Hollywoodiano e italiano, ha recitato in film come Il gladiatore, Il cavaliere oscuro, The Bourne Supremacy, L.A Confidential, The Bodyguard, tra i molti altri. Ma nonostante l’importante carriera internazionale non ha mai perso i legami con Napoli, la storia di Amelio e la collezione Terrae Motus, sulla quale ha le idee ben chiare e le esprime qui in questa intervista.

Intervista a Tomas Arana sulla collezione Terrae Motus

Quale è stato il tuo rapporto con Lucio Amelio?
Ho lavorato per Lucio Amelio per cinque anni: è stato la persona che maggiormente mi ha influenzato nella mia vita. Mi ha insegnato a lavorare, a guardare il mondo, ad avere un rapporto autentico con l’arte e a non aspettare mai che qualcuno ti dia una mano; mi ha insegnato a cogliere le opportunità al volo senza farmele sfuggire.

Ad esempio?
Quando ho lasciato la galleria di Amelio (Arana ha lavorato per cinque anni come assistente e collaboratore fidato di Amelio, ndr) per lavorare come produttore e attore nel gruppo teatrale Falso Movimento, guidato da Mario Martone, ho portato con me tutto ciò che avevo imparato da lui. Insieme a Mario, Pasquale Mari, Angelo Curti, Andrea Renzi, Daghi Rondanini, Lino Fiorito e Licia Maglietta eravamo un gruppo d’avanguardia. Facevamo spettacoli in spazi bellissimi ma minuscoli e malandati: cantine o stanze di musei per cinquanta o sessanta spettatori. Io non ero soddisfatto di quel tipo di teatro “off-off-off”, di “teatro non teatro”. Volevo applicare la lezione di Lucio all’avanguardia teatrale italiana, convincendo Mario e gli altri ad entrare nei teatri veri. Dicevo allora, “Guarda Mario che il teatro è bello, ci sono le poltrone comode per il pubblico, c’è un palcoscenico attrezzato e un impianto elettrico che non salta ogni volta che attacchi quaranta prolunghe!”

Ma tornando ad Amelio…
Lucio è stato un punto fermo. È stato anche uno dei padrini di mio figlio Yanez. Amava i bambini, i giovani, la vita, e lavorava con una dedizione totale. Seguiva la filosofia di Joseph Beuys: “Io non conosco i weekend”. In galleria si lavorava sette giorni su sette per realizzare i progetti. L’impatto che Lucio ha avuto a Napoli e nel mondo dell’arte contemporanea è stato fondamentale.

Com’era percepito Lucio Amelio nella scena artistica napoletana?
Lucio era il vero protagonista della scena artistica napoletana. Purtroppo, come spesso accade quando qualcuno ha un grande successo, c’è anche chi, per gelosia o invidia, mostra una doppia faccia: in sua presenza tutti a salutarlo calorosamente, ma appena voltava le spalle partivano le maldicenze e gli attacchi personali.

Addirittura?
Quando si ammalò di AIDS — anche se non fu annunciato pubblicamente, era ormai evidente — l’ignoranza e la paura fecero sì che alcune persone evitassero persino di salutarlo se lo incontravano al ristorante. All’epoca l’AIDS era una sentenza di morte, e Lucio ci ha lasciati poco prima che uscissero i farmaci combinati che avrebbero potuto salvargli la vita. Dopo la sua scomparsa il suo ricordo è stato inizialmente trascurato. Poi, grazie alla riscoperta di Terrae Motus, molti hanno finalmente compreso il suo valore, anche se non sono mancati gli opportunisti pronti a millantare grandi amicizie mai esistite. Ma Lucio aveva amici veri e leali. Tra questi, galleristi come Lia Rumma, Peppe Morra e Pasquale Trisorio; collezionisti come Renato e Liliana Esposito e la famiglia Di Bernardo; e grandissimi artisti come Nino Longobardi, Mimmo Paladino, Ernesto Tatafiore, Cy Twombly, Andy Warhol e naturalmente Joseph Beuys. E molti altri ancora.

Lucio Amelio con l'opera di Andy Warhol per Terrae Motus. Ph: Fabio Donato
Lucio Amelio con l’opera di Andy Warhol per Terrae Motus. Ph: Fabio Donato

Qual è l’eredità più grande di Amelio?
Sicuramente Terrae Motus. Il suo intuito geniale è stato quello di prendere una tragedia immane — un terremoto che aveva causato tremila morti, migliaia di feriti e devastato interi paesi della Campania — e trasformarla in un messaggio di rinascita attraverso l’arte. Lucio chiese un contributo straordinario agli artisti del suo tempo: non una semplice opera per una collettiva, ma lavori monumentali, d’impatto, creati con una tensione e una competizione intellettuale altissima. Gli artisti fecero a gara per consegnargli il lavoro più bello.

Negli ultimi anni della sua vita, Lucio ha cercato una collocazione definitiva per la collezione. Gli eri vicino allora?
In quegli anni vivevo negli Stati Uniti, ero andato via nel 1982, ma tornavo spesso a Napoli per mio figlio e andavo sempre a trovare Lucio. Inoltre, mi chiamava di continuo per chiedermi pareri o favori legati al mondo dell’arte. Dopo aver scoperto nel 1987 la malattia a Barcellona, una città che era una costante nella sua vita, Lucio acquistò il Complesso di Santa Lucia Vergine al Monte, in corso Vittorio Emanuele. Mi portò a vederlo: era uno splendido monastero, ma all’epoca era ridotto a un rudere (oggi è sede di un Art Hotel, ndr.). Il suo sogno era restaurarlo e trasformarlo in una sede permanente per Terrae Motus, aggiungendo residenze per artisti per rendere la struttura viva e autosufficiente dal punto di vista economico. Voleva creare una fondazione privata gestita da persone di fiducia, al riparo dalle dinamiche politiche.

E perché questo progetto non è andato in porto?
A un certo punto non aveva più le risorse economiche né le forze per affrontare da solo un restauro di quella portata, anche a causa del momento difficile del mercato dell’arte e della sua condizione a livello personale. È stato un momento drammatico. Amelio soffriva enormemente all’idea che la collezione potesse smembrarsi o finire addirittura chiusa in un deposito a deteriorarsi.A malincuore cercò quindi un’interlocuzione con le istituzioni. Dialogò a lungo prima con Raffaele Causa, poi con Nicola Spinosa, allora sovrintendente a Capodimonte, con il quale c’era profondo rispetto reciproco, ma non riuscirono a trovare una quadratura per questioni di spazio e garanzie di gestione. Quando poi si aprì la possibilità di collocare l’intera collezione alla Reggia di Caserta, Lucio mi chiamò entusiasta: “Tomas, grande notizia! Abbiamo trovato l’accordo: la collezione va alla Reggia di Caserta! In uno dei palazzi reali più belli del mondo!”. Era felice perché sapeva che la collezione sarebbe rimasta unita, protetta e valorizzata in Campania.

Quindi lo spostamento da Napoli a Caserta non è stato vissuto come una soluzione di ripiego.
Assolutamente no. Amelio era felicissimo. Disse: “è il posto più bello nel Regno delle Due Sicilie! Il più grande palazzo reale al mondo! E sai, sarà sempre in Campania, ma sarà protetta!”. Questa idea di regalità lo affascinava.

Cosa pensi del lavoro svolto negli ultimi anni e dell’allestimento curato da Tiziana Maffei alla Reggia di Caserta?
Sono stato alla Reggia di Caserta tantissime volte negli ultimi anni e ho trovato il lavoro svolto molto coerente. Bisogna ricordare da dove si è partiti: Terrae Motus era precedentemente collocata in stanze segnate dal degrado e dall’umidità, montata su strutture temporanee in tubi innocenti. C’era un rischio concreto di danneggiamento per capolavori delicatissimi. Maffei ha fatto un lavoro imponente: non solo ha recuperato e restaurato l’edificio, dai tetti ai pavimenti, ma ha riorganizzato gli spazi espositivi, integrando Terrae Motus nel percorso degli Appartamenti Reali e dedicando sale specifiche a maestri come Keith Haring, Mario Merz o Miquel Barceló. In questo modo, qualsiasi visitatore — esperto o semplice turista — viene immerso in un dialogo unico tra il complesso di Vanvitelli, l’arte classica e la grande arte contemporanea.

Secondo te ad Amelio sarebbe piaciuta?
Questo tipo di contaminazione era esattamente ciò che amava Lucio, come quando promosse l’esposizione del Cretto di Burri o dei Vesuvio di Warhol a Capodimonte insieme a Raffaele Causa. Lucio sarebbe stato felicissimo di questo allestimento. Durante il suo mandato, l’ex direttrice Maffei ha cercato di comprendere fino in fondo lo spirito di Lucio Amelio, intessendo relazioni con gli artisti storici come Nino Longobardi, Fabio Donato, Luciano Ferrara e Mimmo Jodice, i collaboratori di Amelio – i più stretti erano Mimmo Scognamiglio e Paola Colacurcio, oltre a Corrado Teano, i testimoni dell’epoca, i collezionisti e il mondo della cultura napoletana. Ha restituito alla collezione una dignità e un respiro internazionale. E io sono stato felicissimo di presentarle tutte queste persone importantissime per Lucio come Mario Franco, Cesare Accetta, o ancora il produttore Giorgio Verdelli, che ha prodotto insieme a Lino Vairetti il disco di Lucio Ma l’amore no. E ancora gente dall’estero, collaboratori della Fondazione di Warhol che avevano un forte rapporto con Lucio.

Un bell’atto di fiducia…
Non ho visto ambizione politica in Maffei, ma solo la volontà di fare per bene il proprio lavoro, cosa che ha fatto, dando a Terrae Motus la posizione che meritava. Aveva passione, e insieme a lei l’hanno avuta tutti i collaboratori della Reggia di Caserta, le aziende esterne che hanno dato una mano, tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questo progetto.

Qual è la tua posizione sulla recente decisione di istituire una commissione per rivedere l’allestimento di Terrae Motus?
Trovo che questa scelta sia ingiustificata. Non riesco a capire questa urgenza di smantellare o modificare un lavoro durato sette anni, portato avanti con professionalità e rigore scientifico, proprio durante una fase di transizione e sotto una direzione ad interim, per quanto perbene e professionale come quella di Antonio Tarasco. Perché non si attende la nomina del nuovo direttore? Che senso ha istituire una commissione esterna — per quanto composta da professionisti stimabili, ma priva, a parte Angela Tecce, di figure che abbiano vissuto la storia di questa collezione — per mettere in discussione un assetto espositivo che oggi funziona benissimo e garantisce la tutela e la fruizione delle opere?

Quindi secondo te ci vorrebbe un comitato scientifico.
A mio parere non serve alcuna commissione.

E non sposteresti la collezione in un luogo a parte.
Assolutamente no. L’attuale allestimento risponde proprio al modo di pensare di Amelio ed era per questo che era felice di avere la collezione a Caserta, anche per questa trasversalità. Diceva sempre: L’arte non è contemporaneo o classico, è arte! Caravaggio è attuale, Michelangelo è attuale, Picasso è attuale!”. E se ci pensi, a Capodimonte, con il Cretto di Alberto Burri non aveva fatto nulla di differente. Terrae Motus è una raccolta importante e attuale. Sono appena tornato da Frieze London e tutti gli artisti della collezione vi erano rappresentati.

Si è inoltre parlato di spostare o far viaggiare all’estero Terrae Motus, magari in un tour internazionale.
Terrae Motus è già stata al Grand Palais di Parigi nel 1987. Non male, no? Alcuni quadri sono oggetto di prestiti. Ma oggi come oggi spostare l’intera collezione sarebbe un’operazione assurda e rischiosa: parliamo di settantadue opere, molte delle quali imponenti o estremamente fragili, con valori assicurativi altissimi. L’arte non ha bisogno di operazioni d’ufficio. Terrae Motus è nata per provocare il pensiero, per trasformare una catastrofe in speranza e bellezza. Va lasciata in pace, rispettata e protetta nella sede che Lucio Amelio stesso aveva approvato.

Santa Nastro

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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