Riapre l’ultima delle seterie borboniche di San Leucio. Sarà una cittadella del lavoro e dell’arte
Riaprirà dopo 11 anni di chiusura il prossimo 16 ottobre, diventando un centro manifatturiero che porta avanti la tradizione serica di San Leucio e la produzione del “fichu”, ma anche una piattaforma di riflessione culturale e luogo espositivo
Si trova nel borgo di San Leucio, frazione del comune di Caserta patrimonio dell’Unesco e sede di una grandiosa utopia italiana. L’Opificio di San Leucio diventa nella seconda metà del 1700 grazie a Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, una comunità all’avanguardia regolata da un codice fondato sul progresso che regolava la vita economica e sociale sancendo per la prima volta la parità tra i sessi, la libertà matrimoniale, l’istruzione e la sanità obbligatoria per tutti, la vaccinazione dal vaiolo, la sicurezza sul vaiolo. Un’esperienza che dura dieci anni e lascia alla comunità una eredità forte.

Il borgo di San Leucio, l’Opificio e Giuseppe Menniti
L’Opificio da allora intraprende un lungo cammino manifatturiero, fino al 2015 anno in cui alla famiglia De Negri viene imposto lo sgombero. Da lì in poi l’Opificio resta chiuso fino a quando nel 2023 l’imprenditore Giuseppe Menniti, non decide di acquisirlo per rilanciarne l’attività manifatturiera e renderlo sede della Fondazione culturale Orizzonti, da lui presieduta. 51 anni, è CEO di Barbuti, marchio di fascia alta nel menswear, filantropo e collezionista. L’Opificio sarà infatti disseminato di opere d’arte contemporanea e offrirà una commistione tra spazi di lavoro ed esperienza culturale (l’Opificio ospita infatti anche la rassegna Caserta, la città delle donne, la cui prima edizione si è svolta nel 2025).
La riapertura dell’Opificio Menniti
Riaprirà finalmente con una mostra che ne racconta la storia e svela il progetto HERitage San Leucio con la direzione creativa di Stefano Chiassai che unisce arte, moda, design il 16 ottobre alle ore 18.30, mostrando il prodotto finale, ma anche come si arriva a crearlo e provando a riproporre nelle condizioni di lavoro quell’utopia che ha reso grande San Leucio 250 anni fa. Come? Lo abbiamo chiesto all’imprenditore Giuseppe Menniti in questa intervista.

Intervista a Giuseppe Menniti
Qual è la storia dell’Opificio?
È fortemente connessa al Borgo di San Leucio. Quando ha chiuso era proprietà dei De Negri, una delle cinque, sei famiglie storiche che hanno reso grande la storia della manifattura serica di San Leucio. Addirittura, sono tra le prime famiglie, tra i primi cognomi conosciuti, che il re, quando nella seconda metà del Settecento avviò la produzione serica, fece venire da Genova per formare le manifatture locali alle dipendenze dei reali. Successivamente hanno avviato le loro attività e fino alla seconda metà del Secolo scorso sono stati all’interno del Belvedere con una propria manifattura, l’ex manifattura reale. Il Comune ha infine preso possesso dell’immobile, trasferendo le attività dei De Negri in Piazza della Seta con un nuovo opificio.
Che cosa avviene quindi a San Leucio?
Alla fine degli Anni Novanta la tempesta perfetta travolge il distretto serico leuciano, con momenti di forte difficoltà e il setificio ha chiuso.
Poi arriva lei.
Sì, ci capito in maniera casuale. Sono un imprenditore nell’ambito del tessile, con una serie di marchi uno dei quali localizzato in particolar modo nel Salernitano. Avevo il desiderio di riavvicinarmi a casa, a Caserta e stavo cercando una sede. Mi sono imbattuto nel borgo di San Leucio e me ne sono innamorato. L’ho dunque rilevato al 100% ed eccoci qua.
Cosa l’ha folgorata?
Tutti gli stabilimenti in cui ho lavorato in vita mia si trovavano in complessi industriali, circondati da capannoni. Qui siamo nel cuore del patrimonio dell’umanità Unesco, compreso il suolo su cui poggia lo stabilimento. È circondato da uno splendido paesaggio, compreso il Belvedere. Mi è sembrato quasi un sogno poter immaginare di svolgere le mie attività quotidiane in un luogo del genere. Ecco perché non ci ho pensato due volte.
E poi c’è la storia di San Leucio…
Ancora oggi è una comunità molto appassionata con un fortissimo un senso di identità e di appartenenza. La storia del Belvedere, del re, delle grandi famiglie manifatturiere, dei valori su cui poggia San Leucio, la parità di genere, il welfare: mi sono sentito travolto in modo positivo. Per senso civico e spirito imprenditoriale ho pensato che questa fosse una vicenda troppo importante per non essere valorizzata in tutti i sensi, dal profilo culturale e quello sociale.
Come?
Attraverso le attività, ad esempio, della Fondazione Orizzonti, di cui sono presidente, che è collocata nello stabilimento. La rassegna Caserta, la città delle donne, ne è un esempio e riprende i principi della parità che per la prima volta al mondo trovò casa a San Leucio. Da imprenditore, invece, ho trovato intrigante immaginare una nuova visione per il canale produttivo leuciano. In particolare, immaginando una linea femminile per riprendere la storia locale che aveva messo al centro del modello di sviluppo socio-economico proprio le donne. C’è dunque un bel prodotto, ma anche una storia e un set di valori che lo accompagnano.
Da quanto tempo si dedica a questo progetto?
Da tre anni. Nei prossimi giorni presentiamo in anteprima questa nuova visione sotto il naming HERitage San Leucio, dove “HER” sta per “LEI”, declinando la nostra eredità culturale in chiave femminile.
In chiave femminile o femminista?
Direi un po’ entrambe le cose. Le realtà che sono in grado di mettere al centro il talento delle donne sono sempre le migliori e di successo. A San Leucio questo è avvenuto in maniera assolutamente avanguardistica per 250 anni, garantendo diritti e principi di uguaglianza e applicandoli concretamente sul lavoro, nella formazione, nell’educazione, con la libertà matrimoniale. Oggi forse li diamo un po’ per scontati ma nella seconda metà del Settecento erano di portata veramente rivoluzionaria.
L’opificio è chiuso dal 2015, oggi questi spazi si restituiscono alla città…
Mi sono insediato nell’opificio un paio d’anni fa, sottoponendolo a un lavoro di riqualificazione. Abbiamo usufruito con la Fondazione Orizzonti di alcune piccole parti dell’edificio. La porzione della manifattura, dedicata alla produzione, si inaugurerà invece il 16 ottobre e sarà un progetto importante per il territorio, oltre che per me, una nuova strada per San Leucio.
San Leucio è una comunità in transizione, che ha dimostrato negli anni una resilienza incredibile, affrontando dei momenti complessi, andando sempre avanti senza dimenticare la propria identità e reinventandosi sempre. Oggi siamo di fronte a un nuovo discrimine per San Leucio.
Ci parli del progetto di riqualificazione.
Siamo su 800 mq di uffici e 3500 di opificio, in totale oltre 4000 mq. Gli spazi sono stati oggetto di uno studio molto attento e di un progetto dello studio PLS di Firenze, tra i più rilevanti nell’ambito del fashion design: da una parte che ne rispettasse la storia, dall’altra che li rendesse funzionali al progetto futuro. E poi c’è l’arte contemporanea.
Ovvero?
Sono un appassionato e un piccolo collezionista. Ad Antonio Biasucci abbiamo commissionato una indagine sui 250 anni della storia di San Leucio, restituendo l’identità del luogo attraverso la sua fotografia. Il risultato è l’installazione di 27 scatti fotografici, presente all’interno dell’edificio “ID” come il codice sulla carta d’identità, ma anche il codice alfanumerico che nei canali digitali identifica qualcosa. C’è poi un’opera di Yael Bartana della mia collezione con la scritta al neon, in rosso, Utopia Now. E ancora Roberto Pugliese, tra le più grandi espressioni della sound art contemporanea.
E a livello di prodotto?
Stiamo lanciando un accessorio, un foulard, che richiama alla tradizione: quelli che nella seconda metà del Settecento si chiamavano fichu. Con un’attenta ricerca abbiamo scoperto che Ferdinando e Maria Carolina avviarono la confezione dei fichu ai nastri di partenza della produzione serica a San Leucio. Questi fazzoletti di seta erano diventati nella seconda metà del Settecento un elemento di estrema tendenza in tutte le corti europee. I sovrani indispettiti dal saldo negativo nella bilancia commerciale del Regno dovuto all’importazione dei fichu decisero di cominciare a produrli. Però è importante dire che per loro la seta non era il fine, bensì era il mezzo attraverso il quale fondare una società più giusta.
Le risorse sul progetto sono tutte sue?
Sì, tutte mie, ma sono contento di averle destinate per questa iniziativa che sto approcciando con un’ottica veramente molto diversa. Sono un imprenditore molto attento ai numeri e legato alla sostenibilità dei progetti, però in questo caso specifico credo veramente che la storia meriti un approccio completamente differente.
Ovvero?
A chi saranno destinati questi prodotti? Ho fatto cancellare la parola “cliente”, un termine che appartiene a una visione consumistica che non ha nulla a che vedere con quello che stiamo facendo. Noi vogliamo persone che siano parte della storia, e quindi l’accesso alle collezioni in una prima istanza sarà dato esclusivamente a 500, 1000, 200 persone — non abbiamo ancora il numero corretto — amici, persone che ci vogliono bene, a cui noi vogliamo bene e che vogliono bene a San Leucio. E mi permetto di dire anche a persone che prima di poter apprezzare il prodotto siano capaci di approfondire la vicenda che le ho raccontato. Dopodiché contiamo sul passaparola ad altri amici che a loro volta potranno avere accesso ai prodotti. Questo restringe in modo importante l’audience ma le dà anche la dimostrazione, che non sto guardando all’immediato ritorno. Sono pronto ad affrontare un percorso un pochettino più lungo, però più genuino, autentico e rispettoso.
Con quale modello di business?
San Leucio nacque con una fortissima attenzione alla persona, al suo stato, alla sua felicità. C’era welfare, assistenza sanitaria, educazione, istruzione per tutti. Questo mi ispira. Perciò il100% dei profitti che deriveranno da questa attività saranno così divisi: 33% all’imprenditore, al capitale; 33% ai dipendenti, a un piano di welfare a loro dedicato; 33% alla comunità di San Leucio per il rilancio e valorizzazione della stessa. Sono convinto che questa sia una formula che può garantire il successo di un progetto di questa natura in un periodo molto difficile per un certo tipo di abbigliamento.
Santa Nastro
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