In Abruzzo c’è una Biennale di arte contemporanea che parla di indefinitezza. Intervista all’artista Luciano Sozio 

Luciano Sozio è reduce da una recente mostra personale a Milano. Alla XXI Biennale di Penne, vicino Pescara (dal 31 ottobre fino al 29 novembre) presenta un grande progetto site specific in una chiesa sconsacrata

A Penne, vicino a Pescara, c’è una Biennale di arte contemporanea giunta nel 2026 alla sua XXI edizione e promossa dalla Fondazione MUSAP Penne Musei e Archivi. Il titolo di quest’anno, Spazi di transizione, esplora il concetto di indefinitezza, andando ad articolarsi, dal 31 ottobre fino al 29 novembre, coinvolgendo circa 30 artisti, su quattro spazi espositivi: il Museo MaMec, con un progetto a cura di Lorand Hegyi, il Museo Archeologico, Largo San Giovanni Battista e la chiesa sconsacrata di San Giovanni Evangelista. Qui si svolgerà l’intervento site-specific dell’artista Luciano Sozio (Isernia, 1979), che fonde pittura, architettura, tra spiritualità laica e trascendenza, tra terra e cielo, con la cura di Angela Madesani e Antonio Zimarino. Abbiamo raccontato con l’artista questo progetto e la sua pratica.

Biennale di Penne, © Alberto Messina 2026 Luciano Sozio
Biennale di Penne, © Alberto Messina 2026

Intervista a Luciano Sozio e il progetto della Biennale di Penne

Lei è nato ad Isernia e ha poi proseguito i suoi studi a Roma tra l’Istituto Statale d’Arte e lo IED: quanto hanno inciso le sue radici e il successivo contatto con la capitale nella sua primissima spinta verso l’arte?
Molto. Chi nasce in una provincia così piccola viene educato già dai primi anni di vita ai silenzi, alla noia, alle distanze, alle salite, alle piccole cose, alle epifanie, all’idea della morte. Sin da piccolo ho avvertito la sensazione che avrei lasciato presto il mio luogo di origine, ma senza la consapevolezza del bagaglio invisibile che mi era stato offerto in dote dal mio essere molisano.

Quali sono stati i luoghi importanti della sua vita e formazione?
A parte le mie origini, sicuramente Roma. Ricordo di essere stato accolto da questa grande città in un modo speciale, avevo da poco compiuto 16 anni. Lì ho conosciuto i miei primi maestri, ho potuto vedere dal vivo le opere che prima di allora avevo solo visto raffigurate sui libri di storia dell’arte, ho frequentato lo IED e ho inaugurato la mia prima mostra al Caffè Ripetta. Roma è stato il luogo in cui mi sono sentito per la prima volta un giovane adulto. Poi Milano: l’Accademia di Brera, un’esperienza seppur breve ma intensa, la scoperta dell’arte contemporanea, i primi approcci con le gallerie, il Naviglio Pavese, il rumore dei tram, il Libraccio e La Sacrestia, il locale dei miei zii. E ancora Berlino, la prima città non italiana in cui ho vissuto: la biblioteca dell’università, le mostre, le lingue, la fame. Infine, Pescara, la città in cui mi trovo e a cui sono particolarmente grato e affezionato. Dopo un impatto iniziale ruvido, questa città ha saputo aprirmi le braccia e proteggermi. Qui sto scoprendo la paternità, ho incontrato persone che hanno creduto in me e in quel che faccio, e ho trovato la dimensione dell’insegnamento.

Formarsi tra la ceramica, la pittura classica e l’illustrazione/animazione multimediale come ha influenzato il suo approccio iniziale alla tela?
Ricordo perfettamente il giorno in cui siamo andati con i miei compagni di classe della terza media a visitare l’Istituto Statale d’Arte di Isernia. A un certo punto entrammo nel laboratorio di ceramica e vidi questo signore con un camice bianco che mise su un tornio una palla compatta di argilla: da lì a pochi secondi, in assoluto silenzio, trasformò quel pezzo di terra in un oggetto capace di contenere un fiore. Rimasi folgorato da quel potere. Tre mesi dopo ero esattamente lì, con un camice verde, a tentare di fare la stessa magia. Quella stessa capacità di trasformazione me la sono portata dietro nel mio rapporto con i materiali: i colori li preparo io stesso partendo dai pigmenti, creando negli anni le mie ricette, e così faccio con la tela grezza, che tratto accuratamente con vari tipi di imprimitura a seconda dell’opera che dipingerò. Ma l’eredità più profonda resta proprio quel potere antico, capace di trasformare un pezzo di lino grezzo in qualcosa che sia in grado di contenere dell’altro. Dell’animazione porto con me l’idea della serie e della sequenza; dell’illustrazione, la cura del dettaglio. Della pittura classica, probabilmente, la raffinatezza.

La sua produzione si distingue per uno studio rigoroso dei materiali, dalla preparazione dei pigmenti al supporto in lino. Come si è trasformata negli anni la sua metodologia di lavoro, sia a livello concettuale che materiale?
Avendo avuto un periodo di formazione lungo e poliedrico, ho sperimentato molto l’utilizzo di materiali diversi e le loro possibili combinazioni. Questo mi ha consentito di spaziare tra varie tecniche grafiche e pittoriche. Ma si tratta pur sempre di una ricerca in itinere, di un cantiere aperto che non si cristallizza mai: la tecnica, in fondo, è solo il trampolino. L’obiettivo vero è altrove, e risiede in un’idea duplice: da un lato comprendere l’aspetto alchemico della pittura e del disegno, dall’altro metterlo a servizio di qualcosa che protende verso l’universale.

Nelle sue opere ricorre spesso la sospensione del tempo, un’atmosfera carica di attesa o di tensione imminente. Che tipo di ricerca c’è dietro la costruzione di queste immagini e come si è evoluta questa poetica nel corso della sua carriera?
Credo che questo accada solo per una ragione: tento di mettere continuamente in discussione la parola Fine. Nel quotidiano mi capita di vivere attimi in cui questo ombroso pensiero latente viene momentaneamente sovraesposto dai piccoli bagliori di alcune intuizioni. È da lì che nasce tutto. Tento di approcciare all’ignota profondità di ogni tela attraverso il disegno, e il disegno, quando riesce a farsi strada e ad aprirsi un varco, chiama a sé la pittura.

Quanto è importante e influisce l’insegnamento nella sua pratica?
È un atto di grande responsabilità. La radice di questa parola lo spiega bene: insegnare significa letteralmente “segnare dentro”. La mia pratica si nutre di questo stesso impegno, verso me stesso e verso tutto ciò che è al di fuori di me. Divulgare il sapere mi aiuta a comprendere il valore di una scoperta e la necessità della condivisione. In fondo, per poter insegnare a un umano bisogna necessariamente toccare qualcosa che vive in un altro umano

Quali sono state/sono le figure fondamentali, nel bene e nel male, del suo percorso?
I maestri, quelli più temuti e odiati sono quelli a cui devo di più. In occasioni recenti (dalla serie Hunters a progetti espositivi incentrati sul concetto di tempo, come In attesa del tempo o La trappola del tempo) ha indagato soggetti immersi in una forte dimensione psicologica….

Il suo percorso e la sua crescita come pittore vivono di pari passo a un percorso personale vivo e complesso. Questo senso del tempo e della attesa indagati nelle sue opere ne sono il risultato?
Penso di sì. La mia rivoluzione umana mi costringe a vedere le cose, dentro e fuori di me, attraverso una lente con una focale sempre differente. Credo che inevitabilmente questo approccio alla vita mi porti a vibrare in un certo modo e ad allinearmi naturalmente con situazioni e persone di un certo tipo. La pittura è uno strumento di indagine potentissimo; le mie opere non fanno che esserne il riflesso. Nelle opere recentemente esposte alla Galleria Arrivada di Milano, inoltre, la figura umana torna protagonista e lo fa all’interno di uno spazio domestico, intimo e privato.

Su cosa sta lavorando attualmente nel suo studio?
Con la mostra In attesa del Tempo, da poco conclusasi alla galleria Arrivada, la selezione delle opere tratte dalle serie Hunters e Fly Trap, è nata da un confronto molto attento e da una reale sintonia di visione con la direttrice Miriam Luisa Ferrario e la curatrice Angela Madesani, con le quali si è instaurato un metodo di lavoro rigoroso e di grande ascolto reciproco. Le opere esposte in quell’occasione nascono proprio dalla necessità di riflettere sulla direzione che la nostra specie sta prendendo in un momento così complesso come quello che ci è dato vivere. Sono affascinato dalla nostra immensa complessità. Credo che oggi stiamo perdendo la capacità di sentirci parte del mondo, animali in quanto natura; eppure, riusciamo ancora a esserlo nei nostri spazi intimi, quando ci sentiamo al sicuro nelle nostre case, là dove torniamo a rintanarci. Ho la sensazione che, in spazi aperti e privi di ogni forma di protezione, un tempo l’uomo assomigliasse all’uomo che oggi è nei suoi spazi domestici… anche se l’alba e il tramonto sono rimaste sempre le stesse.

Quali saranno i suoi prossimi progetti
La XXI Biennale di Penne, alla quale sono stato invitato a partecipare da Angela Madesani e Antonio Zimarino. È un progetto molto articolato, che coinvolge diversi luoghi della città e mette in dialogo artisti italiani e internazionali attorno al tema degli “Stati di transizione”. Per questa occasione sto realizzando un’opera site-specific che verrà collocata nel primo altare della navata sinistra della chiesa di San Giovanni Evangelista. L’opera appartiene a una delle ultime serie a cui sto lavorando, intitolata Shatterproof. Al di sotto dell’altare verrà inoltre allestita una teca contenente due acqueforti di medio formato appartenenti alla serie stessa.

Con quali finalità?
La scelta di realizzare un’opera specificamente per quel luogo nasce anche da alcune questioni che sto affrontando con la serie Shatterproof: l’impermanenza, il sacro e il rapporto tra terra e tutto ciò che è al di fuori di essa. Mi interessa la possibilità che una presenza terrestre e apparentemente minima possa portare sulla terra, per tutta la durata della propria esistenza, un frammento di infinito. Una presenza effimera, ma capace di evocare ciò che effimero non è. È una tensione che sento profondamente umana: il desiderio di avvicinare alla nostra esperienza concreta ciò che ci trascende, anche sapendo che ogni forma sulla terra è inevitabilmente sottoposta al tempo e all’impermanenza. Per questo trovo particolarmente significativo intervenire in una chiesa ormai sconsacrata. È un luogo che ha perso la propria funzione originaria, ma nel quale la memoria del sacro continua a essere presente: rimane nella struttura, nella luce, nelle proporzioni dello spazio, nella memoria di ciò che vi è accaduto. In questo senso il tema della Biennale, “Stati di transizione”, si lega molto naturalmente al lavoro. La transizione è una condizione che riguarda la materia, i luoghi, le immagini, ma anche la nostra esperienza. Mi interessa quel momento in cui qualcosa non è più ciò che era e non è ancora qualcos’altro. L’impermanenza, in fondo, non è soltanto la consapevolezza che tutto cambia, ma anche la condizione che permette alle cose di apparire, trasformarsi e assumere nuovi significati.

La Biennale ospita altri interventi?
Si, attraversa diversi luoghi di Penne e comprende, tra gli altri, il Museo MaMec con Bridging 2, curata da Lorand Hegyi, dedicata a tre importanti artisti austriaci come Lois Weinberger, Hubert Scheibl e Alois Mosbacher e gli spazi dell’ex tribunale, dove saranno presentate altre ricerche legate alla transizione, alla memoria, alla percezione e alla trasformazione dello spazio.
Mi interessa molto questa struttura diffusa della Biennale, perché permette alle opere di entrare in rapporto non soltanto tra loro, ma anche con la storia e la stratificazione dei luoghi che le accolgono.

Ci sono temi, materiali o formati che finora non ha ancora esplorato e che vorrebbe integrare nella sua produzione futura?
Sto approfondendo la tecnica dell’acquaforte. I tempi lenti di questa tecnica mi impongono un atteggiamento diverso nei confronti della gestazione dell’opera rispetto alla pittura. Entrambe, ciascuna con i propri ritmi, mi aiutano a comprendere ancor meglio il processo misterioso della mia ricerca.

La pittura viene ciclicamente dichiarata “in crisi” o, al contrario, al centro di forti ritorni di interesse. Dal suo punto di vista di artista e docente, qual è oggi lo stato di salute della pittura in Italia e a livello internazionale?
Di sicuro un pittore non potrebbe mai pensare una cosa del genere della pittura, perché i suoi momenti di crisi esistono per via di un forte interessamento alla pittura stessa. I ritorni e gli interessi non sono mai dettati da chi la pittura la fa, né tantomeno da chi tenta di comprenderla profondamente. Se la pittura è un linguaggio, al massimo ci si dovrebbe interrogare su cosa spinga davvero chi la sceglie a praticarla, e a chi ne fruisce bisognerebbe chiedere se sia realmente interessato a comprenderla. Un tempo non tutti potevano permettersi di fare pittura; oggi, invece, tanti credono di poterlo fare. Lo stato della pittura in Italia come all’estero è fervente lì dove diventa una necessità. Da pittore, più che da docente, riesco a comprendere quanto per un artista la pittura sia necessaria. In un’epoca dominata dal digitale e dall’istantaneità delle immagini, una tecnica meditata e lenta come la pittura su tela incontra nuove difficoltà o trova nuove opportunità di ascolto? Sono per la seconda. Le nuove difficoltà sono sempre state la principale sfida per ogni pittore. I greci la chiamavano Metis, quell’intelligenza fluida e vitale capace di scorrere come acqua in ogni circostanza: la pittura contiene esattamente questa intelligenza.

Santa Nastro

Penne// dal 31 ottobre al 29 novembre 2026
Biennale di Penne, Spazi di Transizione
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Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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