La storia di Helmut Schober, l’artista avanguardista viennese che amava Milano e la Toscana
La vicenda artistica e personale di Schober è in mostra alla Fondazione Mudima di Milano fino al 30 ottobre in una grande retrospettiva. Nel frattempo, giovedì 22 ottobre 2026 alle ore 18.30 una rassegna mette in scena le storiche performance realizzate dall’artista negli Anni Settanta. Il progetto è a cura di Alberto Mugnaini che qui ne racconta l’opera
Con la mostra Helmut Schober. Luce e Movimento, a cura di Dieter Ronte, si riaccendono i riflettori su un artista che, formatosi nella Vienna delle avanguardie più estremistiche d’Europa, si ritrae fin da subito in una dimensione assolutamente personale ed elitaria, facendo di Milano la sua seconda patria e intraprendendo un percorso tra i più coerenti e singolari dell’arte del secondo Novecento e dei primi Anni Duemila.

Chi è Helmut Schober
Se infatti, al pari degli esponenti dell’Aktionismus, nelle sue azioni giovanili metteva in scena il proprio corpo, questo era mostrato come un semplice vettore di energie preponderanti, così come gli oggetti e i paramenti indossati diventavano i tramiti di piccole catastrofi sapientemente pilotate. Adesso, a distanza di oltre mezzo secolo dalle sue prime sperimentazioni performative, la mostra che la Fondazione Mudima dedica a Helmut Schober (Innsbruck, 1947 – Milano, 2024) ripercorre alcune tappe essenziali della sua ricerca, dalle azioni degli Anni Settanta alle grandi composizioni luminose della maturità, restituendo l’unità profonda di un lavoro che ha attraversato performance, installazione, disegno e pittura; tutto questo, allo scopo di rendere percepibili fenomeni che normalmente sfuggono allo sguardo: tensioni, movimenti, energie, processi di trasformazione.
La mostra alla Fondazione Mudima
Anche la realizzazione delle sue opere, del resto, era in se stessa un formidabile dispiegamento di energia: basta guardare le foto che lo ritraggono paludato come un palombaro o un astronauta, intento a sparare polveri e nebulizzare liquidi su tele dalle dimensioni colossali, avvolto egli stesso nelle tempeste cromatiche che prendevano forma nei suoi dipinti.
Realizzata con il contributo del Forum Austriaco di Cultura di Milano, accompagnata da un numero speciale della rivista “La Scuola delle Cose”, con testi di Dieter Ronte, Gianluca Ranzi e Davide Di Maggio, e allestita con un asciutto taglio filologico da Fayçal Zaouali, questa mostra, che è la terza apparizione dei lavori dell’artista alla Fondazione Mudima e che ricostruisce in maniera sintetica il suo cammino, ci accoglie nella sala principale con i grandi, smaglianti esiti dell’ultima stagione. Per questo è forse meglio ripercorrerla a ritroso partendo dal fondo, dall’ultima parete al piano superiore, dove sono posizionate in sequenza verticale cinque foto che testimoniano una delle più celebri azioni performative di Schober, Concerto 1, presentata nel 1977 a Documenta 6 di Kassel: in questa occasione l’artista, disteso prono per terra, reggeva sulla schiena, legato con cinghie, un condotto metallico a sezione semisferica, chiuso alle estremità, lungo la cui scanalatura poteva scorrere una sfera, che rotolava avanti e indietro grazie agli impulsi del corpo. E, deposto longitudinalmente al suolo davanti alla sequenza fotografica verticale, quasi in guisa di un’elementare macchina celibe, troviamo pure lo “strumento” indossato in quell’azione, generatore di movimento e di suono.
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La performing art secondo Helmut Schober
Un’altra performance, d’altronde, in cui l’artista reggeva una fonte luminosa che attraversava in verticale l’asse del suo corpo, quasi annullandolo e dissolvendolo in un unico raggio abbagliante, può forse essere considerata il primo gradino del percorso che conduce dalla messa in scena dell’energia vettoriale corporea a un’epifania di irradiazioni cosmiche, di dissolvimenti stellari. Se ancora nel disegno preparatorio per la performance Narciso (1974) l’onda di movimento sembra scatenata da un residuo gestuale, nella grande tela in bianco e nero Figura con idolo (1985), che incontriamo sulla parete laterale e già esposta alla Biennale veneziana del 1986, troviamo ormai un corpo di luce, una sagoma umana quasi smaterializzata e sul punto di trasformarsi in polvere siderale, assumendo così la radianza antropomorfa di una sorta di fantascientifico Apollo, o di un corrusco arcangelo: per deflagrare infine, nei grandi dipinti successivi, in vortici galattici, onde d’urto progressive, espansioni di luce. Ma nella tela ancora più imponente che in questo allestimento le sta accanto, anch’essa caratterizzata dai toni tenebrosi e monocromi della grafite, Campo di battaglia 1 (1985), presente nel 1987 a Documenta 8 di Kassel, notiamo onde concentriche di una luce ancora un po’pallida, ma svincolata da qualsiasi azione corporea.
Prima di passare ai grandi, irradianti dipinti del piano terra, notiamo ancora un gruppo di disegni dedicati alla musica di Mozart, che sullo scorcio degli Anni Novanta Schober eseguì a carboncino su uno sfondo bianco, rilasciando scie scurissime variamente attorte, sgranate e sfilacciate, traduzioni immediate e sentimentali delle suggestioni esercitate su di lui dal grande, e amatissimo, suo conterraneo.
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La serie di Schober sulla Toscana
E ancora, sulla parete di fronte a questi ultimi, ecco i disegni, realizzati con il tratto veloce e sintetico di un pennarello nero, della serie Toscana immaginata (2004): qui, proprio nel momento in cui il paesaggio viene ridotto alla sua soglia minima di riconoscibilità, caratterizzato da svelte silhouettes di edifici e campanili adagiati su un’altura, esso sembra animarsi: quelle torri antiche non emergono più semplicemente dalle colline, sembrano generare linee di forza che si diffondono lungo i pendii, come radici o tentacoli mobili: più che descrivere il paesaggio, il disegno sembra registrarne l’espansione energetica. Se nei grandi dipinti luminosi l’energia si manifesta di volta in volta come un susseguirsi di onde, come l’irrompere di sciabolate luminose, o come irradiazione centrifuga e concentrazione di intensità, in questi disegni essa sembra assumere una forma quasi vegetativa.
Finalmente, scese le scale, eccoci alle formidabili opere dell’ultima grande maniera dell’artista austriaco. Qui i pigmenti appaiono dotati di una fosforescenza interna, le scie luminose sembrano materializzarsi depositando le scorie delle loro stesse ustioni: un’inafferrabile energia è sorpresa e visualizzata, come il fotogramma di un transito che avviene alla velocità della luce, come se Schober la fissasse in un irripetibile attimo magico, ascoltando la musica di Mozart, certo… ma rendendoci, forse, anche il senso di un’altra musica, quella generata dai moti delle sfere celesti, che gli antichi vagheggiavano ma che nessuno è mai riuscito a udire.
Alberto Mugnaini
Milano// fino al 30 ottobre 2026
Helmut Schober. Luce e Movimento
Fondazione Mudima, via Alessandro Tadino, 26
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