Il Duomo di Milano restaura i Quadroni di San Carlo. Siamo stati in cantiere: il reportage
Le monumentali tele del Ciclo della Vita - sei metri per cinque l'una - vanno incontro a un massiccio intervento conservativo. All'interno di un laboratorio allestito nel Cantiere Marmisti della Veneranda Fabbrica
Immaginiamo di entrare nel Duomo di Milano a fine Seicento, nel pieno della dominazione spagnola. È il 4 di novembre, giorno dedicato a San Carlo Borromeo, il primo santo della Controriforma: all’interno della cattedrale, illuminata a lume di candela, appare una scenografia colossale, un teatro liturgico e devozionale che è insieme intimo e di grande impressione. Delle cornici di legno dorato sono appese lungo tutta la navata centrale e nella curva del coro, sono avvolte da drappi, ex voto, fronde e frutta: custodiscono le immagini della vita e dei miracoli del Santo. Le tele sono monumentali – ventotto per ciascuna delle due serie, la più grande delle quali con pezzi di circa sei metri per cinque – motivo per cui vengono chiamate “Quadroni“: sono proprio questi teleri di grandi dimensioni, oggi, al centro di un restauro conservativo senza precedenti.
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Il restauro dei Quadroni di San Carlo nel Cantiere Marmisti della Veneranda Fabbrica del Duomo
“L’osservazione dello stato di conservazione è iniziata nel 2018, e negli ultimi due anni abbiamo pianificato l’intervento”, spiega Elisa Mantia, coordinatrice dell’area Cultura della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. “Il problema principale era capire dove lavorare su opere così grandi: abbiamo deciso di venire qui, nel Cantiere Marmisti della Veneranda Fabbrica, e di trasformare un’ex officina e un deposito in laboratori di restauro, da usare anche nei prossimi anni. Abbiamo iniziato ai primi di luglio, con il coinvolgimento di due diverse ditte di restauro, portando qui i primi teleri: sarà un processo lungo circa sei anni, durante i quali le opere non verranno esposte come di consueto tra San Carlo e l’Epifania”.
Il Duomo di Milano restaura i Quadroni di San Carlo
Una rottura di una amata tradizione milanese, giustificata dalla necessità dell’intervento: “La fluttuazione delle temperature e dell’umidità, soprattutto in inverno, tra Duomo e deposito ha avuto i suoi effetti, e ancora di più la deformazione data dalla continua sollecitazione dell’esposizione“, racconta la restauratrice Roberta Grazioli, alla direzione dei lavori.
Nel dettaglio, l’intervento (supportato da Intesa Sanpaolo) riguarda il solo Ciclo della Vita, del quale vengono considerate parte 26 tele, e non le originali 28, per una serie di vicissitudini (tra cui danni e lacerazioni in più parti) che le hanno viste separate dal corpo principale. “I Quadroni erano stati già restaurati nella prima metà dell’Ottocento, negli Anni Cinquanta e negli Anni Sessanta, con interventi che si sono rivelati molto rispettosi, soprattutto per il Cerano”. È proprio un’opera del Cerano (Il Santo vende il principato d’Oria), insieme a una di Filippo Abbiati (Il solenne ingresso di San Carlo in Milano), a inaugurare il processo di recupero di uno dei più importanti cicli pittorici del Seicento lombardo.
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Un ciclo pittorico non comune
“Uno dei fattori di maggiore difficoltà del restauro è anche una delle caratteristiche più interessanti dei teleri: sono stati realizzati con della tempera a caseina, e non a olio, motivo per cui i colori non hanno una qualità sgargiante”, continua Grazioli. “Da contratto del Seicento, dovevano essere realizzati velocemente, quasi come dei poster, e non avevano uno scopo tanto espositivo quanto piuttosto devozionale“.
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Un nuovo supporto per i Quadroni di San Carlo
I teleri sono piuttosto leggeri per le loro dimensioni, ma “comunque, con l’originale supporto in legno, pesavano sui 300 kg“, spiega la tecnica del restauro Elisa Buccio. Un peso e un tipo di supporto che hanno contribuito a creare la necessità dell’intervento: “Quando saranno nuovamente esposti andranno su nuovo telaio a molle, ideato appositamente, per ammortizzare e distribuire la tensione. Il nuovo peso complessivo sarà sui 180 kg“, spiega. Dati volume e massa, le opere sono state spostate al cantiere avvolte sopra dei rulli di polistirolo: “montati” in Duomo, i teleri vengono srotolati qui, in Via Brunetti 5, un luogo normalmente precluso al pubblico, dove si lavora il marmo di Candoglia che da secoli è riservato al Duomo.
Giulia Giaume
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