Fiori calpestati, corpi di vetro e una chitarra: a Milano la rabbia diventa una mostra 

Red Lab Gallery presenta la prima mostra personale di Caterina Gobbi. Un percorso visitabile fino al 31 ottobre e composto da sculture, suoni e performance, in cui le emozioni attraversano i corpi e lasciano tracce nella materia

A un anno dal Premio Villa Filanda Antonini, ricevuto ad ArtVerona 2025 con Red Lab Gallery, Caterina Gobbi (Courmayeur, 1988) presenta la sua prima personale negli spazi milanesi della galleria. Bene, vediamo un po’ come fiorisci riunisce opere di nuova produzione e nasce da una ricerca avviata dall’artista proprio durante la residenza a Villa Filanda Antonini. Ad accompagnare la mostra è un testo curatoriale di Laura Lamonea, mentre il titolo è tratto da una poesia di Patrizia Cavalli. Corpo, emozioni, materia e suono attraversano il progetto.

Caterina Gobbi, Bene, vediamo un po’ come fiorisci, Red Lab Gallery
Caterina Gobbi, Bene, vediamo un po’ come fiorisci, Red Lab Gallery

Caterina Gobbi a Milano: i fiori calpestati della performance

Un vaso di fiori freschi, un paio di stivali e dello scotch da cantiere. Inizia così She was a rose, and lived, as roses do. Caterina Gobbi lega i fiori alle scarpe e comincia a calpestare la terra al ritmo della musica rock, disperdendoli sul pavimento. Poi, per qualche istante, sfila. Mentre la Fashion Week scandisce la vita della città, questa breve sfilata sembra sfidarne le convenzioni. Il corpo femminile e l’ornamento floreale restano al centro, ma i fiori finiscono sul cemento, calpestati e distrutti.

È attraverso il corpo che Gobbi affronta una delle questioni centrali della mostra: come dare forma alle emozioni e, soprattutto, cosa farne una volta che emergono. Contenerle o lasciarle esplodere, conservare o distruggere, nascondere o rendere visibile la rabbia diventano azioni concrete. Anche i fiori costruiscono una sorta di vocabolario emotivo, scelti per le associazioni tradizionali con stati diversi, dall’amore alla rabbia. Come osserva Laura Lamonea, “le emozioni sono profondamente incarnate: qualcosa che si prova fisicamente e che si registra materialmente mentre attraversa il corpo, lasciando tracce tangibili”.

I corpi e le tracce nella mostra di Caterina Gobbi a Red Lab Gallery

Il movimento continua all’interno della galleria. Gobbi conduce il pubblico attraverso gli spazi, invitandolo a cambiare continuamente punto di osservazione. È una modalità che ritorna spesso nel suo lavoro: la camminata permette di esplorare luoghi diversi e, allo stesso tempo, di interrompere una narrazione troppo lineare.
Anche le opere sono legate attraverso il movimento e la materia. In Fioritura (turns out I can feel my feelings without dying), i corpi delle atlete sono realizzati in vetro: uno si ricompone sulla parete nella figura di una donna che corre, mentre l’altro giace scomposto al centro dello spazio. Durante la lavorazione, Gobbi ha tracciato fiori e piante sulla sabbia utilizzata come matrice per la vetrofusione, lasciandone le impronte sulla superficie. La sabbia ritorna sul pavimento in per una strana coincidenza di congiunture astrali, dove registra a sua volta le impronte e gli spostamenti dei visitatori.

Anche la performance lascia una traccia. Gobbi indossa I sing the body electric, un abito-scultura in rete di rame decorato con piccoli fiori, e conduce il pubblico sul tetto. Qui usa i fiori come stencil, spruzzando la vernice sul muro. Una volta rimossi, restano le loro sagome, simili a bruciature. Come le impronte nella sabbia, sono il segno di qualcosa che ha attraversato lo spazio e vi ha lasciato la propria presenza.

Caterina Gobbi, Bene, vediamo un po’ come fiorisci, Red Lab Gallery, Fioritura, vetro rosa di murano strutture in acciaio spazzolato
Caterina Gobbi, Bene, vediamo un po’ come fiorisci, Red Lab Gallery, Fioritura, vetro rosa di murano strutture in acciaio spazzolato

Il suono e l’elettricità nella poetica di Caterina Gobbi

Il suono attraversa la mostra insieme all’elettricità. In L’anima non è nient’altro che una rosa, una Stratocaster rivestita di rame porta sulla superficie le tracce di fiori bruciati. Non è il fiore carbonizzato a produrre direttamente il segno: è il cambiamento di temperatura a modificare il metallo. Esposta a parete, la chitarra viene inoltre continuamente sollecitata da un fiore mosso da un meccanismo elettrico. L’elettricità ritorna in I sing the body electric, l’abito in rete di rame indossato da Gobbi durante la performance, come una forza che “trasporta il suono e unisce i corpi nell’ascolto”.

Durante la performance è Gobbi a imbracciare la chitarra e suonarla. Il gesto conduce verso la parte conclusiva, quando abbandona lo strumento e canta lentamente, a cappella, Running Up That Hill. Dopo il rock, il calpestio e il movimento attraverso gli spazi, rimane soltanto la voce.
I fiori hanno intanto attraversato la mostra in condizioni diverse: freschi, calpestati, impressi, bruciati, indossati. Nella poesia di Patrizia Cavalli da cui proviene il titolo, la fioritura può essere “languida o violenta”. È questa ambivalenza che sembra attraversare anche il lavoro di Gobbi: la trasformazione può essere vitale e insieme violenta.

Valeria Radkevych

Milano // Fino al 31 ottobre 2026
Bene, vediamo un po’ come fiorisci. Caterina Gobbi
Red Lab Gallery, Via Andrea Solari 46
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Valeria Radkevych

Valeria Radkevych

Valeria Radkevych (1995, Lugansk, Ucraina) è una curatrice e ricercatrice indipendente. Ha conseguito una laurea magistrale in arti visive con doppio titolo, condiviso tra l'Università di Bologna e la Paris 1 – Panthéon Sorbonne. La sua ricerca, avviata con la…

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