Quando gli aerei militari avevano un volto: la storia della nose art
La nose art, pratica di decorare la fusoliera dei velivoli, oltre a raccontare il rapporto tra uomo, macchina e cultura bellica nel Novecento; si può leggere come un’anticipazione del fenomeno, oggi estremamente diffuso, di personalizzare i device tecnologici per sottrarli all’anonimato
Ci sono immagini che non incontriamo davvero: ci attraversano. Compaiono all’interno di una lettura e continuano a lavorare silenziosamente anche quando il contesto che le ha prodotte è ormai scomparso. È accaduto così, per me, con la nose art. Il primo incontro è avvenuto lateralmente, leggendo Underworld di Don DeLillo, romanzo che più di altri ha trasformato la storia americana del Novecento in un’immensa archeologia di oggetti, immagini, scorie e superfici. In quel paesaggio letterario, dove la tecnologia convive con i rifiuti e la memoria con la cultura popolare, il riferimento alle immagini dipinte sui velivoli militari ha finito per produrre una deviazione. Non tanto per la loro immediata spettacolarità, quanto per la domanda che sembravano contenere: perché una macchina costruita per la guerra dovrebbe avere bisogno di un’immagine?
La storia della nose art si colloca proprio in questa tensione. L’espressione indica le decorazioni realizzate sulla parte anteriore degli aerei militari, una pratica che raggiunge la massima espressione durante la Seconda guerra mondiale. È allora che la fusoliera smette di essere soltanto una superficie tecnica per diventare supporto iconografico.

Nose art: quando la macchina assume un volto
Pin-up, animali, diavoli, mostri, interrompono la continuità del metallo. Il bombardiere, prodotto attraverso la logica della serializzazione industriale, viene investito da un gesto che introduce invece singolarità.
La guerra moderna è anche una guerra delle macchine, della produzione industriale e della ripetizione. L’umano entra in un sistema che tende a organizzare corpi e oggetti secondo funzioni prestabilite; il bombardiere, come il soldato, appartiene a una struttura più ampia che lo precede. Dipingere sulla fusoliera significa allora compiere un gesto minimo ma significativo di appropriazione simbolica. La macchina viene sottratta alla propria neutralità industriale.
Cultura popolare e nose art un binomio indissolubile per sviluppare un senso di appartenenza
Non è un caso che la nose art si sviluppi attraverso il repertorio della cultura popolare. Quelle immagini non provengono da una tradizione colta, ma dalle riviste illustrate, dal fumetto, dal cinema e dalla cultura delle pin-up. La fusoliera del bombardiere diventa una superficie su cui circolano immagini già presenti nell’ecosistema visivo americano. In questo senso, la nose art può essere considerata una forma di montaggio.
Pin-up? Ecco perché venivano rappresentate sulle fusoliere degli aerei
La presenza di figure femminili è forse l’esempio più evidente di questa collisione. Le pin-up appartengono a un immaginario costruito dallo sguardo maschile e non possono essere separate dalla cultura patriarcale che le ha prodotte. Sarebbe tuttavia insufficiente leggerle esclusivamente come immagini erotiche. Quelle figure assumono una funzione simbolica più complessa: introducono nella macchina la nostalgia e la distanza da un mondo civile che il conflitto ha temporaneamente sospeso. Il corpo femminile si sovrappone al corpo tecnologico dell’aereo, creando una delle immagini più contraddittorie dell’immaginario bellico del Novecento: la sensualità dipinta sulla superficie di uno strumento progettato per produrre morte.

Nose art: il volto animalesco della macchina
Accanto alle pin-up, però, compare un intero bestiario. Squali, draghi, scheletri e creature fantastiche trasformano l’aereo in un organismo immaginario. La macchina assume un volto mostruoso, come se la tecnologia dovesse essere dotata di una personalità capace di precedere e accompagnare chi la utilizza. Non si tratta semplicemente di aggressività iconografica. In un contesto nel quale il pericolo è costante, attribuire alla macchina l’immagine di un predatore significa anche proiettare su di essa un desiderio di protezione.
La nose art agisce allora sul confine tra immagine e superstizione. Il bombardiere decorato non diventa soltanto un oggetto più riconoscibile: può trasformarsi in una sorta di talismano. L’immagine interviene là dove la tecnologia non può offrire alcuna garanzia. Nessuna pittura può impedire a un aereo di essere abbattuto, ma può contribuire a costruire un sistema simbolico attraverso cui l’equipaggio affronta la morte.

Il valore “rituale” della nose art
È qui che la nose art acquisisce una dimensione quasi rituale. La guerra industriale produce una forma di violenza astratta, la paura riceve un volto, il pericolo viene trasformato in immagine, la morte viene affrontata attraverso il grottesco e l’ironia. Questo non elimina il trauma, ma gli costruisce attorno una forma.La pittura introduce una narrazione là dove la produzione industriale aveva previsto soltanto una funzione. Ogni nome, ogni figura e ogni slogan rappresentano una deviazione dall’anonimato della serie.
La rilevanza della nose art nella storia delle immagini effimere
Da questo punto di vista, la nose art possiede anche una particolare rilevanza per la storia delle immagini effimere. Queste opere non erano concepite per essere conservate, potevano essere distrutte; scomparire sotto una nuova verniciatura o eliminate quando l’aereo veniva dismesso. Una parte consistente di questo patrimonio visivo è quindi giunta attraverso la fotografia; che ha trasformato un’arte destinata alla scomparsa in un archivio. È forse anche attraverso questa sopravvivenza archivistica che la nose art è entrata stabilmente nell’immaginario contemporaneo. La sua estetica è stata progressivamente assorbita dalla cultura automobilistica, nelle competizioni e nella customizzazione dei veicoli. La carrozzeria dell’auto da corsa diventa una pelle tecnologica su cui applicare numeri, loghi e mascotte. La macchina continua a essere pensata non soltanto come dispositivo funzionale, ma come superficie di rappresentazione.
Il parallelismo tra la nose art e la personalizzazione virtuale che oggi caratterizza la società
La distanza che separa un bombardiere del Novecento dalle forme contemporanee di personalizzazione virtuale resta naturalmente enorme. Eppure, nelle skin dei videogiochi, negli avatar e nei filtri sui social network, riappare una questione che la nose art aveva posto con straordinaria evidenza: la tecnologia non è mai soltanto tecnologia quando diventa una superficie disponibile all’immagine.
Baudrillard e il vero significato della nose art nell’attualità
Jean Baudrillard ha mostrato come gli oggetti, nella modernità avanzata, non circolino esclusivamente in virtù della loro funzione, ma attraverso sistemi di segni capaci di produrre differenze e identità. Tuttavia, la tensione tra funzione e significazione che Baudrillard individua nella società degli oggetti sembra offrire una chiave utile per comprendere ciò che avviene su quelle fusoliere: l’aereo viene radicalmente riscritto sul piano simbolico. La macchina acquisisce un’identità.
Forse è proprio questa la persistenza più profonda della nose art. Prima che la cultura digitale trasformasse la personalizzazione in una pratica quotidiana e potenzialmente infinita, quelle immagini avevano già individuato una possibilità fondamentale della modernità: intervenire sulla superficie delle tecnologie per sottrarle all’anonimato. Dipingere un volto su una macchina significava, in fondo, riconoscere che nessuna superficie è davvero neutrale.
Ed è questa la domanda che continua a risuonare dopo quel primo incontro, tra le pagine di Underworld: quando una macchina entra così profondamente nel nostro immaginario da diventare parte della nostra esperienza, quanto tempo passa prima che sentiamo il bisogno di darle un’immagine?
Francesco Maria Guerriero
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