Ci sono tre mostre da vedere alla GAM di Torino
Una mostra storica sul tema della Notte, una personale sulla fotografa Linda Fregni Nagler e una retrospettiva dedicata a Elisabetta Di Maggio. Un’offerta culturale varia e di altissima qualità con cui la Galleria d’Arte Moderna conferma la sua identità aperta a un pubblico ampio e trasversale
Una visita alla Galleria d’Arte Moderna di Torino in questo periodo costituisce un’occasione preziosa per vedere tre mostre di ottima qualità, assai diverse fra loro, che offrono la possibilità di compiere un viaggio nella storia e di approfondire la poetica di due artiste molto interessanti nel panorama contemporaneo italiano.
Le “Notti” alla GAM di Torino
Il percorso nella galleria torinese si apre con l’esposizione Notti. Cinque secoli di stelle, sogni pleniluni (catalogo Corraini) che, a cura di Fabio Cafagna ed Elena Volpato propone un cammino, non solo di carattere iconografico, ma anche storico e antropologico, sul tema della notte. In mostra opere, strumenti, installazioni dal XVII Secolo a oggi; dai libri di Galileo alle opere di Vija Celmins e Thomas Ruff. Una mostra in cui sono stati posti in dialogo artisti con diverse storie e provenienze sino a creare un unicum interessante e perfettamente armonico.
Anna Ottani Cavina, nota studiosa del paesaggio nella storia dell’arte, apre il suo testo sulla mostra con un’affascinante narrazione: “irresistibilmente attratto da una Notte di Georges de La Tour, Luigi XIII, re di Francia e di Navarra, aveva allontanato ogni altro dipinto perché quel corpo di San Sebastiano, agonizzante alla luce delle torce, colmasse il vuoto della sua stanza”. La notte, tema nordico per eccellenza ha impegnato grandissimi pittori dell’epoca, da Elsheimer con la sua stupenda Fuga in Egitto del 1609 a Caravaggio. Tra questi, La Tour è stato un pittore straordinario, unico e riconoscibile per i suoi volumi arrotondati, per le sue luci abbassate.
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La fotografia di Linda Fregni Nagler a Torino
È una mostra di materiali perlopiù fotografici quella dedicata a Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976), curata da Cecilia Canziani e intitolata Anger Pleasure Fear. Si tratta di un intenso percorso nel lavoro della colta artista italo svedese. Figura assai particolare nel panorama contemporaneo, Fregni Nagnler è artista, studiosa, collezionista, ricercatrice. In tal senso è esemplare il libro da lei curato Hercule Florence Le nouveau Robinson, pubblicato da Humboldt Books. Un volume molto denso su un personaggio assai interessante della fotografia ai suoi inizi, nato a Nizza nel 1804 e naturalizzato brasiliano. Parecchie opere in mostra arrivano da quel lavoro realizzato dopo una lunga ricerca in Brasile. Esposta anche l’installazione realizzata da Fregni Nagler per la Biennale di Venezia del 2013, intitolata Hidden Mother, composta da 997 fotografie di bambini con la madre nascosta. Un’operazione che racconta la condizione femminile tra Ottocento e Novecento.

Il percorso comprende poi il progetto Mensur sul duello rituale accademico, praticato principalmente da confraternite studentesche in Germania, Austria e Svizzera. Sfida da non intendersi tanto come una lotta contro l’avversario, ma piuttosto come una prova di coraggio da parte dei protagonisti, che devono stare fermi mentre affrontano il pericolo e vengono feriti con tagli profondi e cicatrici sulla faccia che diventano un’orgogliosa testimonianza di coraggio.
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Le foto, introdotte da un ritratto di studente abbigliato con la divisa di una confraternita tedesca di August Sander, sono divise per motivi legati a diversi momenti. Tra le immagini spiccano quelle dedicate ai duellanti feriti e alla cura, quando il medico ricuce i volti profondamente sfregiati. La percezione della vista del sangue viene attutita dalla fotografia in bianco e nero, che rende le immagini meno cruente.
L’eleganza della fragilità di Elisabetta di Maggio alla GAM di Torino
La terza mostra, di grande raffinatezza, è dedicata al lavoro di Elisabetta Di Maggio (Milano, 1964), curata da Chiara Bertola e Fabio Cafagna e accompagnata da un catalogo edito da Allemandi. “La vertigine per me è una condizione esistenziale. Non è ciò che accade dopo la caduta, ma prima”. È una condizione al limite, in bilico, quella descritta dalle opere della di Maggio che richiedono tempi lunghi di osservazione per rivelare il dettaglio, la poesia dei minimi; che si tratti di mappe ritagliate con pazienza nella carta velina, di spilli che compongono disegni di geografie, fiori, foglie intagliati, è la fragilità dell’esistenza nel suo continuo mutare che caratterizza la ricerca dell’artista.
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Il titolo della mostra, Frangibile è particolarmente significativo, sono opere in cui si parla di tempo, di un tempo finito, dell’esistere. Il tempo è quello dell’uomo, del suo passaggio. “Certo che i miei lavori sono belli, ma perché devono raccontarti la morte”. Il suo è un disegno con un bisturi, che potrebbe apparire come un ricamo e che invece è una cicatrice, testimonianza di una ferita, la ferita dell’esistere, dell’esserci, imprescindibile per ogni essere vivente.
Angela Madesani
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