L’arte e la politica nella Biennale dell’assenza. E non solo degli artisti italiani
La Biennale di Venezia è un grande laboratorio politico, specchio nevralgico delle tensioni internazionali. È il luogo dove si dimostra che l’arte ha un ruolo preciso nel mondo. L’edizione del 2026 ne è a due mesi dalla inaugurazione già una importante dimostrazione
La Biennale Arte di Venezia non è solo una manifestazione artistica. È un importante laboratorio di discussione politica. È, a volte, anche tristemente lo specchio dei tempi. Volente o nolente. Non è un caso che chiuda o si rimandi quando le guerre incalzano e le pandemie insistono. Non è un caso che sia teatro di discussioni, manifestazioni, indignazioni proprio per la sua natura cosmopolita che abbraccia il mondo e porta il mondo in Laguna a confrontarsi. Anche se spesso i curatori designati sfuggono all’incedere sempre più vorticoso del tempo in cui vivono per portare avanti il proprio discorso estetico, la Biennale è questa cosa qui. Appunto, volente o nolente.
La Biennale dell’assenza
La Biennale del 2026 si apre con una assenza importante, quella di Koyo Kouoh. È chiaro che si tratta di una tragica fatalità, ma il fatto che in un momento storico in cui siamo abituati a percepire quotidianamente il senso del dolore, della assenza, di ciò che poteva essere e non è, la mancanza di colei che ormai tutti per affezione si sono abituati a chiamare per nome, amplificata ulteriormente dall’autorevolezza della piattaforma, diviene un simbolo dei tempi che siamo chiamati nostro malgrado a percorrere. Con l’idea, per chi sarà in Laguna, di assistere a un progetto almeno in parte monco rispetto a quelle che erano le intenzioni iniziali della curatrice. Almeno stando alle dichiarazioni del Presidente Pietrangelo Buttafuoco al quotidiano La Repubblica, che racconta di un tour previsto tra Milano e Napoli, aggiungendo un aspetto inedito alla questione della assenza degli artisti italiani alla Biennale. Kouoh avrebbe infatti dovuto incontrarli tra i teatri d’Italia (La Scala di Milano, San Carlo a Napoli, il Massimo di Palermo) e chissà se da cosa sarebbe nato cosa. Non è chiaro se gli incontri sarebbero avvenuti su invito o attraverso una open call e con quali regole di ingaggio, ma qualcosa doveva pur avvenire.
Il tour di Koyo Kouoh in Italia
Poi la curatrice è mancata, e il tour non è mai partito. Evidentemente il team curatoriale da lei selezionato (Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor); Siddhartha Mitter (editor-in-chief); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca)) non ha potuto, non ha saputo o non ha voluto portare avanti questa iniziativa per concentrarsi sul concept della mostra.
Siamo nel campo dei “probabilmente”, perché il team curatoriale ha deciso congiuntamente di non rilasciare interviste fino all’apertura della mostra, per meglio perfezionare il progetto e quindi non siamo in grado di dare risposta attualmente alle nostre domande. E forse è questa la cosa che spiace di più, perché se come dice giustamente (sempre a La Repubblica) il Presidente Buttafuoco, che in questi anni si è distinto per scelte di cultura e controcorrente (o almeno “contro” l’immaginario sulla corrente che l’ha designato), la Biennale è un luogo di incontro durante la tregua, tanto da dare casa anche a paesi aggressori, oltre che agli aggrediti, allora la tregua, l’elaborazione del trauma, la diplomazia, si fanno con il dialogo, con il dibattito. Viene meno la diplomazia, laddove diplomazia è l’arma pacifica per sciogliere il conflitto. E non parlare con la stampa (e quindi con il pubblico) del Paese che dà casa neutrale a questa tregua, oltre che con il resto del mondo, appare dunque in contraddizione.
L’Italia alla Biennale di Venezia
L’Italia sarà degnamente rappresentata da artisti come Theo Eshetu (nella selezione di Koyo Kouoh) e da Lara Favaretto (Fondazione Bulgari) e Maria Cristina Crespo (eclettica) negli eventi collaterali, oltre che naturalmente da Chiara Camoni nel Padiglione Italia, almeno per qualità. Poi ci saranno le mostre extra Biennale in città, come quella di Marinella Senatore per The Human Safety alle Procuratie, ma dal punto di vista numerico la percentuale è evidentemente bassissima.
Spiace anche perché la questione si inserisce in un panorama nazionale e culturale molto complesso che vede articolarsi un fiorire di iniziative sul Futurismo o su Filippo Tommaso Marinetti, ma molte poche dedicate all’arte del presente, con il risultato che la percezione dell’Italia all’estero continua ad essere quella di un paese ancorato all’immaginario degli Anni Sessanta o peggio ancora (ricordate lo spot della cerimonia di chiusura di Milano Cortina, con pizzi Ottocenteschi, parrucconi e tenori?) ad un passato ben più lontano. L’immagine (peraltro non veritiera) di un paese culturalmente ammalatosi tanto tempo fa difficilmente rianimabile se non con qualche rombo di motore futurista. E spiace anche perché l’Italia su marginalità, colonialismo, processioni, condivisione, simboli e attraversamenti avrebbe avuto molto da dire. Anche andando ad interrogare temi (come fece una seminale mostra curata da Peter Benson Miller, Lyle Ashton Harris, Robert Storr nel 2015 all’American Academy in Rome, Nero su bianco) o straordinari artisti di seconda generazione, o artisti e intellettuali che hanno scelto l’Italia come loro casa, per sempre o temporaneamente. Dimostrando che il futuro è complesso ed è già arrivato. Ed è un futuro di eccellenza. Perché sì l’arte e la Biennale più importante del mondo sono politica. Ed è un dato oggettivo, inutile negarlo.
Santa Nastro
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