Roma verde: una mostra celebra la capitale delle ville e dei giardini nell’arte
A Palazzo Braschi un percorso racconta cinque secoli di storia dei paesaggi romani. Con due sorprese: Antonio Canova e Massimo d’Azeglio in veste di pittori
A guardarla dall’alto, Roma sembra respirare: non solo attraverso le cupole e le rovine, ma per quel mare di verde che da secoli vive tra i suoi margini e il suo cuore. Oggi oltre un terzo del territorio comunale, più di centomila ettari, è fatto di parchi, ville storiche, riserve e campagne sopravvissute all’espansione urbana. Questa ricchezza non è un’eredità immobile: è il frutto di una storia in divenire che affonda le radici nei tempi degli horti imperiali e degli antichi spazi dell’otium. La mostra Ville e Giardini di Roma: una corona di delizie, ospitata a Palazzo Braschi e visitabile fino al 12 aprile 2026, è un viaggio attraverso i secoli che invita a scoprire l’evoluzione di questi spazi verdi, a comprenderne le funzioni come strumenti di potere, piacere e contemplazione, testimonianza di un rapporto complesso e stratificato tra uomo e natura.
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A Palazzo Braschi a Roma la mostra che celebra le ville e i giardini della capitale
Le opere in esposizione, provenienti da prestigiose istituzioni internazionali e da prestiti privati, circa centonovanta tra dipinti, stampe, manoscritti, modelli in scala e installazioni multimediali, rendono evidente come Roma abbia continuamente reinventato la propria relazione con il paesaggio. Il racconto si dipana dalle armonie rinascimentali alle sperimentazioni novecentesche e si apre con una grande mappa interattiva che orienta lo sguardo e aiuta a contestualizzare: la città appare come un insieme di isole verdi, alcune celebri, altre quasi dimenticate.

Dall’ordine rinascimentale alla grandiosità barocca: l’evoluzione dei giardini romani
La prima sezione è dedicata ai giardini e alle ville del Cinquecento, quando Roma, risollevandosi dopo il devastante Sacco del 1527, iniziava a ridisegnare il proprio territorio. Sono soprattutto papi e grandi cardinali a commissionare giardini come quelli di Villa Madama, progettati da Raffaello con contributi di Sangallo il Giovane e Giulio Romano; Villa Farnesina, opera di Baldassarre Peruzzi con decorazioni di Raffaello; o come gli Orti Farnesiani sul Palatino, disegnati da Vignola. Nella pittura dell’epoca si legge la tensione tra controllo umano e libertà vegetale. Ne è un esempio la Veduta del Belvedere Vaticano (1589) di Hendrick III van Cleve, in cui il grande giardino, la cui realizzazione fu affidata da papa Giulio II a Bramante, appare in una luce morbida che esalta la simmetria e la bellezza architettonica.
Nel Seicento, il Barocco cambia la concezione del verde: la natura si fa spettacolo. I giardini, ampliati e trasformati dal trionfo del gusto scenografico e da prospettive audaci, diventarono veri e propri teatri verdi del potere aristocratico, con cascate, giochi d’acqua, terrazze digradanti, gruppi scultorei, grotte e ninfei che orchestravano esperienze visive e sensoriali sorprendenti. È il momento dei grandi spazi simbolici della Roma barocca: il Pincio che si apre come una terrazza sulla città, e Villa Pamphilj, col suo articolato giardino all’italiana reinterpretato secondo la nuova sensibilità e affiancato da aree agricole e boschive. Nella Veduta di Villa Aldobrandini a Monte Magnanapoli, (1660 ca.) attribuito a Matthias Withoos, il paesaggio è animato dagli zampilli delle fontane poste al centro delle aiuole che compongono l’elegante parterre de broderie, dal bianco delle statue che ne punteggiano i margini e da un elegante calesse rosso in transito davanti all’ingresso dove una guardia svizzera nella sua uniforme multicolore allude al committente della villa, il cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di Papa Clemente VIII. Una testimonianza importante, considerato che la villa, centralissima e vicina al Quirinale, oggi è un luogo poco conosciuto e visitato. Anche nelle vedute di Caspar van Wittel, le architetture di Roma si animano di piccole figure: dame, cavalieri, mercanti, bambini che non sono solo decorative ma danno proporzione, profondità e movimento, mentre la luce uniforme, tipica della pittura nordica, contribuisce alla nitidezza ai dettagli.
Neoclassicismo e modernità: dal Grand Tour ai parchi pubblici
Il Settecento attenuò i fasti barocchi. Il giardino diventò non solo ornamento, ma anche luogo di studio, svago intellettuale e collezionismo botanico grazie a serre e aranciere. Nacquero i primi esempi di giardino all’inglese, dove il rigore geometrico lascia spazio a una natura più libera, secondo l’estetica del pittoresco. Alcune residenze diventarono tappe del Grand Tour che trasformò i giardini in spazi di rappresentanza culturale, più orientati a un’esperienza estetica raffinata e colta che alla magnificenza barocca. Il verde iniziò a essere studiato con un approccio scientifico attraverso la diffusione di tavole planimetriche come quelle di Giuseppe Valadier che riflettono la formazione neoclassica dell’artista. Tra i pezzi più interessanti in esposizione, un piccolo olio su tela di data incerta attribuito ad Antonio Canova che ritrae se stesso intento a mostrare il disegno della scultura Ettore e Lica ai committenti, membri della ricca famiglia Torlonia, nel giardino della loro villa.
L’Ottocento divorò orti, vigne e pascoli per far crescere la città. Ma se, tra conflitti e urbanizzazione, molte ville furono demolite o frammentate, allo stesso tempo, altre furono trasformate in parchi pubblici aperti alla fruizione collettiva. La mostra non nasconde le ferite inferte dalla storia e spesso le documenta, come fa François-Louis Français, ne Il Casino dei Giuochi d’acqua di Villa Borghese dopo i cannoneggiamenti del 1849. Poi, nel Novecento, la città continuò a espandersi fino a inglobare le sue stesse campagne. Le aree verdi superstiti, come il parco dell’Appia Antica, conservano scorci che richiamano il rapporto antico tra architettura e paesaggio. Oli, acquerelli e fotografie rappresentano i giardini come luoghi di memoria, identità e conflitto tra conservazione e modernizzazione. Come in Colle Oppio (1936) di Carlo Montani, dove l’archeologia si integra con il paesaggio urbano, o come nello spettacolare Passeggiata al Pincio (1910) dell’artista parigino Georges Paul Leroux, in cui figure a grandezza naturale, tra cui due dame, bambini e nutrici passeggiano sulla terrazza, con Roma luminosa sullo sfondo: l’opera coniuga il ritratto sociale alla raffinatezza della Belle Époque.
I giardini prendono vita: realtà aumentata e convivialità
A metà percorso, una galleria multimediale propone un paesaggio in continuo mutamento. I dipinti di epoche diverse scorrono uno dopo l’altro, mentre elementi naturali, come rondini in volo, gocce di pioggia, foglie che cadono, si sovrappongono alle opere. Le stagioni cambiano davanti ai nostri occhi e insieme mutano le emozioni davanti alle ombre che si proiettano su un prato, alla fuga leggera di un fazzoletto bianco trasportato dal vento, a una festa campestre che esplode di suoni e colori…
La sezione conclusiva, Vivere in villa: svaghi e socialità nei giardini romani, offre una lettura dei giardini sotto l’aspetto della convivialità, come spazi di incontro e intrattenimento. Qui si presenta, tra l’altro, l’occasione di conoscere lo scrittore Massimo D’Azeglio nella sua veste meno nota di paesaggista romantico, grazie a un raffinato olio su tela datato 1822, Il viale della Passeggiata del Pincio da Villa Medici. Così il percorso espositivo chiude il cerchio rivelando che il legame che unisce passato e presente è proprio in questa forte vocazione alla vita all’aria aperta che sopravvive intatta ancora oggi a Roma, dove la natura resiste, ostinata, a fare da controcanto alla città.
Nicoletta Rita Speltra
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