Come ci si può liberare dall’ossessione collettiva per la nostalgia culturale?
La nostalgia non è ormai più un sentimento passeggero ma una tecnologia emotiva appresa, che nel tempo riorganizza ciò che un’intera cultura è capace di desiderare. Come fare per uscire da questa gabbia?
E se la nostalgia avesse lesionato la capacità di costruire il nuovo e il futuro senza rimpianto per il passato? e se l’abitudine prolungata alla nostalgia avesse assuefatto un’intera cultura al rimpianto?
Se prendiamo sul serio questa ipotesi, infatti, la nostalgia non è ormai più un sentimento passeggero ma una tecnologia emotiva appresa, che nel tempo riorganizza ciò che un’intera cultura è capace di desiderare.
La nostalgia nella cultura del presente
Se la nostalgia ha lesionato la capacità di costruire il nuovo, allora il danno principale non è semplicemente estetico, ma immaginativo. Una cultura assuefatta al rimpianto perde la fiducia nell’inedito, nello sconosciuto, e la tolleranza nei confronti dell’inevitabile imbarazzo inevitabile causato da ogni inizio – da ogni ‘nuovo’.
A fronte di questa lesione (grave) della capacità immaginativa, la risposta può perciò essere solo una rieducazione lenta e faticosa, che addestri collettivamente a: accettare un futuro ‘povero’ dal punto di vista emotivo (laddove il passato ha profondità affettiva accumulata, il futuro ne è quasi del tutto privo: pretendere dunque che “emozioni subito” è una trappola nostalgica; smettere di chiedere al nuovo di consolare, visto che il nuovo disorienta (e a volte spaventa); astenersi per un bel periodo dalla citazione, ad ogni livello; concentrarsi sul fragile, sull’indefinito, sul confuso, sull’imperfetto.
La guarigione individuale e collettiva forse comincia quando il passato smette di sembrare un tribunale, una giuria, e torna a essere solo una risorsa.
Il passato come tribunale del futuro
E se, invece, proprio quella lesione fosse il nucleo fondante di una nuova cultura e di una nuova immaginazione?
Rovesciamento: non curare la lesione, ma abitarla; la ferita non come trauma da superare, ma come condizione originaria. La ferita cioè che sta sotto e dietro la nostalgia, la ferita di cui la nostalgia è un sintomo e non la causa: la ferita pre-nostalgica, la condizione che rende la nostalgia possibile ma non necessaria. Che succede dunque se una cultura fa di quel trauma il proprio punto di partenza?
Succede che la cultura smette di fingere una continuità che, nei fatti, non esiste.
La ferita non è più qualcosa da guarire raccontare sublimare – è la condizione di possibilità di ogni gesto, e di ogni scelta.

Il tempo e la sua ciclicità
A questo punto, il tempo non è più pensato come PASSATO > PRESENTE > FUTURO, ma come qualcosa che non è finito e che ritorna sempre su stesso, spingendosi avanti e indietro (PRESENTEPASSATOFUTURO, FUTUROPRESENTEPASSATO, ecc.). Il futuro, quindi, non è aperto né chiuso: è compromesso fin dall’inizio.
In questa prospettiva, la nostalgia finisce per apparire come una reazione secondaria, trascurabile. Il centro dell’attenzione è abitare ciò che non si può guarire, un trauma irredimibile. Richiamare gli elementi più confortevoli selezionati dal passato diventa ciò che è: un’opzione marginale.
Il soggetto, così, non è più colui che spera o colui che rimpiange, ma colui o colei che sa di essere arrivato/a dopo una rottura irreversibile, senza che neanche si sia verificato un evento spettacolare (da poter mettere magari subito a profitto simbolico e narrativo). Un soggetto post-catastrofico – per giunta privo della rendita di posizione offerta dalla Catastrofe.
Che tipo di immaginazione nasce quando il trauma viene assunto come base operativa?
Non certo un’immaginazione utopica, e neanche forse pienamente distopica, ma un’immaginazione residuale. Un’immaginazione ciò capace di lavorare con i resti i residui gli scarti, di accettare l’incompletezza e l’indefinitezza come forza, di non cercare mondi alternativi ma modi di stare in questo mondo danneggiato.
È possibile una ricostruzione del gesto creativo?
Il gesto creativo non è più: “e se fosse diverso?”, ma: “dato che è irrimediabilmente così, che cosa è ancora possibile fare?” Una cultura fondata integralmente sulla ferita rinuncia al mito della guarigione, e guarda con sospetto il concetto di resilienza e quello di ricostruzione: non perché sia nichilista, ma perché sa che alcune fratture producono mondo, non solo dolore.
Una cultura siffatta è ovviamente meno seducente, meno esportabile, meno consolatoria e meno digeribile rispetto a quella nostalgica. Ma, forse, più sostanziosa e gratificante. Una cultura che nasce dal trauma non chiede al futuro di compensare il passato: chiede al presente di reggere ciò che non sarà compensato.
Christian Caliandro
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