Cinque mostre da vedere nel weekend, da Nord a Sud

Dalla fotografia alla pittura, passando per l’arte tessile e il design. Le mostre di Andrea Branzi, Sebastián Hidalgo, Brent Wadden, Maïmouna Guerresi e Alberto Bregani da vedere nei prossimi giorni di questo novembre 2023

L’arte contemporanea ha tanti volti: assume toni politici, come negli scatti di Maïmouna Guerresi, o teatrali, come nei dipinti di Sebastián Hidalgo; racconta storie di contrasti (le foto di Alberto Bregani) o di tradizioni (le opere tessili di Brent Wadden). E propone nuovi modi per leggere il presente, come accade nell’ultima mostra del compianto Andrea Branzi. La nostra selezione di mostre inizia proprio da qui.

L’ultima mostra di Andrea Branzi da Antonia Jannone a Milano

Presso la galleria Antonia Jannone è aperta al pubblico quella che si è drammaticamente rivelata l’ultima mostra della lunga e prolifica produzione di Andrea Branzi (Firenze, 1938 – Milano, 2023), designer eccezionale nel palinsesto italiano e internazionale, co-fondatore del collettivo Archizoom (insieme a Gilberto Corretti, Paolo Deganello, Massimo Morozzi, Lucia Morozzi e Dario Bartolini) nel 1966, autore di indimenticabili prototipi, come la Superonda (Poltronova, 1967), e capace pensatore di un presente in continua evoluzione verso la complessità.  
Alle pareti le serie delle Maschere, quadri variopinti di dimensioni ridotte realizzati tramite il rimaneggiamento di semplici fotocopie di celebri opere pittoriche (dall’Urlo di Munch agli scheletri di Van Gogh): uno scardinamento del concetto di proprietà intellettuale che trasforma le immagini in un veicolo di significati e messaggi nuovi da custodire e far germogliare nel presente. Con esse, i Burattini ci avvicinano a un teatro della presenza e della coesistenza, tessuto vivo di tradizione e possibilità di riscoperta. 
Nel secondo spazio della galleria, più intimo, tre versioni inedite della Torre Velasca, vestite di colori pop, sono accostate agli Archetipi, serie di sculture e disegni frutto di una profonda riflessione esistenziale, e del ruolo dell’archetipo stesso come generatore e indicatore di significato.  
Il titolo della mostra , L’architettura appartiene al teatro, si staglia come slogan alla parete e urla a gran voce la necessità di ritrovare il messaggio che ci avvolge dalla scena teatrale, l’urgenza di ricorrere a nuove forme narrative per comprendere e porci attivamente nel presente, e la speranza di ritrovare nelle opere di Branzi, la potenza del pensiero di chi ha sconvolto la storia e ci ha lasciati, in un colpo di scena. 

Sophie Marie Piccoli

Andrea Branzi, ENSOR 4 da particolare “L’intrigo” 1890, 2022, pennarello su stampa, cm. 30 x 31,5 con cornice dipinta dall’artista © Leone Locatelli
Andrea Branzi, ENSOR 4 da particolare “L’intrigo” 1890, 2022, pennarello su stampa, cm. 30 x 31,5 con cornice dipinta dall’artista © Leone Locatelli

La pittura di Sebastián Hidalgo da Andrea Festa a Roma 

Da Andrea Festa è possibile visitare (su appuntamento) la mostra personale di Sebastián Hidalgo, artista messicano nato nel 1985 nella città sacra di Cholula (dove vive), nei pressi del vulcano attivo Popocatépetl e della Grande Piramide. Si tratta di una delle più antiche città abitate ininterrottamente nel mondo, le cui radici sono intrecciate al popolo degli Otomi. C’è un pino dove abito, lo vedo dal balcone dove mi affaccio ogni notte” racconta l’artista alludendo all’opera che dà il titolo alla mostra. El Pino y La Luna è un disegno, tratteggiato su un foglio, in cui una mezzaluna si specchia nella chioma di un pino. Per i dipinti, l’artista parte dalla preparazione della tela: “con colla di pelle di coniglio, carbonato di calcio, bianco di zinco, olio di lino e formaldeide su tessuto di cotone, un processo che dura circa una settimana”. Successivamente, la composizione si concretizza attraverso sottili strati di pittura a olio che, giocando sulle trasparenze, creano atmosfere cromatiche. Queste superfici dalla gamma neutra ospitano segni radi che affiorano da coltri nebbiose, entrando in scena come personaggi di un dramma teatrale. Per la mostra da Andrea Festa, Hidalgo ha voluto “polarizzare i livelli di astrazione e figurazione, spingendo la pittura verso l’astrazione atmosferica e, d’altro canto, semplificando le forme e il disegno organico”

Giorgia Basili  

Sebatian Hidalgo, Olas de verano
Sebatian Hidalgo, Olas de verano

Integrazione e legalità negli scatti di Maïmouna Guerresi a Triggiano in Puglia

Una mostra fotografica diffusa nel centro storico di Triggiano, in provincia di Bari, sul tema della legalità, dell’uguaglianza dei diritti umani e di genere, dell’integrazione e del rispetto dell’alterità tra culture differenti. Si tratta di Nûr/Luce/نور, il progetto espositivo di Maïmouna Guerresi (Pove del Grappa, 1951), artista italo-senegalese di rilievo internazionale. L’autrice propone quindici opere fotografiche di grandi dimensioni, allestite tra gli edifici e i vicoli del borgo antico di Triggiano. La mostra, a cura di Manuela De Leonardis e con la direzione artistica di Annalisa Zito della Fondazione Pasquale Battista, si inserisce nell’ambito della manifestazione Capaci di legalità 2023, promossa dal Comune di Triggiano e dalla Regione Puglia. Convertita alla mistica sufi, Guerresi approda alla fotografia dopo aver sperimentato i linguaggi della body art, lungo un percorso di ricerca che comprende sperimentazioni nell’alveo della videoarte e delle installazioni. Tra le opere esposte in Nûr/Luce/نور  risultano  eloquenti – nella serie Sound – le donne islamiche che urlano in un megafono chiuso, simbolo della repressione dei diritti di genere, mentre lo scatto Red Oracle, realizzato durante il video Oracle, ritrae una danzatrice che mima la danza sufi. In Her Private Garden e Aisha’s Stories 2, invece, l’artista rappresenta, attraverso l’alternanza di paesaggi esotici e italiani, la duplice appartenenza culturale di una famiglia marocchina e senegalese emigrata in Veneto. La mostra si conclude con le opere I Would Like to Know you e Ping Pong Playing, in cui Guerresi affronta le tematiche dell’incomunicabilità e della segregazione. 

Cecilia Pavone

Maïmouna Guerresi, Aisha's Stories 2, 2016 © Maïmouna Guerresi. Photo Marilena Pannarale
Maïmouna Guerresi, Aisha’s Stories 2, 2016 © Maïmouna Guerresi. Photo Marilena Pannarale

L’arte tessile di Brent Wadden da Peres Projects a Milano 

Di origini celtiche pregne di tradizione, Brent Wadden (Nova Scotia, 1079) ha sempre mantenuto il legame vivo con la sua terra madre. Anche la vita di città, nella moderna realtà berlinese, non ha contaminato il suo vero io. Una genuinità che si esprime nel lavoro manuale che caratterizza tutta la sua produzione, in mostra nella sede milanese della galleria Peres Projects. Contro l’effimero, contro la fretta e la rapidità delle industrie seriali, questo artista ritorna alle pratiche tradizionali. La tessitura diviene sua forma mentis: una dedizione totale al lavorare quotidiano. L’arte si fa etica. Etica operativa, che tende al miglioramento. I manufatti artigianali, come i tessuti, non sono privi di errori. E il loro essere rifatti e ripetuti nel tempo consente all’artefice di perfezionare la propria manualità. Ciò che è spesso visto come sbaglio da nascondere si eleva a terra fertile per nuove creazioni di pregio e valore.  
La serie di lavori presentata a Milano è giocata su forme semplici e brillanti contrasti di colore. L’effetto, a pochi metri dagli stucchi bianchi del soffitto della galleria, è ricercato e modernissimo. La tavolozza di Wadden proviene dai luoghi più diversi e umili. Aggirandosi per mercatini delle pulci, partecipando alle aste e agli sgomberi dei vecchi solai, si è costruito un vasto campionario di stoffe. Combinando texture e sfumature, produce manufatti unici, che testimoniano un lavoro che rassicura e invita ad assaporare i prodotti lenti ma genuini della tradizione. 

Emma Sedini 

Brent Wadden, Untitled, 2023. Courtesy Peres Projects
Brent Wadden, Untitled, 2023. Courtesy Peres Projects

Montagne e guerra nella mostra di Alberto Bregani a Colorno

Unseen il titolo: nelle montagne in bianco e nero di rocce e neve, visioni di speciale purezza, Alberto Bregani (1962) vuole forse catturare, con lo scatto fotografico, qualcosa che sfugge abitualmente allo sguardo. Perché in quella stessa mostra – all’Aranciaia di Colorno, a pochi chilometri da Parma, nell’ambito del festival Colorno Photo Life – sono esposti numerosi oggetti utilizzati dai soldati della Prima guerra mondiale, come filo spinato e trappole per uomini, un’uniforme da sottufficiale, delle ciaspole per camminare sulla neve. Ma c’è anche una mazza ferrata “adoperata dagli austriaci per finire i soldati tramortiti per effetto dei gas asfissianti” e un contenitore di maschera antigas. 
Allora si coglie il dialogo tra quelle foto che emanano innocenza, castità, e quegli elementi intorno, di fatica, rischio, paura. E osservando meglio le foto, si possono anche scorgere resti di trincea. Perché, come scrive il curatore Roberto Mutti, “questa non è la montagna idealizzata dal Romanticismo ma quella reale che ha conosciuto la sofferenza e la morte, quella che ha visto sostituire i sentieri ai camminamenti, i rifugi alle fortificazioni”.E infine le orme sulla neve, i sentieri a gradoni, ricordano il legame antico degli uomini con quelle montagne ben oltre gli eventi bellici, luoghi da abitare, sempre di grande fascino. 

Valeria Ottolenghi

Antonio Bregani, Unseen Val di Fiemme
Antonio Bregani, Unseen Val di Fiemme

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Redazione

Redazione

Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.

Scopri di più