Il 18 ottobre scorso ha inaugurato al pubblico TREE-ROOM, la nuova installazione site specific di Arte Sella progettata da Stefano Boeri Interiors. Uno spazio di condivisione fra umani e piante che ricorda il disastro della tempesta Vaia e apre nuove riflessioni sulle modalità di interazione fra uomo e natura.

Non una stanza con alberi ma una stanza per gli alberi. O meglio una camera proprio nel bel mezzo del bosco per noi e per loro, per incontrarci, misurarci, approfondire la reciproca conoscenza. Insieme a noi dentro la stanza tre faggi di età e forme diverse, sopravvissuti al disastro della tempesta Vaia che due anni fa si è abbattuta con violenza anche sul museo en-plein-air della Val di Sella causando ingenti danni e lasciando ferite ancora oggi ben visibili. L’installazione ideata da Stefano Boeri Interiors per il giardino di Villa Strobele abbraccia questi tre superstiti, li sottolinea con delicatezza senza strapparli al contesto, conferisce loro l’importanza di monumenti, monito all’arroganza umana. TREE-ROOM nasce come esperimento di coabitazione fra noi e loro, specie così diverse, eppure per certi aspetti così simili. Tanto piccoli, effimeri, in costante movimento, bombardati da percezioni continue e pressoché simultanee noi, quanto imponenti, imperituri e stabili loro, contraddistinti da una modalità completamente altra, per noi forse incomprensibile, di interagire con la realtà circostante. Uniti tuttavia nell’incertezza, nella fragilità propria di enti indissolubilmente legati a una natura che, come Vaia ha dimostrato, si manifesta con tanta più forza quanto più noi cerchiamo di controllarla, manipolarla, asservirla ai nostri scopi.

UNA INSTALLAZIONE PERMEABILE E CIRCOLARE

TREE-ROOM amplia il dialogo che Arte Sella ha instaurato a partire dal 2017 con Architettura e Design e che ha portato alla realizzazione di interventi site specific fra gli altri di Michele De Lucchi, Kengo Kuma, Eduardo Souto De Moura e Ian Ritchie. L’installazione, interamente realizzata in legno di larice su base di acciaio corten, disegna uno spazio circolare, percorribile su più livelli, da cui è possibile ammirare la natura circostante e le altre opere del parco di Villa Strobele. La struttura si inserisce con naturalezza, armonizzandosi perfettamente con il dislivello del terreno. Sembra nascere dalla terra, propaggine del bosco, e al contempo fluttuare sopra di essa. Delimita uno spazio in cui non vi è una netta distinzione fra interno ed esterno, poroso come il guscio di un uovo, permeabile. La stanza sembra espandersi oltre i propri confini, inondando il bosco, e quest’ultimo filtra attraverso i dischi in larice rosato occupando il centro, i bordi, l’intero volume della camera. La forma circolare richiama la ricorsività del tempo in natura, animato dalla ciclicità dei giorni e delle stagioni, dall’alternanza di nascita e morte. Si contrappone alla linearità del progresso, che consuma ciò che ha appena prodotto, in una schizofrenica successione di innovazione e obsolescenza.
Il cerchio diventa anche il luogo del confronto: non lo spazio conflittuale dell’arena, quanto piuttosto un’agorà, dove cresce e si alimenta la democrazia, la socialità, in cui si creano occasioni reali di condivisione e dibattito. Più aperto di una semplice stanza, più raccolto di un anfiteatro. Una camera senza tetto né pareti. Una radura nel bosco.

Stefano Boeri Interiors, Tree Room © Arte Sella 2020. Photo credits Giacomo Bianchi
Stefano Boeri Interiors, Tree Room © Arte Sella 2020. Photo credits Giacomo Bianchi

L’INTERVISTA A STEFANO BOERI

Com’è nata TREE-ROOM?
L’idea era quella di realizzare un luogo in cui si potessero incontrare e confrontare due specie diverse, i cui esemplari sono tuttavia accomunati dalla necessità di essere concepiti e percepiti nella loro individualità, come soggetti non assimilabili l’uno all’altro. Sono appena stato a Luras, in Gallura, per visitare un ulivo di 4000 anni, un ulivo che è uscito dalla terra quando le piramidi non erano ancora state costruite. Abitiamo una dimensione temporale così ristretta, così limitata rispetto a quella propria degli alberi che è per noi pressoché impossibile comprendere come essi interagiscano con l’ambiente circostante. Sicuramente hanno una loro sensibilità, un loro modo di rispondere agli stimoli esterni. Proprio come noi sono l’esito di una traiettoria evolutiva, il risultato di continui adattamenti alle condizioni ambientali. E proprio come accade nella specie umana ciascun individuo è unico, contraddistinto da una soggettività che non può essere sovrapposta a quella di un altro conspecifico. Prendiamo questi tre faggi: hanno età e forme diverse; ciascuno ha una propria collocazione geografica e presenta tratti morfologici specifici e proprio per questo va riconosciuto in quanto individuo portatore di una storia, di un’intelligenza, di una vita, sicuramente diversa dalla nostra ma altrettanto significativa.

Cosa significa per un architetto lavorare in un ambiente ferito, in cui sono ancora ben visibili le cicatrici lasciate da una tragedia come quella della tempesta Vaia?
Vaia, per quanto disastrosa, è stata solo una fra le catastrofi ambientali che ci hanno colpiti negli ultimi anni e che ci hanno reso tragicamente consci delle ricadute delle nostre azioni, tanto individuali quanto collettive. Da qui si possono ancora vedere con chiarezza le cicatrici lasciate dal passaggio della tempesta, ferite che ci ricordano giorno dopo giorno quanto modalità di interazione con la natura fondate sulla violenza, la manipolazione e l’asservimento portino alla distruzione di interi ecosistemi, e di noi con essi. Si tratta di un tipo di ricerca che avevamo già iniziato nel 2019, quando Antonio Calbi, direttore del Teatro Greco di Siracusa, mi chiese di realizzare la scenografia per le Troiane di Euripide sotto la regia di Muriel Mayette-Holz, Ci era stato richiesto di ideare qualcosa di significativo e rigoroso al contempo. Così abbiamo pensato di usare 400 tronchi di alberi sradicati dalla furia di Vaia per ricreare il colonnato di un tempio greco, instaurando un interessante dialogo fra questo cumulo di macerie, questa foresta di alberi morti e la geometria classica del teatro. Si è costruito così un ponte fra la tragedia euripidea e quella vissuta dall’Italia nord-orientale a ottobre 2018.
I boschi della Carnia sono diventati la cassa di risonanza delle voci disperate e furiose delle donne di Troia, testimoni ora come allora della follia umana e delle sue conseguenze.

Stefano Boeri Interiors, Tree Room © Arte Sella 2020. Photo credits Giacomo Bianchi
Stefano Boeri Interiors, Tree Room © Arte Sella 2020. Photo credits Giacomo Bianchi

FARE UN PATTO CON LA NATURA

Eventi come Vaia o la pandemia che stiamo attraversando hanno fatto emergere con chiarezza la necessità di rivedere il nostro modo di interagire con la natura. È arrivato il momento di aggiornare i termini di questo patto? O è forse l’idea stessa di patto, che sottende una nostra presunta ma illusoria estraneità ai cicli naturali, a essere oramai obsoleta?
Non possiamo uscire dall’antropocentrismo. Qualsiasi prospettiva adottiamo rispecchia sempre il nostro particolare punto di vista sul mondo, legato alle esperienze, alle sensazioni, alle categorie concettuali e linguistiche che impieghiamo per descrivere la realtà. L’antropocentrismo può tuttavia diventare consapevole dei propri limiti, della propria parzialità. Penso che il patto vada stipulato non con la natura in generale ma con ciascuna specie. Dobbiamo fare un patto con gli alberi, un patto con i lupi, un patto con gli orsi. Esperimenti di coabitazione, come quello che avviene all’interno di questo luogo, in cui convivono uomini e piante. Non siamo superiori alle altre specie, ma sicuramente il nostro ruolo è diverso. Dobbiamo rispondere delle conseguenze delle nostre azioni, dobbiamo assumerci la responsabilità di rivedere e all’occorrenza istituire nuovi accordi.

TREE-ROOM è una stanza porosa, uno spazio raccolto che lascia filtrare l’ambiente circostante. Quanto è importante per l’arte e l’architettura oggi lavorare sul concetto di confine, di limite fra interno ed esterno, fra proprio e altro?
TREE-ROOM è effettivamente uno spazio poroso, e per la sua realizzazione siamo partiti proprio dal concetto di “radura”, inteso come luogo altro rispetto al bosco ma al contempo propaggine dello stesso, da cui è ancora possibile coglierne i suoni, i colori, i profumi. Di fatto tutta l’architettura si fonda sul rapporto fra interno ed esterno, su questa riflessione attorno al concetto di “confine”, di “intercapedine”. Ed è il tipo di ricerca che sta alla base anche del progetto del Bosco Verticale, in cui abbiamo cercato di portare la natura all’interno dell’ambiente urbano, colmando la distanza e apparente inconciliabilità fra i due.
La pandemia ha evidenziato con chiarezza la permeabilità di questo confine fra proprio e altrui, fra noi e l’ecosistema in cui siamo inseriti e al quale siamo soggetti. Il virus ci ha reso drasticamente consci di ciò che abbiamo, per secoli, strenuamente cercato di rinnegare, allontanare, di tenere fuori dalle nostre città, dalle nostre case e che alla fine si è manifestato proprio dentro al nostro corpo. Un richiamo ad aggiornare il nostro modo di concepire e interagire con la natura che a questo punto non possiamo più ignorare.

Irene Bagnara

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AutoreStefano Boeri
Spazio espositivoARTE SELLA
IndirizzoCorso Ausugum 55/57 - Borgo Valsugana - Trentino-Alto Adige
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Irene Bagnara
Nata a Bassano del Grappa, è laureata in Filosofia a Padova con una tesi sul caso degli indiscernibili in arte fra Kant e Arthur Danto e in magistrale a Torino con una dissertazione di filosofia analitica sulla definizione ontologica ed epistemologica di “opera d’arte”. Ha frequentato a Venezia, dove attualmente lavora, il 26° Corso in Pratiche Curatoriali della galleria A plus A. Particolarmente interessata alla costruzione di una buona teoria filosofica sull’arte contemporanea, è da parecchi anni ormai impegnata nel tentativo, a tratti ossessivo, di rendere ragione della molteplicità degli oggetti artistici e dei delicati, e a tratti singolari, rapporti che caratterizzano il cosiddetto artworld. Ama più leggere che scrivere, più mangiare che cucinare. In ogni caso, li considera tutti e quattro ottimi metodi per conoscere il mondo e soprattutto se stessi.