Elektra, una mostra in teiera

Una nuova passeggiata immaginaria stavolta ci conduce alla scoperta di una mostra all’interno di una teiera.

A volte gli oggetti invitano al viaggio o alla scoperta di qualcosa. Basta soltanto guardarli con più attenzione, allontanarli dal quotidiano e magari spostarli dalla mensola polverosa che non sa più quando fu posta in quella sua posizione un po’ sbilenca per mantenere intatti centrini e ricordi.
Cornici con fotografie che ricostruiscono frammenti di vita vissuta e ormai congelata o che ci ricordano i nostri cari, qualche bottiglia rivestita di sughero, piccole collezioni infantili come lattine di bibite ormai dimenticate e bottigliette di profumo in una vecchia teca di legno, un gufetto in ottone, una pietra di fiume con decori floreali o un pagliaccio in plastica dura sul televisore, testimonianza del proprio sacramento battesimale, possono essere alcuni dei tanti soprammobili che raccontano il nostro passato, sedimentato su di loro come una (in)visibile e a volte magnetica patina.
Proprio una di queste materie della memoria, una bomboniera più esattamente o forse un omaggio della catena di supermercati tal dei tali, uno di quei nonnulla che difficilmente terremmo in casa se non nell’angolino segreto delle testimonianze kitsch (Dorfles aveva un suo altarino) dove possiamo tranquillamente scrivere in corsivo maneggiare con cura, contiene sogni, rappresenta l’argomento di un viaggio espositivo la cui magia non è certo da trovarsi nella forma compatta, quanto piuttosto in quello che dalla sua lettura è inaspettatamente scaturito. Posizionata e dimenticata in cucina, sulla piccola mensola della cappa aspirante, è presente infatti, all’incirca da trentun anni, una teiera in ceramica a forma di casetta delle meraviglie, con beccuccio e tetto apribile. Si tratta di una teiera con su scritto Tea Room. Di fianco, in un riquadro simile a quello dei quadernetti a quadretti, c’è un numero, l’80, che nella smorfia napoletana è ’a vocca, a indicare l’altezza esatta di una fantomatica strada. Guardandola con attenzione, forse per il puro esercizio di decifrare e catalogare ogni imperfezione e approssimazione dovuta dalla veloce ed elevata produzione industriale che ha portato questo oggetto a buon mercato in molte feste e case e scantinati e soffitte e discariche e mercatini delle pulci, è possibile notare, a un certo punto (questo si verifica dopo i primi tre minuti dall’attenta osservazione), un leggerissimo e timido bagliore emesso per luminescenza, forse simile a quello individuato e annotato nel 1675 da Jean Piard alla sommità di un tubo di vetro che costituisce l’estremità di un barometro a mercurio.
Al posto dell’iniziale scritta Tea Room in nero corvino su fondo rosa pallido, un minuscolo neon irradia ora la scritta Elektra, e dove si leggeva quasi chiaramente il numero 80 è presente un banner verde acido con delle indicazioni non molto comprensibili. Sembra tuttavia una pubblicità.

L’altarino Kitsch di Gillo Dorfles
L’altarino Kitsch di Gillo Dorfles

UNA MOSTRA IN UNA TEIERA

Man mano che lo sguardo si avvicina a questo oggetto ormai al centro di tutte le nostre curiosità, il corpo (il mio, quello dell’osservatore che potrà intraprendere questo viaggio guardando un qualsiasi oggetto che si ritrova in casa) assume dimensioni sempre più ridotte fino a non guardare più dall’alto la casetta-teiera con beccuccio, ma a squadrare dal basso la scritta Elektra e anche il banner ormai del tutto decifrabile. Si tratta, meraviglia delle meraviglie, di una esposizione d’arte contemporanea dedicata interamente a un plotone di artisti che lavorano nel campo dell’intermedialità, di una struttura ampia e in divenire, tendente allo scambio all’ibrido alla trasformazione, dove, per dirla con Baudrillard, “le modalità dell’immaginazione seguono le modalità secondo cui la tecnologia si evolve”.
Giunti a dimensione ridotta o lillipuziana, volendo rilevare un termine dai viaggio di Gulliver (1726) che sono anche i nostri viaggi, e cioè i viaggi di ogni lettore che si accinge a leggere o a rileggere questo prezioso volume satirico di Jonathan Swift, possiamo finalmente comprendere con più attenzione il banner e accorgerci che non solo si tratta di una grande esposizione sull’arte italiana (esclusivamente e squisitamente italiana) nell’epoca della meccanica e dell’elettronica, ma anche di una larga – potremmo finanche dire maestosa – schiera di nomi, uniti forse per la prima volta tutti insieme. Proviamo a elencarli, sperando di non dimenticarne qualcuno. Purtroppo nella riduzione corporea non c’è stata la possibilità di portare il telefono e sappiamo tutti quanto può essere utile in alcune occasioni una foto, da intendere come appunto visivo.
Dunque i nomi si diceva, tutti i nomi, la lunga e importante lista dei nomi che compongono questa esposizione racchiusa in un piccolo aggeggio qualsiasi e visibile soltanto se ci si predispone al restringimento e poi al viaggio e alla esplorazione che ogni singola opera, come ogni singola pagina di un racconto o di un romanzo, può offrire.

GLI ARTISTI IN MOSTRA

Dei nomi, di quelli che la memoria ha catalogato, ci sono Adriano Abbado, Pier Alfeo, Alessandra Angelini, José Angelino, Micol Assaël, Michelangelo Bastiani, Bianco-Valente, Maurizio Bonora, Alessandro Brighetti, Marco Cadioli, Carlo Caloro, Maurizio Camerani, Mattia Casalegno, Giorgio Cattani, Mauro Ceolin, Paolo Cirio, Davide Coltro, Max Coppeta, Dadamaino, Federica Di Carlo, Daniela Di Maro, Lucio Fontana. Un attimo di pausa. Respiriamo. Ecco, possiamo continuare: Pietro Galifi, Ida Gerosa, Fabio Giampietro, Alessandro Giannì, Piero Gilardi, Elisa Giardina Papa, Antonio Glessi (Giovanotti Mondani Meccanici), il duo Salvatore Iaconesi e Oriana Persico (meglio conosciuti come Art is Open Source), Gabriele Maruotti (bodysnatchers), Maurizio Mochetti. Sono davvero tanti e la grande preoccupazione è sempre quella di dimenticarne uno, di distorcerne un altro. Nella lista, dopo Mochetti, troviamo Piero Mottola, Matteo Nasini, Luigi Pagliarini, Simone Pappalardo, Chiara Passa, Clemente Pestrelli (Guido Segni), Donato Piccolo, Fabrizio Plessi, Maria Grazia Pontorno, Alessio Premoli, Roberto Pugliese, Tamara Repetto, Cristian Rizzuti, Martin Romeo, Mario Sasso, Giuseppe Stampone (il primo entusiasmante Stampone, quello meno conosciuto), Lino Strangis, Studio Azzurro, Federico Solmi, Tomasso Tozzi, Giacomo Verde e Carlo Zanni. Senza contare tutte le conformazioni di gruppo dall’Arte Cinetica e Programmata, di quella Robotica o Interattiva e Soft, come pure un focus inaspettato ma azzeccato sul pater familias Leonardo da Vinci. Nella parte inferiore del banner c’è anche scritto che la mostra è realizzata in collaborazione con Google Arts & Culture.
Al suo interno gli ambienti di questo spazio, ormai altro dalla teierina beccucciata, ricordano molto (anzi si direbbe che sono stati riprodotti letteralmente) quegli dell’HangarBicocca. In una prima e più raccolta saletta ricavata dallo spazio rettangolare che si forma immediatamente dopo il guardaroba, il bookshop e la sala lettura, è presente – sulla parete destra – un magnifico monitor su cui sfilano i fogli del Codex Atlanticus che, per l’occasione, è stato imprestato dalla Biblioteca Ambrosiana e si può guardare in una teca accanto alla quale un ologramma di Leonardo racconta in prima persona la sua vita, i suoi studi, i suoi interessi. L’ambiente è d’un grigio chiaro e leggermente metallico. Soltanto la parete di fondo, quella dove ha inizio il percorso legato al secondo Novecento e a questo primo ventennio del XXI secolo, è d’un nero vellutato e accoglie, all’altezza dell’architrave, la scritta Elektra. L’era dell’acciaio e dell’elettricità. Luce Suono Spazio Tempo Velocità Perfettibilità.
Non avendo un dispositivo (chi in casa si metterebbe a osservare una teiera a forma di casetta con beccuccio con il telefono in mano e per giunta aspettandosi di essere a un certo punto attratto da una lucetta e poi letteralmente catapultato in una great exhibition dove tra l’altro per guardare alcune opere serve proprio il telefono cellulare?) è difficile avere l’attenzione necessaria a catalogare ogni singola opera e ogni singolo titolo e anno e autore, ma ad aiutarci, quantomeno nel darci la giusta atmosfera, ci sono due guide, due protagonisti che, come Ciceroni o odierni Virgili, accompagnano lo spettatore nelle varie sale dell’esposizione. Ecco infatti apparire, non appena si lascia alle spalle Leonardo che saluta con cordialità, due figure dall’ombra. Sono Lucio Fontana e Maurizio Mochetti, e lo spettatore a questo punto potrebbe avere un piccolo svenimento, non perché stiano fumando ambedue una sigaretta, ma perché trovare insieme questi due nomi centrali dell’arte e per giunta in una esposizione dedicata alle nuove tecnologie (da loro impaginata si badi, da loro progettata) è davvero incredibile.

Il robottino di pietra realizzato da un bambino
Il robottino di pietra realizzato da un bambino

PAROLE MAGNETICHE

Accanto alle varie sale che si articolano lungo tutto l’ampio spazio delle navate, magistralmente suddiviso per accogliere ambienti spaziali, opere di realtà aumentata, postazioni interattive, strutture robotiche e luminose, lavori che oscillano tra la meccanica e l’elettronica, sono anche organizzate, verso la fine del percorso, una serie di aree dedicate al lavoro storico di équipe – il milanese Gruppo T, il padovano Gruppo N, il romano Gruppo Uno – e a collettivi più recenti come gli 01.org di Bologna, Studio plus plus, Quiet Ensemble, Clusterduck, Les Liens Invisibles, Elastic Group of Artistic Research e NONE collective. Questi ultimi progetti invitano a riflettere, ognuno a suo modo, sulla forza investigativa data dall’unione di menti e di specializzazioni differenti che saltano il fosso della singolarità per evidenziare il potere del dialogo, dell’impersonalità, del circuito condiviso.
C’è, poi, nello spazio definito cubo, una riflessione dedicata interamente alla rivista Neural fondata a Bari, nel 1992, da Alessandro Ludovico e Ivan Iusco, dove accanto a tutti i numeri del quadrimestrale, sfogliabili e scaricabili sul tablet che viene fornito nel primo locale da Leonardo, su una parete, in una nuvola grigiazzurra, si condensano tutta una serie di parole magnetiche che sembrano respirare, variare, muoversi proprio come si muovono le nuvole: future, futurism, games, glitch’n’cuts, global comunication, hacking, hacktivism, hardware, impro, industrial, information technology, interactiv, interfaces, internet, internet-based art, laptop, machine learning, mashup, media, media archeology, microsound, minimal, mobile, modern classical, multiculturalism, musique concrète, net, net art, network, neural, new classic, new classical, new issue, new media art, noise, noisy, non-music, obsolescence, performance, photography, plagiarism, playlist, plunderphonics, post digital, post rock, preservation, privacy, psichedelia, psychogeography, radio, radia, radio-art, rapporti, retro-aesthetic, robot, science, science fiction, security, site-specific, social media, soft, software, sonification, sound, sound and vision, sound art, sound poetry, soundscape, soundscapes, spoken word, stereoscopic vision, steet art, surveillance, techno, technology, text-sound composition, theatre, theory, tv, usb drive, video, video games, videogame, virtual reality, visual, voice, wearable, web…
Dalla parete di fondo, dopo aver attraversato e studiato e acquisito le notizie di quest’ultima sala, peccato tra l’altro non aver avuto il polso di registrare i lavori di ogni singolo artista in mostra, un bagliore sollecita a girarsi per guardare verso l’ingresso dove è presente Un contatore digitale, installato sulla parete all’altezza dell’occhio, indica costantemente la distanza fra lo spettatore e la parete (realizzato da Mochetti nel 1980) che, dopo averci rilevato mediante sensore, aziona un meccanismo vocale e ci invita ad andare in bagno per rinfrescarci prima di tornare a casa, attraversando lo specchio concavo che precede l’ingresso della ritirata.
Vale la pena ricordare che, per gentile concessione di un bambino, in mostra è anche presente un simpatico e spiritoso robottino di pietra che sta imparando a parlare.

Antonello Tolve

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi, 1977) è titolare di Pedagogia e Didattica dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino. Ph.D in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica (Università di Salerno), è stato visiting professor in diverse università come la Mimar Sinan Güzel Sanatlar Üniversitesi, la Beǐjin̄g Yuy̌ań Daxué, l’Universitatea de Arta si Design de Cluj-Napoca e la Universidad Central de Venezuela. Critico d’arte e curatore, è stato commissario in diverse giurie internazionali. Tra i suoi libri si ricordano “Gillo Dorfles. Arte e critica d’arte nel secondo Novecento” (La Città del Sole, 2011), “ABOrigine. L’arte della critica d’arte” (PostmediaBooks, 2012), “Ubiquità. Arte e critica d’arte nell’epoca del policentrismo planetario” (Quodlibet, 2013), “La linea socratica dell’arte contemporanea. Antropologia Pedagogia Creatività” (Quodlibet, 2016), “Istruzione e catastrofe. pedagogia e didattica dell’arte nell’epoca dell’analfabetismo strumentale” (Kappabit, 2019), “Me, myself and I. Arte e vetrinizzazione sociale ovvero il mondo magico del selfie” (Castelvecchi, 2019), “Atmosfera. Atteggiamenti climatici nell’arte d’oggi” (Mimesis, 2019). Ha curato con Stefania Zuliani il volume di Filiberto Menna, “Cronache dagli anni settanta. Arte e critica d'arte 1970-1980” (Quodlibet, 2017) e, con S. Brunetti, “Il sistema degli artisti. Collezione, conservazione, cura e didattica nella pratica artistica contemporanea” (Mimesis, 2019). Dal 2018 e Direttore della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dal 2014 è curatore della Gaba.Mc – Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.