Dalla Sardegna a New York. Il viaggio di “Amina”, progetto di residenza curato da Valeria Orani

La curatrice sarda con base a New York ha dato vita un progetto che vede artisti sardi trascorrere un periodo di residenza a New York. Per un viaggio all’insegna dello scambio e della cultura

Alessandro Carboni (foto Mattia Pasini)
Alessandro Carboni (foto Mattia Pasini)

A volte è con l’allontanamento che si scopre l’attaccamento. Succede spesso agli expat che, proprio quando lasciano la propria terra, scoprono di appartenerle. Ed è così che si crea un desiderio, un bisogno di riportare qualcosa a casa, di restituire alla propria terra l’amore che, andandosene, le abbiamo in qualche modo sottratto. È andata così per l’organizzatrice teatrale e curatrice Valeria Orani, originaria di Cagliari e dal 2014 di base a New York. In due decenni di progetti culturali, Orani non aveva mai dedicato un’iniziativa alla sua terra, ma nel 2019 ha lanciato Amina, un’idea che, attraverso l’arte e la cultura, crea un movimento di andata e ritorno tra New York e la Sardegna e che ha l’“andare e tornare” già nel nome. Amina, che in sardo significa “anima” e che, letto al contrario, dà la stessa parola, è un progetto che coinvolge artisti e territorio per costruire valore attraverso la cultura.

SARDEGNA – NEW YORK ANDATA E RITORNO. IL PROGETTO “AMINA” DI VALERIA ORANI

“Vivendo all’estero ho sviluppato un maggiore attaccamento alla mia terra: la mia vita newyorchese ha rimarcato la mia identità sarda”,ci racconta Valeria Orani. “Così ho iniziato a visualizzare l’identità come un elastico che, più si allontana, più attira verso il luogo da cui vieni. La parola identità allo stesso tempo, però, è una parola controversa. L’ho cercata nel vocabolario sardo e ho scoperto non c’è, se non come traduzione della parola italiana,e questo mi ha fatto capire che questo concetto non esiste nell’ancestralità. È un termine che si rifà alle radici ma che nelle radici non era necessario. Allora ho cercato un termine sardo che potesse contenere questo significato. Così sono arrivata alla parola ‘amina’ per poi scoprire che, guardandola allo specchio, dava il suo significato in italiano”. Un termine che all’andata è sardo al ritorno è italiano: perfetto per raccontare quel movimento che Valeria Orani voleva individuare nel lavoro degli artisti sardi che ha coinvolto nel progetto. “Partendo dalla contraddizione dell’identità costruita nella lontananza”, continua Orani, “mi interessava capire cosa resta di questa identità quando un artista elabora un progetto fuori dalla terra d’origine ma ispirandosi a un topos che dalla sua terra d’origine viene”.Da qui l’idea di intercettare il curatore di origini cagliaritane Fabio Acca, affidando a lui il compito di selezionare gli artisti da allontanare per farli poi tornare, e di portare nel progetto lo stilista e artista Antonio Marras che Orani, che con Marras già collaborava, definisce “un esempio eclatante di questa idea perché ha lavorato tantissimo fuori dalla Sardegna ma la Sardegna è dentro tutta la sua produzione”.A maggio c’era in programma al teatro La MaMa di New York lo spettacolo Mio Cuore, io sto soffrendo. Cosa posso fare per te?, la prima opera teatrale ideata e diretta da Marras.Ma è entrato in gioco il Coronavirus: lo spettacolo è stato rinviato a data da destinarsi e andrà ripensato anche in relazione a possibili limitazioni agli eventi pubblici che potrebbero rimanere in vigore nei prossimi mesi.

GLI ARTISTI DEL PROGETTO “AMINA” IN RESIDENZA A NEW YORK

Intanto però, nel corso dell’autunno 2019, i tre artisti selezionati da Acca avevano già svolto un periodo di ricerca in residenza a New York: è stato il momento dell’allontanamento, in cui New York era stimolo e contemporaneità. Le tre residenze dovevano poi confluire nella visione unica di un “risultato” performativo e artistico, da realizzare in Sardegna. Il progetto finale avrebbe dovuto svolgersi nell’autunno 2020 e avrebbe previsto momenti di condivisione dal vivo. L’attuale emergenza e le regole di distanziamento sociale hanno però costretto i curatori a ripensare anche questa parte del progetto. “Al momento l’idea di un evento in presenza non è completamente esclusa. Bisognerà vedere come vanno le cose”, spiega Orani, “ma intanto abbiamo deciso di dedicare a ognuna delle esperienze fatte dai tre artisti un piccolo documentario che possa raccontare sia la fase di ricerca fatta a New York sia il momento di restituzione alla Sardegna”.  Il primo artista a volare a New York è stato, lo scorso settembre, il coreografo e musicista Maurizio Saiu, che ha trascorso un mese in città lavorando su un progetto dal titolo C’è ancora un filo di luce nel mio cielo, nato su ispirazione di Maria Lai e dei suoi libri ricamati. Saiu, che conosceva e collaborava con l’artista sarda, è partito proprio dai discorsi e dalle riflessioni condivisi con lei. E nella sua casa, oggi sede degli Archivi Maria Lai, proseguirà appena possibile la sua residenza artistica. Poi è stata la volta dell’artista visivo e performer Alessandro Carboni, che ha lavorato su Contèxt-Ere, una riflessione sull’idea di tessitura e di telaio in quanto modelli della mente cosmica, in relazione alle arti visive, i processi cartografici e lo spazio scenico. L’artista mette in dialogo le strutture modulari della produzione tessile sarda con le unità elementari primarie del minimalismo americano, sviluppando una pratica performativa basata sulla manipolazione di fili di lana e forme geometriche. Infine, lo scorso dicembre, è arrivato a New York l’artista Cristian Chironi, il cui lavoro parte da un interesse per le costruzioni tradizionali sarde, come le Domus de Janas e i Nuraghi, e arriva a Le Corbusier e Tadao Ando. Il suo progetto newyorchese, Imagine & Imagination, è una rilettura delle tradizioni abitative sarde attraverso lo studio di materiali e tecniche più recenti, con particolare attenzione al contesto urbano e alle sue architetture verticali, alle insegne e alla cartellonistica metropolitana. A conclusione del periodo di residenza, ognuno degli artisti è stato protagonista di un incontro pubblico in cui ha raccontato lo stato dell’arte del proprio lavoro e condiviso il proprio percorso artistico.

GLI ARTISTI DI “AMINA” A NEW YORK, IL LORO RITORNO IN SARDEGNA E L’EMERGENZA CORONAVIRUS

Costretta a una riorganizzazione complessiva, ora inizia la fase del ritorno a casa. L’incertezza del momento apre la possibilità di approfondire una riflessione che è, fin dal principio, alla base di Amina: come sviluppare un rapporto con la Sardegna che vada oltre il turismo stagionale e sappia produrre sinergie tra il territorio e la cultura per creare esperienze. Le limitazioni agli spostamenti offrono l’opportunità di innescare un dialogo più diretto, se non esclusivo, con le comunità locali a cui il progetto vuole portare i risultati del lavoro di ricerca fatto a New York. Valeria Orani le chiama “azioni di restituzione” e, se nelle intenzioni iniziali volevano essere dei momenti performativi aperti a un pubblico internazionale, ora saranno molto probabilmente rivolte alla sola popolazione locale e quello che doveva avvenire in presenza potrebbe avvenire in video. Il processo è ancora in divenire.

IL PROGETTO “AMINA”: RACCONTARE LA CULTURA SARDA AL MONDO

Resta il desiderio di raccontare la cultura sarda al mondo. Per questo, ultimo step del progetto sarà portare in Sardegna un gruppo di buyer e influencer internazionali, interessati a scoprire l’isola, la sua tradizione e la sua cultura sotto una luce diversa rispetto a quella che ogni anno porta migliaia di turisti sulle spiagge bagnate dall’acqua cristallina del Mediterraneo. Il momento scelto per questo tuffo nei rituali sardi è il carnevale, quando La Barbagia si anima di riti dionisiacidalle origini antichissime. “L’idea è di promuovere la Sardegna attraverso la sua identità”, dice ancora Orani, “e mostrarne la sua natura ancestrale. Lo vogliamo fare attraverso un modo di viaggiare che è quello di chi di mestiere fa l’arista. Un’idea che si potrebbe riassumere nello slogan Travel as an artist che è un concetto che si potrebbe ampliare anche ad altri territori, oltre la Sardegna”. Un turismo culturale che privilegia la ricerca e lo stupore della scoperta, anche dietro casa e che, in questi tempi di restrizioni ai viaggi internazionali, sembra assumere una nuova rilevanza: “questa crisi mi conferma che l’intuizione che mi ispirò questo progetto”,conclude Orani, “si presenta oggi come urgenza, il viaggio inteso come l’immersione in usi e culture differenti, o anche la riscoperta del proprio territorio come il turismo di prossimità, sono la base da cui possiamo ripartire anche ampliando il concetto di turismo culturale ed esperenziale indispensabile per la contaminazione di tutte le arti, anche dell’arte dell’ospitalità”.Reimpareremo a viaggiare e chissà che l’arte non possa farci da guida.

– Maurita Cardone

https://www.aminaproject.org/

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.