Per far fronte alle restrizioni in risposta alla pandemia, alcuni musei hanno messo in campo la robotica per consentire agli utenti di fruire opere e mostre a distanza. Come si evolverà questa pratica?

Per prevenire la diffusione del COVID-19 molte istituzioni artistiche di tutto il mondo sono chiuse da oltre un mese. Così i luoghi della cultura sono stati costretti a reinventarsi ognuno la propria offerta sia nella proposta di contenuti che nella modalità di accessibilità a essi. In tanti hanno lanciato online sale di visualizzazione e tour virtuali, podcast e lezioni di arte. Altri si sono rivolti ai social media per mantenere la loro connessione con il pubblico. Altri ancora si sono spinti oltre provando a sperimentare ed esplorare nuovi modi e nuovi mondi nel campo dell’accessibilità “remota”. Come nel museo Hastings Contemporary, vicino a Bristol, in Inghilterra, che utilizza un robot connesso in telepresenza per “portare” i suoi visitatori lì dove la quarantena lo impedisce. Dopotutto dai “virtual tour” alle visite “robotico-assistite” il passo è breve.
Il progetto è tutto sommato semplice: un utente collegato in remoto dal proprio personal computer, oppure da altri apparecchi elettronici (come tablet, smatphone, ecc.), può effettuare una visita collegandosi attraverso il web a un robot (del valore di 4000 sterline composto da uno schermo di dimensioni di un iPad montato su un sottile palo nero, attaccato a ruote simili a Segway, del Bristol Robotics Laboratory) che si muove in “presenza” nelle sale del museo. “Una esperienza inizialmente surreale, ma in pochi minuti sembrava normale”, ha affermato la direttrice del museo, Liz Gilmore, “Con un po’ di pratica è stato possibile addirittura leggere le didascalie dei quadri appese al muro”.
Un robot per vedere l’arte che non possiamo vedere. Una prospettiva interessante, non c’è che dire. Un’opportunità di superare (quasi) ogni barriera alla fruizione imposta dalla quarantena e non solo. Ma qual è la differenza con i tanti tour virtuali già online? La risposta è semplice (ancorché paradossale): l’opportunità di riprodurre il “gesto” della visita, la sua umanità, che questo robot offre, anche se ovviamente sintetizzata. La differenza sta tutta qui ed è sostanziale: un “virtual tour”, per quanto evoluto e che proponga immagini a 360 gradi in 4/8/16k, segue delle regole di fruizione circoscritte (imposte); uno schema che invece un robot teleguidato a distanza può “infrangere” offrendo un surrogato di autonomia “umana”, di libero arbitrio. Una minima dose di umanità, quel tanto che basta di controllo su cosa vedere, come, per quanto tempo, che può camuffare una esperienza che comunque resta digitale. Un’offerta fruitiva non più solo edonistica e statica, ma sempre più tecnologica e capace di creare una modalità interattiva inedita che apre a infinite possibilità di applicazione e a nuove forme di esplorazione e conoscenza.

ROBOT E MUSEI: ALTRI ESEMPI

In effetti, a oggi, esempi del genere non sono molti, ma esistono già altri progetti simili, come After Dark del 2013, alla Tate Britain. La meccanica dell’esperienza è più o meno la stessa: sfruttando gli orari di chiusura del museo, gli internauti possono usare dei dispositivi robotici telecomandati (quattro androidi, più uno di riserva, alti circa 1,20 metri) formati da telecamere e faretti orientabili come “occhi digitali”, per visitare il museo a distanza e a porte chiuse. Attraverso un sistema automatico di accesso, dalla rete gli utenti possono controllare il robot in maniera personale, ognuno in maniera diversa, creandosi così il proprio percorso museale. Gli automi poi scompaiono di giorno, quando il museo è aperto ai turisti in carne e ossa.
Similmente, anche il progetto italiano Virgil del 2014 utilizza la relazione museo-macchina, ma ne esistono anche altri (più o meno fortunati): da TPR Robina, creato da Toyota nel 2007 come guida parlante del proprio museo digitale, a quello di CSIRO ROBOT allestito dal National Museum Australia nel 2013, che consente agli studenti in aula di interagire a distanza con la macchina intelligente che si trova nel museo, fino alla sperimentazione di ROBOT NORIO, creato da Droids Company per il museo Oiron Castle a Mont Saint-Michel, dove il robot è una guida museale pilotata a distanza da persone diversamente abili che possono interagire anche con i visitatori presenti in loco. Tutti questi esempi hanno una cosa fondamentale in comune: l’innovazione non sta solo nella tecnologia, è da considerarsi più nel ‘disegno del servizio’ ‒ cioè nel progetto dell’attività espletabile attraverso il robot ‒ che non nelle prestazioni della macchina intelligente, da considerarsi comunque solo uno strumento.

LIMITI E POTENZIALITÀ

Ed ecco che questa considerazione fa emergere molte altre implicazioni che sottostanno alla superficie di stupore di poter condividere i musei con tanti visitatori sintetici, e che spingono a molte altre riflessioni oltre quelle tecniche. Perché se in questa maniera, attraverso dei robot, si possono superare i limiti alla fisicità aggirandoli, restano le barriere cognitive: osservare un’opera d’arte è un affare complesso, implica tutti i sensi, non solo la vista. E davvero un robot può sostituire l’esperienza della cultura dal vivo? O, quantomeno, può rendere meno “fredda” la mediazione digitale? Dopotutto visori VR e guanti tattili sempre più evoluti rendono “accessibile” quasi ogni universo digitale. Forse oggi che il ricordo di “com’era prima” è vivo, resta una opzione aggiuntiva, una strana novità, ma domani? Tra sei mesi? Un anno? Allora tutto ciò potrebbe essere l’inizio di qualcosa: una soluzione eccezionale per far vedere cose eccezionali. Per aiutare a tenere la gente in casa, per intrattenere e rendere sopportabile la quarantena, certo. Ma domani? Dopotutto sperimentazioni in questo senso sono già state avviate, al di là della pandemia, per ovviare ai problemi di accessibilità fisica per i diversamente abili, ad esempio; o per aiutare il lavoro di restauratori o storici dell’arte per vedere e studiare pezzi in tutto il mondo senza viaggiare o far viaggiare le opere più fragili. Inoltre si potrebbe considerare questa come il primo passo verso una prospettiva connotata economicamente per sostenere l’intero settore culturale: basterebbe fornire il servizio a pagamento rendendolo una fonte alternativa di reddito oltre la bigliettazione e le visite fisiche. Perché no?
Insomma, stiamo parlando di qualcosa che non necessariamente deve essere considerata negativa o in maniera superficialmente semplicistica, ricca com’è di potenzialità attraenti, anzi. Questo è tutt’altro che un giocattolo, è invece qualcosa di molto “potente”, che va studiato bene per essere controllato a cominciare dalle implicazioni etiche dell’attività robotica nel disegnare un servizio che sia rispettoso del lavoro e della sensibilità fruitiva tipici dell’uomo e delle sue reazioni/relazioni. Perché il fascino che le nuove tecnologie digitali, informatiche e in particolare quelle robotiche, generano al loro esordio in società può essere fuorviante e dare adito a sentimenti e reazioni contrastanti. Da un lato l’entusiasmo per la nuova esperienza, la conquista di una sempre maggiore connessione con persone e cose; dall’altro un certo timore della “concorrenza” tra uomo e macchina, e un sentimento di una non totale padronanza del sistema. Timori che non sono del tutto infondati. Allora le tecnologie robotiche devono entrare nei siti museali in punta di piedi, perché questi luoghi sono fatti di opere e relazioni fragili e non possono (e non devono) essere frettolosamente intese come la panacea di tutti i mali. La tecnologia deve essere al servizio degli esseri umani e quindi anche degli stessi beni culturali, non viceversa.
In alternativa semplicemente potremmo immaginarci un futuro prossimo con schiere di questi robottini aggirarsi nei musei di tutto il mondo e indipendentemente dalla pandemia: MoMA, Guggenheim, Uffizi, Louvre deserti, con sale vuote. Senza code né alcun visitatore, nessuna coppia o famiglia. Nessuna scolaresca. Solo con decine e decine di robot che ronzando si aggirano tra le opere. Alcuni si muovono più in fretta, altri più lenti, altri ancora in piccoli gruppi. Tutti a riprodurre i movimenti di quelli che una volta erano i visitatori. Noi staremo dietro agli schermi a “guidare” i passi dei nostri avatar. Chissà dove. Come fossimo in una puntata di Black Mirror.

‒ Massimiliano Zane

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Massimiliano Zane
Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.